Workers BuyoutLa democratizzazione d’impresa può essere una soluzione alle crisi

Sono sempre più i lavoratori che costituiscono una società cooperativa acquistando quote della loro stessa azienda per risanarla. Questo metodo può risolvere il problema delle successioni e mostrare una sfumatura diversa (e inedita) del capitalismo

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Lo scorso 4 maggio il governatore del Colorado Jared Schutz Polis (primo uomo dichiaratamente gay a essere eletto al Parlamento americano) ha ricevuto il Torchlight Award per la sua leadership nel promuovere il workers buyout nel suo Stato. A conferire il riconoscimento è stata l’Associazione ESOP (Employee Stock Ownership Plan), la più grande al mondo a supporto delle aziende di proprietà dei dipendenti, che rappresenta oltre dieci milioni di dipendenti negli Stati Uniti. «Sono molto onorato di aver ricevuto questo premio da ESOP, poiché l’azionariato dei dipendenti è sempre stata una causa che mi sta molto a cuore», ha affermato Polis. «Con milioni di aziende che pianificano di uscire nei prossimi dieci anni, l’azionariato dei dipendenti non è solo importante per il successo del Colorado e della nostra economia statunitense, ma anche una soluzione sostenibile per le aziende per continuare la loro eredità e premiare i propri dipendenti».

Ma di cosa stiamo parlando?

Con il termine Workers Buyout (WBO) si definisce un sistema di operazioni finanziarie che consentono di costituire una nuova impresa – di solito nella forma cooperativistica – attraverso l’acquisizione da parte dei lavoratori stessi dell’azienda origine (o di un ramo di produzione della stessa), generalmente in crisi. 

In questo modo i lavoratori dell’azienda in crisi che intendono rilevare  acquisendo il ruolo di soci ordinari o soci cooperatori. Ma non solo in crisi: potremmo dire a fine corsa, nel caso di mancanza di passaggio generazionale. 

Nel 2021, l’Associazione ESOP ha pubblicato uno studio, ripartito Stato per Stato, delle società di proprietà di baby boomer che dovrebbero ritirarsi nei prossimi dieci anni. Conosciuto come lo tsunami d’argento, interessa oltre 2,5 milioni di aziende a livello nazionale (U.S.) che dovranno passare a nuovi proprietari nei prossimi dieci anni. Oltre il 65% di queste aziende attualmente non ha un piano di successione. 

Lo scorso primo marzo la Governatrice dell’Iowa Kim Reynolds ha firmato  – presso la Library Binding Services (LBS Inc.), azienda al 100% di proprietà dei dipendenti – una legge per eliminare le tasse statali sul reddito da pensione, comprese le tasse sui piani di partecipazione azionaria dei dipendenti (ESOP) incentivando così gli imprenditori dell’Iowa a vendere le proprie attività ai propri dipendenti come piano di successione aziendale (in Iowa sono  attualmente più di 170 le aziende  di proprietà dei dipendenti). 

La questione non è nuova ma se ne è parlato poco e comunque non abbastanza. 

Già nell’agosto 2018 in un articolo pubblicato sulla prestigiosa Harvard Business Review dal titolo “Why the U.S. Needs More Worker-Owned Companies” a firma di P. Walsh, M. Oeck e I. Zugasti possiamo leggere: «I workwers buyout possono offrire un percorso compatibile, pienamente competitivo e basato sul mercato, per trovare un equilibrio più sostenibile tra le aspirazioni dei lavoratori che si sforzano di diventare meno dipendenti dalla busta paga e le richieste di rendimenti sempre più elevati rispetto ai margini operativi da parte di azionisti e fornitori di capitale». 

E sono anche in grado di reggere dimensioni da multinazionale. 

Con 1.272 punti vendita e oltre 225 mila dipendenti, Publix Super Markets è la più grande azienda di proprietà dei dipendenti del paese. Nel 2019 Publix ha registrato vendite al dettaglio di oltre 44,9 miliardi di dollari, con un aumento di quasi il 18% rispetto all’anno precedente. 

Tutti i dipendenti Publix (fondata nel 1930 da George W. Jenkins), indipendentemente dalla loro posizione all’interno dell’azienda, ricevono azioni della società dopo essere stati al lavoro per più di 12 mesi. 

Penmac Staffing (un’agenzia interinale) con 32 filiali e più di 1200 clienti e 28 mila dipendenti (luglio 2020); Brookshire Bros. che possiede diversi negozi di alimentari, stazioni di servizio e minimarket negli stati del Texas e Louisiana, con più di 7,000 dipendenti. WinCo Foods, catena di negozi alimentari a prezzi bassi conta 131 negozi di proprietà e impiega circa 20 mila dipendenti. Tutte di proprietà dei dipendenti. 

Come Folience, una holding di investimento in economia reale, focalizzata sulla crescita per acquisizioni esterne di attività che stanno cercando di diventare di proprietà dei dipendenti. Degli oltre 475 dipendenti dell’azienda, il 63% infatti è entrato a far parte di Folience tramite nuove acquisizioni. Il Ceo di Folience possiede meno della metà dell’1% delle azioni. 

Il fenomeno è particolarmente ricorrente (e vincente) nelle economie in crisi. 

L’Argentina, a seguito della pesante crisi del 2001, è riuscita con le “Empresas Recuperadas por sus Trabajadores” (ERT), a recuperare imprese destinate al fallimento con un tasso di successo risultato alto. 

Lo scorso 6 maggio il Presidente Alberto Fernández ha presentato presso la sede della “Cooperativa Aceitera La Matanza”, il primo “Registro Nazionale delle Imprese Recuperate” sottolineando una frase che è stampata su alcuni prodotti di fabbriche recuperate, descritta come una meravigliosa sintesi: «Occupa ciò che altri hanno abbandonato, resisti a chi non capisce, produci per l’Argentina»

La Cooperativa nasce dal fallimento della “Agroindustrias Madero”, dove 20 dipendenti, il nucleo rimasto dopo licenziamenti e abbandoni, hanno formato una cooperativa rilevando, con il supporto delle autorità locali, l’attività. 

Oggi la Cooperativa dà lavoro a quasi un centinaio di persone ed è leader in Argentina nella produzione alimentare. Altri esempi in terra argentina: la Cooperativa Tessile Pigüé che nasce dal fallimento della Gatic S.A., che si dedica principalmente alla tessitura e alla tintura, con circa 140 dipendenti/azionisti; la cooperativa di lavoro Molino Santa Rosa che nasce sulle ceneri del fallimento della società Saltram S.A. nel 1998. A nord-est di Montevideo, “El Molino” ha un secolo di storia e recentemente ha inaugurato un impianto silos con una capacità di 6,000 tonnellate e per lo stoccaggio di chicchi di mais. Un investimento di quasi tre milioni di dollari – il più grande investimento nella vita della cooperativa. Attualmente vengono lavorate annualmente 21,000 tonnellate di grano e duemila tonnellate di mais.

Sono circa 430 le “Empresas Recuperadas” in Argentina che occupano circa 16 mila lavoratori in larghissima parte anche “azionisti”.

Al modello anglosassone codificato (ESOP) quindi, si affianca il modello “emergenziale”, spesso inizialmente conflittuale delle economie che entrano in stato di shock. 

Nel Regno Unito, la John Lewis Partnership è la più grande azienda di proprietà (100%) dei dipendenti: 82,000 persone che “lavorano insieme” grazie a uno strumento tipico nella tradizione del Common Law quale l’”Employee Ownership Trust” (EOT) in vigore dal 2014. Il Trust in questione detiene le azioni della società promotrice attraverso un accordo collettivo, a beneficio, a lungo termine, dell’intera forza lavoro con l’obiettivo di stabilizzare la struttura proprietaria e assicurarne l’indipendenza. In UK tale strumento gode di benefici fiscali a favore del Trust e dei suoi sottoscrittori. 

La seconda più grande forma di WBO cooperativo è in Spagna, nei paesi Baschi. 

La Mondragón Corporación Cooperativa (MCC) è il settimo gruppo industriale spagnolo per giro d’affari, il terzo per occupazione e la più grande a capitale esclusivamente spagnolo. 

La sua storia, che val la pena di raccontare,  risale agli inizi degli anni ’50, con la Spagna in grande difficoltà economica a seguito dalla guerra civile. In questo contesto il parroco di Mondragón, José Maria Arizmendiarrieta, legato ai principi dei Pionieri di Rochdale e al pensiero di Azione Cattolica, nel 1943 creò una scuola professionale per i giovani del paese nella quale lui stesso insegnava. Con la sua azione educativa, Arizmendiarrieta creò le condizioni per lo sviluppo di iniziative imprenditoriali, che si materializzarono nel 1955, quando cinque suoi studenti fondarono Ulgor, una società̀ che produceva stufe e caloriferi. Nel 1959 la società̀ si diede uno statuto cooperativo conforme alla legislazione dell’epoca.

Nel volgere di pochi anni sorsero nella medesima zona altre cooperative industriali, che legandosi a Ulgor ne completarono la filiera produttiva. Da sottolineare la determinazione di un rapporto massimo di 1:3 tra lo stipendio più̀ basso e quello più̀ elevato all’interno della società. Con l’applicazione di questa struttura salariale, i lavoratori meno pagati guadagnavano più̀ di quanto avrebbero potuto ottenere svolgendo la stessa mansione in un’impresa non cooperativa, i lavoratori delle fasce intermedie guadagnavano circa la stessa cifra mentre i manager ricevevano di gran lunga meno di quanto avrebbero potuto ottenere altrove. 

In Europa prevale una sorta di modello di “WBO negoziato”. Il Parlamento Europeo con la Risoluzione del 2 luglio 2013 sul contributo delle cooperative al superamento della crisi ha rimarcato come «il trasferimento di un’impresa ai dipendenti mediante la creazione di una cooperativa e altre forme di azionariato dei dipendenti possano essere la soluzione migliore per garantire la continuità aziendale», identificando specialmente nei modelli spagnolo, francese e italiano alcuni esempi di buone prassi meritevoli di incentivo. 

Il 9 dicembre dello scorso anno la Commissione Europea ha predisposto un action plan per sostenere l’economia sociale che comprende il Wbo (e la forma cooperativa) «al fine di preservare i posti di lavoro e la continuazione di un’attività economica sostenibile».

In Italia (dati: maggio 2019) le società cooperative esito di WBO attualmente attive impiegano oltre 4 mila dipendenti e generano un fatturato totale di circa 490 milioni di euro. Nel 1986 con l’entrata in vigore della Legge 49/85, conosciuta come “Legge Marcora”, nasce la CFI, Cooperazione Finanza Impresa, con lo scopo, attraverso diversi strumenti finanziari (capitale e debito), di promuovere la nascita e lo sviluppo di imprese cooperative di produzione e lavoro e di cooperative sociali. Partecipata e vigilata dal Ministero dello Sviluppo Economico, nel periodo 2011-2019 ha deliberato 110 interventi a supporto di 71 progetti di WBO che sviluppano un valore della produzione superiore a 285 milioni di euro ed impiegano 1.820 addetti.

Le stime dei PIL di tanti paesi nell’area Europea, e non solo, sono in discesa per le note vicende legate al conflitto Russia-Ucraina e a seguito di due anni di pandemia. 

Il Wbo, al netto della sua portata valoriale su cui si dovrebbe meglio indagare, ha già dimostrato di essere uno strumento per non far morire tante aziende e perdere altrettanti posti di lavoro, e di essere valida alternativa al modello capitalistico.

Inequality, crisi di impresa, modelli di governance: la partecipazione collettiva (democraticamente designata per testa) alle decisioni, il coinvolgimento diretto delle persone a un progetto di costruzione di vita economica e sociale di medio-lungo periodo, la quasi assente logica conflittuale, sono alcuni dei tratti cardine del mondo cooperativistico.

«La cooperazione può raggiungere efficacia e democrazia perché al suo interno non sussistono conflitti sociali di natura proprietaria presenti nell’impresa capitalistica. I conflitti sociali hanno natura organizzativa, funzionale e meritocratica e possono esser risolti ampliando e non restringendo la partecipazione» ha scritto il Professor Giulio Sapelli nel suo libro “Perché esistono le imprese e come sono fatte”(Guerini e Associati Editore, 2019). 

Mi ricorda la famosa frase di Henry Ford: «Mettersi insieme è un inizio, rimanere insieme è un progresso, lavorare insieme un successo».