L’Italia per l’UcrainaL’invidiabile imperturbabilità di Draghi davanti all’armata dei quaquaraquà

Sono bastate due parole al presidente del Consiglio per liquidare la figuraccia di Salvini e il suo tentato viaggio a Mosca. Non è la prima volta che deve risolvere gaffe altrui: come la proposta di pace mandata all’Onu da Di Maio. Per non parlare degli innumerevoli e inutili tentativi di Conte di trascinarlo a riferire alle Camere per sperare in chissà quale ribaltone

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Il governo «non si fa spostare da queste cose». Sarà anche abusata, ma la metafora dell’adulto alle prese con dei fastidiosi ragazzacci si attaglia troppo bene per non essere utilizzata anche dopo le vicende tragicomiche di questi giorni. 

E così, con una locuzione non esattamente enfatica – «queste cose» – Mario Draghi ha liquidato la gag di Matteo Salvini sul suo viaggio (fantasma) a Mosca, ultima scena del remake di “Totòtruffa ’62”, con il capo leghista impegnato a vendere la Fontana di Trevi in complicità con questo avvocato ed ex peone forzista Antonio Capuano nei panni di Nino Taranto, maschera italianissima, in senso negativo s’intende, in affanno a giocare le tre carte addirittura con un ex ministro dell’Interno inventando di sana pianta strategie complesse nei cieli di altissima politica internazionale. 

Trapela il fastidio del presidente del Consiglio per questo quasi-incidente internazionale che ha fatto ridere le cancellerie di mezzo mondo, probabilmente anche quei corvi del Cremlino che in tempi non lontani proprio sul Capitano avevano contato per seminare un po’ di confusione in Europa; e Draghi era già dovuto passare sopra quell’altra bufala che era stata fabbricata da Luigi Di Maio, il ministro degli Esteri, con l’invio all’Onu di un piano italiano che semplicemente non esisteva, altra brutta figura italiana su cui è sceso il silenzio mentre da parte sua Giuseppe Conte, come Rigoletto, medita vendetta tremenda vendetta in vista dell’appuntamento del 21 giugno in Parlamento del presidente del Consiglio quando cercherà un voto contro l’invio di nuove armi all’Ucraina. 

Una minaccia probabilmente destinata all’ennesimo fallimento e tuttavia sul tavolo senza che nessuno dei partner della maggioranza dica niente. È vero: chissà come sarà la situazione tra 20 giorni, chi può dire che l’Ucraina, malgrado il sostegno atlantico (ma sembra con sempre minore convinzione di Parigi e Berlino), sarà ancora in piedi malgrado l’inferno scatenato in questi giorni da Putin.

E tuttavia, comprensibilmente, come riferiscono fonti parlamentari, Draghi «ne ha le scatole piene» preoccupato non tanto per la tenuta del suo governo quanto per l’esibizione meschina delle troppe smagliature a opera di due segretari di partito come Salvini e Conte. 

Da parte sua il Pd, cioè il vero e unico puntello del governo, non perde occasione per bastonare il leader leghista, ma questa linea fa sorgere una domanda: perché prendersela sempre con il capo leghista ma al tempo stesso mantenere il silenzio sull’alleato strategico di Salvini, cioè l’avvocato, che ha in serbo non una cialtronata ma un’arma più seria, una mozione che può produrre seri danni a Draghi? 

Sono i misteri del Nazareno, ove ancora restano i due pesi e le due misure per valutare Lega e M5s, gemelli siamesi nel populismo e nell’antiatlantismo.

Intanto Draghi, da vero statista, è riuscito a far passare la sua linea a un vertice europeo difficile, lungo, faticoso, nel quale si è dovuto lavorare a mediazioni complesse con paesi come l’Ungheria e la Repubblica Ceca, riottosi ad adottare decisioni importantissime contro il regime di Mosca. «Sul funzionamento del mercato dell’energia e sui prezzi alti siamo stati accontentati. 

La Commissione ha ricevuto ufficialmente mandato per studiare la fattibilità del price cap», ha detto il premier. Il risultato politico che esce da Bruxelles è persino storico, l’embargo del petrolio russo al 90%. È una botta seria a Putin, i cui effetti si vedranno «a partire da quest’estate», ha spiegato il premier di fatto annichilendo la propaganda del Cremlino e dei suoi seguaci anche nostrani secondo i quali le sanzioni non sarebbero minimamente efficaci. 

Le sanzioni fanno male. Aver superato con compromessi accettabili il veto di Viktor Orbàn è stato un capolavoro politico-diplomatico. Dopodiché Mario Draghi è perfettamente consapevole degli effetti negativi che il quadro internazionale e la guerra di Mosca sta producendo sull’economia: «Il governo finora ha speso già circa 30 miliardi proprio per mitigare l’effetto dei prezzi dell’energia sulle famiglie più vulnerabili e c’è stato un intervento anche sulle imprese», le risorse ci sono, finora «siamo stati bravi a trovarle nel bilancio, spero che continueremo a essere bravi». L’Italia c’è, c’è in prima fila. Draghi non si smuove dal suo impegno a fianco di Kiev e va avanti. Ragazzacci fastidiosi permettendo.

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