Eco-turismo in IraqLa rinascita delle paludi mesopotamiche nel segno della sostenibilità

Nella zona di Hammar, in Iraq, la non-profit “Un ponte per” sta costruendo un villaggio ecosostenibile che rifiuta i principi del turismo di massa e mira a creare 400 posti di lavoro in un’area devastata dalla guerra (prima), dalla siccità e dall’inquinamento (dopo). Così sta risorgendo la culla della civiltà

Wikimedia Commons

Un villaggio tradizionale, costruito secondo le antiche tecniche locali, per contribuire alla rinascita delle paludi mesopotamiche, dal 2016 patrimonio Unesco, culla della civiltà sumerica e, potenzialmente, meta d’eccellenza in un Iraq che sta cercando di rilanciarsi anche turisticamente dopo gli anni bui e le conseguenze della guerra. 

L’iniziativa è dell’associazione romana “Un ponte per”, che nacque proprio in occasione del primo conflitto contro l’Iraq, nel 1991, e da allora continua a seguire le vicende del Paese, insieme ad altre situazioni di crisi. È lunga e travagliata la storia delle paludi tra il Tigri e l’Eufrate, un raro caso di paesaggio acquatico nel mezzo del deserto, con una ricca fauna selvatica e antichissimi insediamenti umani in perfetta simbiosi con l’ambiente.

L’area, composta principalmente dalle paludi Central, Hawizeh e Hammar, rappresentava il più grande ecosistema di zone umide dell’Eurasia occidentale: ospitava milioni di uccelli ed era una zona di sosta per molti altri uccelli migratori, tra cui fenicotteri, pellicani, alzavole e aironi dalla Siberia in viaggio verso l’Africa. 

Il suo prosciugamento, iniziato negli Anni ‘50 e proseguito negli Anni ‘70 per aprire nuovi terreni all’agricoltura e all’esplorazione petrolifera, ha avuto un’accelerazione tra gli Anni ‘80 e la fine dei ‘90 durante la presidenza di Saddam Hussein. La colpa è stata anche della massiccia costruzione di dighe e canali allo scopo di allontanarne gli abitanti, musulmani sciiti ribelli alla dominazione sunnita. 

Nel 2003, al momento del rovesciamento del regime, le paludi erano ridotte al 10% della loro dimensione originale. Negli anni successivi, tuttavia, l’anarchia in cui a lungo si è trovato a vivere il Paese ha paradossalmente contribuito alla loro rinascita. Gli abitanti sono tornati, hanno distrutto dighe e sovrastrutture e ripristinato l’aspetto e le caratteristiche dei luoghi. 

Nel 2006, il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente ha potuto annunciare che l’area palustre era tornata al 58% delle dimensioni che aveva tra il 1973 e il 1976. Più grande, ma non ancora salva. Oggi, infatti, altri pericoli minacciano le paludi mesopotamiche: Turchia, Siria, Iran e, in misura minore, Iraq, deviano l’acqua dal Tigri e dall’Eufrate per l’agricoltura e le città; nuove dighe sono state costruite a monte; il colera è ricomparso. E come se non bastasse, la siccità del 2009 e l’inquinamento domestico e industriale permanente hanno aggravato ulteriormente la situazione. 

Ciononostante restano un luogo unico, caratterizzato anche dalla tipologia abitativa tradizionale che si adatta perfettamente all’habitat e usa materiali reperibili in loco come giunchi e limo. Da non dimenticare lo stile di vita degli abitanti delle paludi, legati da un rapporto simbiotico e totalmente sostenibile con il loro ambiente naturale.

Ne è rimasto folgorato fin dalla sua prima visita in Iraq, nel 2013, Toon Bijnens, 35 anni, belga, storico di formazione, che ha già collaborato al progetto “Save the Tigris”, una rete di attivisti e attiviste ambientali della Mesopotamia, e che oggi è coordinatore del progetto “Sumereen” della già menzionata associazione “Un ponte per”. 

L’iniziativa, finanziata dalle Nazioni Unite e dall’Unione europea, sta avviando un sistema di salvaguardia ed eco-turismo per gli antichi siti archeologici sumeri e la zona umida delle paludi irachene.

«Un paradiso del genere – si chiede Toon Bijnens – come ha potuto sopravvivere alle guerre, ai bombardamenti, agli sversamenti di materiali tossici di ogni tipo? Mi pare incredibile che le paludi siano entrate a far parte del patrimonio dell’Unesco solo nel 2016. Sono uniche. Hanno una propria cultura, usi, costumi e tradizioni sumere antichissime, circa 5.000 o 6.000 anni di storia. Ed è questo ciò che ci piacerebbe preservare. Vorremmo che gli anziani tramandassero i mestieri tradizionali ai giovani. Purtroppo, i tristi eventi che il Paese ha attraversato negli ultimi 40 anni hanno messo a rischio questo ecosistema e la sua stessa sopravvivenza».

«Con “Sumereen” ci proponiamo di contribuire alla conservazione del patrimonio mesopotamico, attraverso la costruzione di un intero ecovillaggio nelle paludi di Hammar, completamente in materiali ecologici, seguendo i saperi tradizionali. Il primo del suo genere in Iraq. Inoltre, lavoriamo allo sviluppo e alla conservazione del sito archeologico di Ur, con l’avvio di un tour turistico sostenibile. La grande Ziqqurat è ancora lì, in piedi dopo quattro millenni e ora si può ammirare in totale rispetto del luogo grazie a un sistema di passerelle che abbiamo predisposto per proteggerne le superfici», ha aggiunto il coordinatore del progetto. 

“Sumereen” vuole contribuire anche alla conservazione e allo sviluppo dell’artigianato tradizionale, offrendo corsi di formazione professionali ai giovani per la produzione di barche per attraversare la palude, di case costruite interamente con le canne, di tappeti e degli ottimi dolci derivati dai datteri. Molti visitatori sono interessati all’acquisto di souvenir provenienti dalla zona, come tappeti, ceramiche, cesti di canna, modelli di barche, formaggio, datteri e altri oggetti.

«Il nostro obiettivo – chiarisce Toon – non è il turismo di massa, con grandi resort, multinazionali e gruppi finanziari. Non ci interessa. I siti del patrimonio sono precari, perciò i flussi di visitatori devono essere regolati. In questo senso parliamo di eco-turismo. La creazione di posti di lavoro è uno degli obiettivi più urgenti in Iraq, dove il numero di disoccupati è altissimo. 

Ma vogliamo che questa esigenza si armonizzi con la conservazione del patrimonio naturale e culturale, quindi puntiamo a un numero di visite che possa sostenere la conservazione dei siti con profitti adeguati per la comunità locale. L’ecovillaggio funzionerà quindi come una sorta di primo villaggio modello ecosostenibile, costruito e gestito dalla comunità nativa del luogo, all’interno delle stesse paludi, circondato da nient’altro che acqua, canneti e bufali».

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