Farsi riconoscere Come i giornali stranieri raccontano la propaganda filorussa nei media italiani

Le Figaro, Le Monde, El País, Politico, Guardian, Reuters e altri quotidiani di tutto il mondo hanno scritto della presenza di opinionisti alquanto discutibili nella tv di casa nostra, l’unica che dà spazio ai funzionari del governo di Vladimir Putin

Lapresse

«Nei salotti televisivi italiani non è raro trovare personalità vicine alle posizioni del Cremlino, determinate a difendere la politica di Vladimir Putin». Un articolo del Figaro di domenica scorsa denuncia le cattive abitudini dei palinsesti italiani, che da quando è iniziata l’invasione dell’Ucraina danno sempre più spazio alla propaganda russa: «Per aumentare l’audience – si legge nell’articolo – gli studi non esitano a chiamare relatori molto vicini al Cremlino».

Il primo nome citato è ovviamente quello di Alessandro Orsini, presentato come ricercatore specializzato in sociologia del terrorismo e docente alla Luiss di Roma, di cui vengono ripresi alcuni dei virgolettati più agghiaccianti – non c’è bisogno di citarli ancora – e dell’eccessiva disponibilità di Bianca Berlinguer nel lasciarlo parlare a ruota libera.

Le Figaro è solo l’ultimo quotidiano straniero, in ordine cronologico, a criticare i salotti televisivi italiani.

«Fino a poco tempo fa, Alessandro Orsini era solo un personaggio secondario, uno di quegli esperti intercambiabili – e più o meno seri – che popolano i set dei talk show politici italiani», scrive il Monde. «Con la sua voce morbida e lo sguardo da eterno studente un po’ sognante, con l’invasione dell’Ucraina Orsini è diventato una star. Come? Andando oltre: ha difeso la politica russa attraverso la denuncia della Nato e di ogni forma di aiuto all’Ucraina, il tutto in nome del non allineamento e del pacifismo. Dall’inizio della guerra, e più volte al giorno, le sue critiche si sono concentrate su Kiev e su coloro che cercano di aiutare l’Ucraina».

Orsini non è l’unico protagonisti filoputiniani delle emittenti italiane: nel mirino dei quotidiani stranieri c’è ovviamente anche l’intervista del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, andato in diretta con traduzione simultanea su Rete 4.

In quell’intervista Lavrov ha avuto l’opportunità di dare forza alla retorica russa sulla guerra in Ucraina, di sostenere le forze armate del suo Paese che «hanno attaccato esclusivamente le infrastrutture militari», di inventare che «gli orrori commessi nella città di Bucha sono stati una messa in scena», e che l’Ucraina è governata da personalità vicine al nazismo. Poi alla domanda se il presidente ucraino Volodymyr Zelensky fosse ebreo, Lavrov ha risposto: «Potrei sbagliarmi, ma anche Hitler aveva origini ebraiche». E nessuno a ribattere da studio.

Rimanendo in Francia, Liberation descrive una «onnipresenza di ospiti pro-Putin» nelle tv italiane. Poi cita il politologo filo-Cremlino Dmitry Kulikov, intervenuto in diretta su La 7: «Voi siete gli unici a invitarci», ha ammesso riferendosi alle tv italiane. E ci mancherebbe.

Il quotidiano francese spiega che i sostenitori di Vladimir Putin hanno un tavolo aperto sui talk show televisivi transalpini – transalpini dalla prospettiva francese – e che i loro commenti spesso oltraggiosi inondano i talk show. A volte anche in modo esasperato e oltraggioso: «Dovremmo inviare a Torino un missile nucleare Satan», aveva detto la giornalista russa Yulia Vityazeva dopo la vittoria dell’Eurovision Song Contest da parte della Kalush Orchestra.

«Da Nadana Friedrichson, giornalista del canale televisivo Zvezda (che dipende dal ministero della Difesa russo) a Piotr Fedorov del Vgtrk, gruppo mediatico statale russo, passando per il popolare presentatore Vladimir Soloviev, il propagandista più famoso del Cremlino, i difensori della causa di Putin hanno spesso una poltrona, via Skype, negli infiniti talk show dei canali pubblici o privati italiani», nota Liberation.

La propaganda del Cremlino nella tv italiana è ormai un tema di discussione che va oltre i confini nazionali. In Spagna El País nota la distanza tra le posizioni dell’Unione europea – con la Commissione che oscura l’agenzia Sputnik e l’emittente Russia Today – e quelle dell’Italia. Mentre El Confidencial dà peso alla condiscendenza con cui Giuseppe Brindisi su Rete 4 ha salutato Lavrov dopo il suo intervento, con quel «Buon lavoro, ministro» che è sembrato un po’ fuori luogo mentre il suo Paese invade la vicina Ucraina con carrarmati, droni e soldati.

«Qualsiasi giornalista vorrebbe intervistare Lavrov o la sua portavoce, Maria Zajarova, ma giornalismo e propaganda dovrebbero essere diversi: qui è stata consentita una grossolana manipolazione della verità, senza contraddittorio», si legge sul quotidiano spagnolo.

Tutti hanno notato che i programmi italiani in prima serata danno regolarmente spazio a ospiti indecenti – consiglieri di Putin, giornalisti della tv di Stato russa, funzionari pubblici – che portano argomentazioni a favore dell’invasione o ripetono le solite fantasie del Cremlino.

E non solo. Quando a metà marzo i missili russi hanno colpito una centrale nucleare ucraina, Marc Innaro, corrispondente da Mosca per la Rai, ha parlato di «incendio scoppiato dopo un sabotaggio», cioè la stessa pista seguita dall’agenzia statale russa Tass. In quegli stessi giorni, su Rete 4 l’idealogo del Cremlino Alexander Dugin spiegava in un buon italiano che l’invasione di Putin è una «guerra di valori, una guerra spirituale».

È per questo che Politico, in un articolo pubblicato a fine maggio diceva che la Russia può considerare l’Italia come il ventre molle della sua macchina propagandistica: «La tendenza attuale va oltre gli storici legami del Partito comunista con l’Unione Sovietica ai tempi della Guerra Fredda, è probabilmente anche il risultato di un modello televisivo ormai marcio, e di un certo tipo cultura del dibattito pubblico che ha dominato il Paese da quando l’ex primo ministro Silvio Berlusconi (per inciso fino ad ora arcirussofilo) ha fondato il suo impero dei media in primi anni ’80», si legge nell’articolo.

Tutti i quotidiani e gli opinionisti, all’estero, evidenziano un grande bias del giornalismo e dei talk show televisivi del nostro Paese: confondere il pluralismo con la parità di trattamento di tutte le opinioni nello spazio pubblico. Il pluralismo e la libertà di parola sono fondamentali per la democrazia, ma la democrazia richiederebbe una verità basata sull’evidenza.

«L’ Italia è vista come un potenziale cavallo di Troia per la disinformazione del Cremlino», scrive Politico. «Anche durante la pandemia l’obiettivo della Russia era di dare l’impressione che le strategie di Pechino e Mosca fossero più efficaci contro il virus rispetto alla democrazia occidentale».

Anche il quotidiano britannico Guardian aveva ripreso l’argomento nella prima metà di maggio, partendo dall’indagine del Copasir, la commissione parlamentare per la sicurezza dell’Italia, scattata dopo le proteste per l’intervista al ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov su Rete 4. Lo stesso aveva fatto l’agenzia internazionale Reuters, ricordando che «l’Italia non ha tradizione di interviste televisive aggressive con i politici».

Alcuni esperti e opinionisti dotati di buon senso hanno iniziato a rifiutare le partecipazioni a questi talk show, un piccolo gesto di protesta contro lo spazio dato alla propaganda russa. Nathalie Tocci, numero uno dell’Istituto per gli affari internazionali dell’Italia, aveva rifiutato di partecipare a un programma perché uno degli ospiti era un funzionario dal ministero della Difesa russo: «Non sono disposta a diventare complice della disinformazione», era stata la sua spiegazione. Un segnale di speranza, sorpassato a destra da chi si fa guidare dalla propaganda del Cremlino nel pieno di una guerra voluta da Vladimir Putin.

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