Delegazioni antiolimpicheGli ambientalisti si uniscono alle proteste contro Parigi 2024

Gli attivisti che chiedono lo stop ai cantieri dei Giochi parigini non hanno intenzione di fermarsi, anche perché galvanizzati da vittorie precedenti: è proprio grazie all’opposizione degli abitanti che, nella città di Aubervilliers, le costruzioni di un solarium e di un centro fitness per le Olimpiadi sono state sospese perché «incoerenti» con gli obiettivi ecologici della regione

Gli attivisti guardano il cantiere del Village des Médias sull'Aire des vents

Un “Incontro antiolimpico internazionale” si è tenuto un mese fa nella Seine-Saint-Denis, banlieue a nord-est di Parigi, dove abitanti e collettivi si oppongono a diversi cantieri legati alle Olimpiadi di Parigi 2024, in nome dell’ambiente e della biodiversità. Gli attivisti locali hanno incontrato i protagonisti delle lotte antiolimpiche passate e future, per unire le forze. 

Sono le undici di domenica mattina quando gli attivisti cominciano a varcare l’entrata del 27 Aire des vents, terreno di ventisette ettari situato ad est del Parco Georges-Valbon, il più grande della Seine-Saint-Denis. Alcuni muniti di biciclette, altri con la voglia di sgranchirsi un po’ le gambe, si sono dati appuntamento qui per una ragione ben precisa. In programma, una passeggiata attraverso quest’area verde, di cui sette ettari sono però oggi inaccessibili perché occupati da altissime gru che spuntano da dietro le recinzioni. 

Qui, tra meno di due anni sorgerà il Village des médias, una struttura di 700 alloggi destinata ad accogliere fino a duemila giornalisti durante tutta la durata dei Giochi olimpici e Paraolimpici, ossia non più di trenta giorni. Poi, il numero degli alloggi passerà a 1300 e l’Aire des vents accoglierà un nuovo quartiere. O meglio, una “città-giardino del XXI secolo”, come la presenta la Solideo, la Société de livraison des ouvrages olympiques (Società di consegna dei lavori olimpici). 

Una scelta “insopportabile” per molti abitanti della zona, per i quali amputare questo “polmone verde” – in un territorio già teatro di cantieri nell’ambito del Grand Paris express (una nuova rete di trasporti tra Parigi e le città circostanti), dove in alcune città gli spazi verdi sono molto inferiori ai 10 m2 pro capite raccomandati dall’Oms – non è altro che un “ecocidio” ai danni del clima. Un ecocidio causato tra l’altro dai Giochi olimpici presentati come tra i più rispettosi dell’ambiente

“Davide contro Golia”
Sfidando il vento che scuote l’erba alta dell’Aire des Vents, come annuncia il nome che significa proprio “Area dei venti”, gli attivisti cominciano il loro cammino. In prima fila, in una camicetta rossa sgargiante, Valérie tiene saldamente in mano un microfono e spiega quel che si vede intorno, o piuttosto quel che non si vede. Dopo pochi metri, i visitatori si imbattono in un lungo muro dietro al quale si nascondono i cantieri. 

«L’Aire des vents è considerata un corridoio ecologico, ossia una riserva che fa da ponte per la circolazione della biodiversità tra il Parco Georges-Valbon e altri spazi verdi della zona. Invece, ora al suo posto ci sarà un muro. La sua importanza ecologica è stata denigrata e l’area è stata ridotta ad una risorsa fondiaria. È irresponsabile», protesta Valérie, che fa parte del collettivo cittadino Notre parc n’est pas à vendre (Il nostro parco non si vende). 

Secondo lei, i rischi sulla biodiversità sono molteplici: «Il Village des Médias, e più tardi il quartiere, sarà molto vicino a una delle aree del parco a più forte valore ecologico, il Vallon ecologique, che accoglie due specie animali protette, il rospo calamita e il tarabusino (uccello simile all’airone, ndr), che hanno permesso la classificazione del parco come sito Natura 2000. Immaginate quando ci sarà il nuovo quartiere: l’aumento dell’inquinamento acustico, luminoso e il traffico a un metro da lì sconvolgeranno tutto l’equilibrio. Si tratta di circa mille rospi la cui vita è in pericolo». 

Proseguendo oltre l’Aire des vents, si incontra un altro cantiere. Si tratta del Terrain des essences (Terreno delle benzine), antico deposito di idrocarburi che il dipartimento della Seine-Saint-Denis vuole bonificare per accorpare i suoi tredici ettari al Parco Georges-Valbon, e così compensare la perdita di una parte dell’Aire des vents. Ma per Valérie, «la perdita non può essere compensata» perché il terreno avrebbe dovuto essere bonificato. Una bonifica le cui modalità e rapidità suscitano tra l’altro diversi dubbi tra le associazioni. 

Lo scorso anno, alcune associazioni ambientaliste si sono quindi rivolte alla Corte d’appello amministrativa di Parigi, riuscendo a far sospendere i lavori sull’Aire des vents per tre mesi. Ma a metà luglio, i lavori sono ripresi in seguito al rigetto, da parte della Corte, dei ricorsi dei cittadini. Stéphane Troussel, presidente del consiglio dipartimentale della Seine-Saint-Denis, aveva ringraziato su France Bleu questa decisione che “riconosce che il progetto è utile e che tutte le procedure, in particolare in merito alle esigenze ecologiche, sono state rispettate”. 

Ma Valérie e gli altri continueranno ad opporsi al progetto, perché gli esempi di vittorie non mancano. È proprio grazie all’opposizione degli abitanti che, nella città di Aubervilliers, la costruzione di un solarium e di un centro fitness per i Giochi olimpici è stata sospesa dalla stessa Corte perché “incoerente” con gli obiettivi ecologici della regione. 

Troppo tardi però, visto che mezzo ettaro dei sette che compongono i Jardins ouvriers d’Aubervilliers, dei giardini popolari coltivati dagli abitanti e parte integrante della città dal 1935, sono già stati distrutti. Laure, membro del collettivo per la protezione dei giardini, è venuta all’Aire des vents per sostenere anche questa battaglia. 

L’anno scorso ha partecipato all’occupazione dei giardini, durata quattro mesi, e li ha visti poi distruggere con i suoi occhi: «È stato traumatizzante vedere tutti quegli alberi, tutto quello che avevamo piantato, venire distrutto in 24 ore dai bulldozer. La nostra è stata una battaglia per i giardini, ma anche per la natura e gli esseri viventi. La giustizia ha dimostrato che avevamo ragione, che la distruzione dei giardini è stata un ecocidio. Ora speriamo che questa vittoria faccia giurisprudenza per le altre battaglie». 

Una vittoria che dimostra che «Davide può vincere contro Golia», secondo il collettivo, che spera di potere un giorno, dice Laure, «ripiantare i giardini!». Sebbene, per il momento, la zona distrutta sia destinata a diventare un giardino paesaggistico inaccessibile al pubblico. 

Parigi, Tokyo, Sochi: un’unica lotta per l’ambiente
Ad accompagnare gli abitanti della Seine-Saint-Denis ci sono anche dei volti nuovi. Gli abitanti e i collettivi della banlieue parigina non sono infatti i primi e non saranno neanche gli ultimi a battersi contro quella che chiamano la “macchina olimpica”. Per il weekend, i rappresentanti delle delegazioni “antiolimpiche” di Tokyo, Los Angeles, Amburgo, Rio de Janeiro, o della Catalogna, sono venuti qui, nel dipartimento più povero della Francia metropolitana, a condividere le proprie esperienze ed imparare dalle altre. 

Sven Daniel Wolfe, geografo all’Università di Losanna ed esperto di “mega eventi”, viveva con la sua famiglia a Sochi, città russa sulle rive del Mar Nero, quando, nel 2014, gli undici siti costruiti per i Giochi olimpici invernali hanno, tra l’altro, devastato il Parco Nazionale di Sochi e inquinato il fiume Mzymta, causando la scomparsa del salmone del Mar Nero dalle sue acque. 

«Ho visto il prima e il dopo», ci racconta Sven, che sembra ancora incredulo di fronte a tanta distruzione. «C’era un parco naturale protetto e immacolato. Hanno costruito un’intera città sulle montagne e diverse piste da sci. È difficile raccontare quello che hanno fatto. Prima delle Olimpiadi si poteva nuotare nel mare, dopo abbiamo cominciato a vedere onde di scorie chimiche nel fiume fino al mar Nero. I miei figli ci hanno sempre nuotato, ma dopo i Giochi hanno smesso perché era troppo pericoloso. È stato un incubo», conclude. In quanto esperto dei Giochi Olimpici, Sven è venuto a Parigi per condividere i suoi studi e dar così più credibilità alle lotte locali perché «Parigi è come un microcosmo di Sochi”, dice. 

Oltre alle esperienze passate, anche quelle future cercano opportunità di confronto. Maria, una giovane donna catalana, è partita dal suo paesino sui Pirenei Catalani per raccontare come lei e tanti altri abitanti della sua regione, riuniti in un collettivo chiamato Stop JJOO, si sono opposti alla candidatura della Catalogna ai Giochi invernali del 2030. 

In una zona sempre meno innevata a causa dell’aumento delle temperature dovuto alla crisi climatica, «i Giochi Olimpici seguono un modello ormai obsoleto. Il governo stesso ha condotto uno studio secondo il quale tra il 2030 e il 2050 le temperature aumenteranno di 1,8 gradi. Allora organizzare i Giochi Olimpici nel 2030 non è possibile, anche perché stanno già costruendo due nuovi laghi per produrre neve artificiale ed una pista da sci che passerà, in parte, lungo il Parco Naturale Cadí-Moixeró», spiega Maria, riferendosi ad una delle aree più ricche di flora e fauna della Catalogna. 

Lei ed altre cinquemila persone hanno allora dato vita alla «manifestazione più grande nella storia della lotta ai Giochi Olimpici», racconta con orgoglio. «Oggi siamo qui per spiegare come abbiamo fatto a riunire così tante persone, ma anche per imparare dalle vittorie ottenute qui. La lotta è uguale per tutti», aggiunge. Una lotta a volte vittoriosa, poiché la Spagna ha ritirato il 21 giugno la sua candidatura ai Giochi olimpici 2030, pur non citando tra le ragioni il loro impatto ambientale.