Doppio turno alla populistaLe elezioni in Francia hanno scalfito il mito del sistema maggioritario

Macron è costretto a racimolare voti a destra e sinistra per governare. Il ballottaggio non ha impedito l’affermazione di un bipopulismo che sfiora il cinquanta per cento

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Il mito delle virtù salvifiche del maggioritario a doppio turno è stato dissolto come neve al sole domenica scorsa in Francia, sua patria d’elezione. Ha resistito per ben 64 anni, da quando Charles de Gaulle l’ha imposto nella convinzione che «deve aiutare una nazione così divisa come la nostra al raggruppamento delle opinioni».

Due i pilastri su cui si reggeva il mito del maggioritario: produce stabilità dell’esecutivo e punisce e riduce al minimo la rappresentanza delle ali estreme di destra di sinistra. In Francia però, domenica scorsa, il maggioritario a due turni ha prodotto esattamente l’opposto: un esecutivo instabile come non mai, senza maggioranza parlamentare, costretto a elemosinare voti a destra e a manca per ogni legge e riforma e una rappresentanza parlamentare dell’estrema destra come della estrema sinistra mai vista nella storia della quinta Repubblica.

La prova provata dell’inconsistenza del valore salvifico di un sistema elettorale piuttosto che un altro. Nessun sistema elettorale può impedire l’affermazione di un bipopulismo di destra e di sinistra che sfiori il 50 per cento dei voti. L’opportunità di un sistema elettorale che produca stabilità governativa e una dose congrua di rappresentanza va valutata fase storica per fase storica, non può essere considerata un dogma di fede. Questa è la lezione del voto francese.

La controprova viene dalla tenuta sia del sistema iper maggioritario inglese sia di quello proporzionale misto a maggioritario tedesco, sia di quello proporzionale spagnolo che reggono e danno stabilità solo e unicamente perché hanno come baricentro la tenuta dei grandi partiti storici.

Là dove questi entrano in crisi e scompaiono – ed è stato proprio Macron ad averli ridotti ai minimi termini in Francia – non c’è sistema maggioritario che riesca a contenere la pressione dei partiti populisti di destra e di sinistra.

Lezione che sarebbe bene apprendere in Italia nella lunga vigilia per il voto delle politiche dell’anno prossimo nel quale il pasticciato semi maggioritario del Rosatellum vedrà confrontarsi due coalizioni l’una più fittizia dell’altra, tenute insieme solo e unicamente dal meccanismo elettorale, senza una base programmatica comune e destinate a dividersi dopo il voto come è sempre immancabilmente accaduto, a destra come a sinistra, dal 1994 a oggi, 28 lunghissimi anni.

Ma non c’è solo questo nel voto francese: la débâcle del maggioritario in Francia si accompagna anche alla constatazione che il presidenzialismo alla francese – per tanti anni mito del dibattito politico italiano – regge e dà eccellenti frutti anch’esso solo in un contesto di fatto bipolare tra gollisti e socialisti.

Quando Macron nel 2017 ha fatto saltare la presa elettorale degli uni e gli altri, il suo progetto ha retto per un quinquennio sull’onda del momento. Ma il suo partito liquido, non radicato sul territorio, unito solo dal suo appeal personale ha perso poi ogni elezione a cui si è presentato, non ha avuto corpo e infine oggi viene messo in minoranza azzoppando pesantemente il suo leader proprio nel momento in cui ha più bisogno di presentarsi in Europa con il controllo pieno del suo Paese.

Ed è fonte di soddisfazione, per noi italiani, leggere sulla stampa francese lo smarrimento corale per il contemporaneo crollo del mito del presidenzialismo e del maggioritario con conseguente declino dell’arroganza gallica nei confronti dell’instabilità politica nostrana.

Per la prima volta da 68 anni, dunque, il potere decisionale francese si parlamentarizza e non manca chi constata un ritorno ai riti della Quarta Repubblica, iper parlamentarista.

Dopo il voto, l’Assemblée Nationale non può più essere agli ordini della presidenza o del governo (come comunque era durante le due “coabitazioni”) e diventa per il prossimo quinquennio la sede obbligata in cui il capo dello Stato, titolare solo della politica Estera e della Difesa, dovrà raccattare voti per ogni singola legge, a partire da quelle urgentissime contro il caro vita, innanzitutto dai neo gollisti dei Républicains (che hanno nettamente rifiutato di formare una coalizione di governo col partito di Macron) e poi forse anche dal piccolo gruppo dei socialisti.

Questi ultimi si sono fatti eleggere dalla Nupes di Jean Luc Mélenchon ma rimangono riformisti e rifiutano il suo estremismo populista. Il combinato disposto di queste trattative complesse e continue obbligherà Emmanuel Macron a un posizionamento centrista. La stessa Marine Le Pen, peraltro, in un incontro diretto con Emmanuel Macron all’Eliseo, ha detto di essere disposta a votare alcuni provvedimenti se concordati col presidente. Ennesima prova di un netto spostamento al centro del suo Rassemlement National alla ricerca di un riconoscimento istituzionale.

Infine, ma non per ultimo non si può non prendere atto del fatto che tutto questo terremoto francese politico-istituzionale è conseguenza del tracimare della crisi sociale dentro le istituzioni. Prodromo di quanto potrà forse accadere in Italia tra un anno.

Il successo elettorale e di seggi di Marine Le Pen e di Jean Luc Mélenchon è l’evidente conseguenza della loro capacità di farsi interpreti del disagio sociale diffuso in Francia, che peraltro si è anche espresso in un netto rifiuto della politica col 54% di astensione.

Più ancora di Jean Luc Mélenchon, poi, Marine Le Pen ha impostato la sua campagna elettorale sulla crisi del potere d’acquisto e su programmi più che concreti abbandonando i temi identitari e ideologici e le stesse critiche all’Europa (che hanno portato al fallimento Èric Zemmour) tipici del Front National. Questo, in un Paese nel quale i temi legati alla guerra in Ucraina sono stati solo al sesto posto tra le preoccupazioni dei francesi. Al primo posto, appunto, il caro vita, poi la disoccupazione, poi l’immigrazione, poi il cambiamento climatico.

Non stupisce quindi che i suoi nuovi 89 parlamentari (erano 8 nella legislazione precedente) siano stati eletti nelle regioni caratterizzate da deindustrializzazione e alta disoccupazione del nord e del sud, nei borghi e nella grande provincia.

Come sempre in Francia, la provincia contro Parigi.