L’identikit di chi ha bisognoChi sono i nuovi poveri in Italia, che lavorano ma non arrivano a fine mese

La situazione peggiore riguarda le donne straniere con figli a carico: per loro il rischio di finire sotto la soglia dell’indigenza è concreto. Sostenere il loro salario sarebbe la scelta migliore, senza dubbio preferibile a quella dei sussidi e dei redditi di cittadinanza

Cecilia Fabiano/ LaPresse

Il principale problema nel mondo del lavoro italiano, sembra banale dirlo, ma non è così, è la mancanza di occupazione.

Ha senso ribadirlo in un momento in cui si parla solo di chi lavoratore lo è già, gli insider, piuttosto che dei tanti, troppi, che non lo sono mai stati o lo erano e hanno perso il proprio impiego, cioè più del 40% della popolazione con l’età per essere occupata.

Tuttavia questo non vuol dire che le condizioni di chi ha una busta paga non debbano essere analizzate, che non vi si debba porre attenzione. Tra l’altro questo serve anche a capire una parte delle cause per cui l’inattività è così alta.

Alla base della richiesta di un salario minimo, che sia motivata o meno alla luce della presenza dei CCNL, vi è la condizione di coloro che pur avendo un lavoro sono vicini alla soglia di povertà, ovvero hanno un reddito disponibile che non supera il 60% di quello mediano.

In Italia erano il 10,8% nel 2020, in leggero calo rispetto agli anni precedenti al Covid solo a causa del fatto che molti di costoro, proprio a causa della pandemia erano usciti dalla forza lavoro. Si trattava comunque della percentuale peggiore in Europa dopo quella di Spagna e Romania.

Viene spontaneo pensare che se il tasso di occupazione fosse lo stesso che altrove questa proporzione sarebbe ancora più alta. Che impiego troverebbero coloro che oggi sono inattivi, con competenze decisamente minori della media?

Anche per questo le strategie per incrementare il numero dei lavoratori non possono prescindere dalla questione dei salari, o, meglio ancora, dei redditi di questi.

Ma chi sono quindi quelli che non riescono ad arrivare alla fine del mese pur essendo occupati? Per capirlo realmente dobbiamo distinguere in base all’origine delle persone, al luogo di nascita.

È qualcosa che si considera poco quando si parla di salari, e molto di più quando sotto la lente sono altri fenomeni, ma essere italiani o stranieri comunitari o extracomunitari conta moltissimo.

Tra chi è nato al di fuori della Ue la probabilità di essere poveri pur lavorando è altissima: è del 25,2%, circa tre volte che tra gli italiani (8,8%), e superiore a quella che riguarda gli immigrati da Paesi dell’Unione (solitamente Romania), 18,6%.

È un divario che in Spagna è anche più forte, mentre è inferiore in Germania, Francia o nei Paesi Bassi, pur essendo ben presente.

Non solo, tali enormi differenze diventano ancora più grandi tra le donne. Le lavoratrici italiane a rischio povertà sono relativamente poche, il 6,7%, forse perché quelle che, occupandosi, guadagnerebbero poco preferiscono non lavorare, mentre tra le extracomunitarie, che spesso non possono scegliere se cercare un impiego o meno, raggiungono il 25,1%

Dati Eurostat

In questo aspetto, i divari tra le donne di diversa origine, l’Italia spicca. Solo in Spagna e a Cipro le disuguaglianze sono maggiori, di poco.

Dati Eurostat

Comincia a formarsi l’identikit del lavoratore povero, con un salario troppo basso per vivere dignitosamente. È spesso donna e straniera, ma è anche madre, considerando che è a rischio di povertà ben il 20,8% degli occupati single con figli a carico, che sono più spesso di genere femminile, come sappiamo.

Dall’altro lato dello spettro vi sono coloro che vivono in un nucleo familiare composto da una coppia e non hanno prole. In questo caso il tasso potenziale di indigenza scende al 5,8%.

È interessante osservare come nel tempo i single, con o senza figli, siano diventati più poveri di coloro che sono in coppia. Probabilmente questo ha a che fare con il lieve incremento dell’occupazione nell’ultimo decennio.

In questo caso è presente una profonda disuguaglianza anche in Germania, ed è decisamente più alta che in Francia, dove il welfare familiare è da sempre particolarmente forte.

Dati Eurostat

Conta però anche il tipo di contratto, e non stupirà nessuno scoprire che si rischia di finire sotto la soglia di povertà con più probabilità se si è stati assunti a tempo determinato.

Nel 2019 per gli uomini con contratto a termine questa possibilità era del 24,4%; per le donne del 20,2%. Il crollo del 2020 di queste percentuali è unicamente dovuto, così come già detto, all’uscita dal mercato del lavoro di una larga parte degli occupati più precari, un chiaro effetto ottico: non erano più a rischio povertà semplicemente perché erano disoccupati. Maggiormente al riparo dai pericoli coloro che hanno un contratto permanente.

Dati Eurostat

Coerente con i dati sulle origini dei lavoratori sono quelli sull’istruzione. Fermarsi alla terza media, come fanno spesso gli stranieri che giungono in Italia, triplica il pericolo di povertà rispetto a coloro che si laureano. E non solo nel nostro Paese.

Dati Eurostat

Vi sono ampie differenze anche rispetto ai diplomati. Studiare rende, insomma, e già questa è una notizia. Viene confermato che migliorare il capitale umano è una ricetta contro i bassi salari.

Non basta, però.

Sostenere i redditi di quelle donne e quegli uomini italiani e, spesso, stranieri e poco istruiti, con contratti precari e figli a carico, rappresenta una priorità. E da decenni siamo in un’epoca di coperte corte in cui avere priorità è particolarmente importante.

Questo sostegno può avere luogo sia imponendo stipendi dignitosi, sia con un welfare familiare finalmente degno a favore di chi è occupato, che prevenga tra l’altro anche l’allontanamento dal mondo del lavoro di queste persone.

Investire su di loro è meglio che doverle assistere con sussidi e redditi di cittadinanza.