The Americans Salvini, Trump, Meloni e il mondo impazzito ai piedi di Putin

Dai biglietti pagati dai russi al tentativo di colpo di stato a Washington, fino all’adesione al nazionalismo autoritario spacciato per atlantismo, nella realtà succedono cose talmente incredibili da lasciare increduli anche i fan della serie americana sugli agenti del Kgb a Washington. Sembra tutto normale, ma non lo è

L’ambasciata russa ha fatto sapere che, quando non impegnata a diffondere fregnacce e a minacciare i giornali italiani, offre anche un ottimo servizio concierge di prenotazioni voli da e per Mosca a disposizione di leader imbarazzanti come Matteo Salvini, il più scarso uomo politico ormai non più solo d’Europa ma anche di tutte le Russie. L’ambasciata non ha fornito dettagli su dove avrebbe pernottato il capo leghista se l’osceno viaggio non fosse saltato per manifesta indecenza, ma pare di capire che in questo periodo di sanzioni ci siano tariffe molto vantaggiose in un vivace hotel moscovita chiamato Metropol. 

In The Americans, la serie sulle spie del Kgb a Washington, gli uomini di Mosca nel cuore della capitale americana gestivano un’agenzia di viaggio, quindi deve essere proprio un’antica e raffinata tecnica delle rezidentura in giro per il mondo quella di farsi valere nel servizio prenotazioni dei biglietti. 

A rendere la vicenda ancora più tragicomica c’è che a svelare la questione dei voli di Salvini pagati in rubli dai russi, prima ancora della conferma dell’ambasciata a Roma, è stato il giornale La Verità, in russo Pravda, ovvero il quotidiano più incline a bersi e poi a diffondere tutte le più grandi panzane care ai russi su covid, vaccini, Nato e Ucraina. 

In un mondo normale, nel quale purtroppo non viviamo più da anni, Salvini sarebbe politicamente un leader radioattivo cui stare lontano dopo l’ennesima dimostrazione di inettitudine e da mettere ai margini innanzitutto del suo stesso partito. Invece non succederà niente, come non è successo niente dopo la figuraccia in Polonia orchestrata maldestramente dallo stratega del Papeete per far dimenticare una vita da groupie di Putin, per perdonare l’accordo politico siglato con il partito unico Russia unita e per evitare che tutti noi ci ricordassimo dell’adesione della Lega ai principi cardine della politica antioccidentale del Cremlino contro l’Unione europea e contro l’Alleanza atlantica, peraltro in condivisione strategica con l’ala grillina del populismo italiano.  

Mentre succedeva tutto questo, a Washington sono cominciate ad emergere le conclusioni della Commissione bipartisan sul tentato golpe trumpiano del 6 gennaio 2021, durante il quale sono morte cinque persone ed è stato sventato il linciaggio di alcuni parlamentari e addirittura del vice presidente di Trump, Mike Pence. 

Coordinati da Liz Cheney, la figlia dell’ex vicepresidente repubblicano Dick Cheney, non esattamente un pericoloso rivoluzionario di sinistra, i commissari hanno mostrato in aula i filmati con le testimonianze della manovalanza golpista dei Proud Boys e delle strategie dei vertici della Casa Bianca di Trump. È venuto fuori, con le parole dei protagonisti trumpiani, che l’allora presidente ha incitato i manifestanti ad assaltare il Congresso e ha giustificato davanti ai suoi collaboratori l’assalto violento dei rivoltosi i quali volevano impiccare Pence (che, ricordiamolo, era il suo vice). Secondo Trump, il suo vice si meritava di essere giustiziato, perché non ha impedito la proclamazione formale della vittoria elettorale di Biden del novembre 2020. 

Il ministro della Giustizia di Trump, quel William Barr cui il governo Conte mise a disposizione i nostri apparati di intelligence per scovare le prove di una bufala costruita dal Cremlino contro l’Ucraina (sì, tutto torna), ai membri della Commissione ha detto senza mezzi termini che la rivendicazione trumpiana di un furto elettorale di Biden era semplicemente «una stronzata». Anche la figlia di Trump, Ivanka, ha ammesso di non aver creduto alle bugie di papà e di essersi fidata fin dall’inizio delle parole di Barr, «una stronzata», anziché delle bufale che il presidente continua a spacciare anche in questi giorni.

Insomma, a Washington c’è stato un tentativo di colpo di stato organizzato da un Cialtrone in chief, successivamente salvato due volte dai suoi senatori dalle accuse di aver tradito gli Stati Uniti e di aver violato la Costituzione, peraltro dopo aver ricevuto un aiutino mica male dai russi per essere eletto nel 2016, come gli sceneggiatori di The Americans non avrebbero potuto immaginare nemmeno sotto effetto di sostanze psicotrope (anche in quel caso si è parlato di viaggi a Mosca con pernottamento al Ritz-Carlton e di fantomatici kompromat, materiali compromettenti, su Trump a disposizione di Putin).

Probabilmente non succederà niente neanche stavolta, Trump potrebbe ricandidarsi alle presidenziali e anche vincerle, con conseguenze disastrose per l’Ucraina e per l’Europa, e ovviamente anche per gli americani. 

In tutto questo, Giorgia Meloni passa per una leader seria e atlantista (certo, rispetto a Salvini e a Trump è facile), ma invece è una follower trumpiana, una seguace di Steve Bannon, ovvero dell’Alexander Dugin di Trump, e un’assidua frequentatrice del Cpac, il gruppo di reazionari e di illiberali che venerano Trump, invidiano Putin, detestano la democrazia liberale e difendono i golpisti del 6 gennaio. Senza dimenticare l’antica ammirazione meloniana per Putin, appena più sobria di quella del grottesco Salvini ma altrettanto sentita, e gli attuali baci e abbracci con Viktor Orbán, l’ambasciatore del Cremlino in Europa.

In un mondo normale, rieccoci a parlarne con nostalgia, Giorgia Meloni sarebbe considerata un pericolo pubblico per la democrazia e per l’Europa, non come una leader affidabile seriamente in corsa per guidare uno dei paesi fondatori dell’Unione.

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