Fine dei sovranismiLe nuove sfide globali dell’Ue richiedono il passaggio al modello federale

Nel ventunesimo secolo gli europeisti hanno creduto di scorgere l’occasione per cancellare le divisioni del continente in Stati-nazione. In vista delle elezioni europee del 2024 gli elettori devono poter scegliere tra l’alternativa di un modello di integrazione fondato su sovranità condivisa e primato del diritto europeo, e la conflittualità inevitabile fra interessi nazionali in un’Europa impotente

AP/Lapresse

Come sanno le nostre lettrici e i nostri lettori, l’Unione europea è stata chiamata ad affrontare nel ventunesimo secolo alcune sfide attese e preparate da tempo, come il passaggio dalle monete nazionali alla moneta unica, e altre in buona parte inattese.

Tra queste ci sono: il terrorismo di matrice islamica, la crisi dei debiti sovrani, l’aumento dei flussi migratori, gli effetti del cambiamento climatico, la società dell’intelligenza artificiale e soprattutto la trasformazione della società dell’informazione nella società che è stata chiamata 4.0 e si avvia ad essere 5.0, la pandemia, infine la guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina vissuta drammaticamente in tempo reale sui social al contrario delle altre numerose guerre che insanguinano il mondo.

In ognuna delle risposte date dall’Unione europea alle sfide del ventunesimo secolo gli europeisti hanno creduto di scorgere l’occasione – per qualcuno il rischio – per uscire dal metodo delle soluzioni emergenziali e avviare finalmente il passaggio verso la Federazione europea, la fine delle apparenti sovranità assolute e della divisione del continente in Stati-nazione.

Quante volte abbiamo sentito dire in occasione delle risposte emergenziali che ci saremmo trovati «a un passo dalla Federazione europea» o verso gli Stati Uniti d’Europa, ma abbiamo dovuto constatare ogni volta con rammarico che il potere di interdizione amministrativo, diplomatico, finanziario e politico dei potenti o prepotenti apparati nazionali aveva prevalso sul realismo pragmatico di chi riteneva che la capacità di governo del metodo federale sarebbe stata la migliore risposta all’anarchia del metodo confederale?

Il Trattato di Lisbona, nato dalle ceneri del cosiddetto trattato-costituzionale firmato dai vecchi e nuovi membri dell’Unione europea nell’ottobre 2004 a Roma, è stato la prova più evidente del potere di interdizione degli apparati nazionali, che hanno confermato il principio confederale che riconosce agli Stati la “proprietà dei trattati” e il potere di affidare o sottrarre all’Unione una parte delle competenze nazionali, concentrando di fatto – anche se non di diritto – nel Consiglio europeo dei capi di Stato o di governo la maggior parte delle decisioni.

Si è così rafforzato quello che Juergen Habermas ha chiamato il «federalismo degli esecutivi» che ha funzionato quando si è trattato di scegliere la via economicamente sbagliata dell’austerità come risposta alla crisi dei debiti sovrani ma è stato fortunatamente decisivo per dare una risposta all’emergenza della pandemia e poi dei suoi effetti economici e finanziari (aggravati dalle diseguaglianze create dieci anni prima dalle politiche di rigore e di austerità) ed è stato solo in parte decisivo nelle deboli sanzioni per cercare di frenare l’aggressività militare della Russia contro l’Ucraina.

Finita la fase del dialogo nella Conferenza sul futuro dell’Europa, il Parlamento europeo ha deciso il 9 giugno di accelerare il processo di revisione del Trattato di Lisbona indicando quelle parti che le sfide del ventunesimo secolo hanno mostrato in tutta la loro caducità. Ma affidandosi interamente al metodo apparentemente pragmatico sancito dai governi nello stesso Trattato di Lisbona, che mantiene intatto il principio confederale secondo cui si riconosce agli Stati “la proprietà dei trattati” e si lascia a loro il potere di decidere se affidare o sottrarre all’Unione europea delle competenze nazionali.

Noi naturalmente auspichiamo quanto segue: sulla convocazione della convenzione prevista dal Trattato di Lisbona (art. 48.2) come “procedura di revisione ordinaria” si raggiunga rapidamente una maggioranza nel Consiglio europeo, evitando la via della cosiddetta “procedura semplificata” che sarebbe privilegiata dalle diplomazie nazionali; che la convenzione esprima un consenso pragmatico sulle prime proposte formulate dal Parlamento europeo e poi sugli approfondimenti che saranno elaborati dalla commissione per gli affari costituzionali nonostante i dissensi manifestati nella Conferenza da alcuni governi e alcuni parlamentari nazionali; che il consenso che potrebbe formarsi nella Convenzione non venga poi “triturato” dal metodo diplomatico della Conferenza intergovernativa; che il progetto di revisione passi indenne dalle forche caudine delle ratifiche nazionali; che tutto ciò avvenga prima delle elezioni europee nel 2024 per mostrare alle opinioni pubbliche che l’Unione europea sarà dotata degli strumenti per intervenire in modo più efficace durante le crisi future.

Noi siamo anche convinti che le emergenze attuali possono essere affrontate e risolte sulla base dei trattati attuali. Per dotare l’Unione di un sistema di intelligence comune capace di assicurare la sicurezza interna, ma non solo. Anche per aggiornare la governance economica e monetaria garante del progresso sociale, per adottare e implementare una politica comune sui flussi migratori conforme al principio della solidarietà, per dotare l’Unione europea di un’autonomia strategica nel settore dell’intelligenza artificiale e per renderla più resiliente nella protezione della salute.

Siamo tuttavia convinti che i tre elementi fondamentali della sua autonomia strategica nelle dimensioni dell’unione fiscale, energetica e della difesa potranno essere fondati su politiche e procedure di decisioni efficaci e democratiche solo cambiando i trattati e che gli accordi sulle misure emergenziali potranno parallelamente rafforzare il consenso delle opinioni pubbliche sulla prospettiva di un’unione sempre più stretta, alla vigilia delle elezioni europee nel 2024.

Avendo lasciato intatto il principio secondo cui gli Stati restano i “padroni dei trattati”, e che continuerà a spettare dunque agli Stati il potere di attribuire o sottrarre competenze all’Unione europea, temiamo tuttavia che – come già avvenuto in passato – la via tradizionale del metodo confederale non consentirà all’Unione europea di compiere un passo indispensabile verso l’Europa federale.

Motivo per cui serve il superamento delle sovranità assolute fissando contemporaneamente i confini politici fra quei popoli e quegli Stati che accetteranno questo superamento e chi vorrà chiudersi nella difesa di apparenti interessi nazionali.

Il metodo della convenzione e la successiva conferenza intergovernativa annulleranno inoltre il carattere innovativo e dinamico della democrazia partecipativa e del coinvolgimento deliberativo delle cittadine e dei cittadini che ha caratterizzato la Conferenza sul futuro dell’Europa e che ha esaltato positivamente la dimensione dei dibattiti transnazionali rispetto alla parcellizzazione nazionale del confronto politico che caratterizza le procedure tradizionali di revisione dei trattati.

Noi proponiamo che – se sarà convocata la convenzione sollecitata dal Parlamento europeo nella risoluzione del 9 giugno 2022 – vengano rilanciati e rafforzati gli strumenti del confronto fra la democrazia partecipativa e quella rappresentativa sia nella sua forma digitale (la “piattaforma” troppo frettolosamente chiusa dalla Commissione europea il 9 maggio 2022) sia nelle forme del dibattito transnazionale nei panel tematici coinvolgendo i poteri locali e regionali, il mondo dell’educazione e accademico, i portatori di interesse con una vasta mobilitazione dell’opinione pubblica.

L’obiettivo deve essere quello di preparare la campagna per le elezioni europee nel 2024 mettendo al centro delle scelte delle elettrici e degli elettori l’alternativa fra un modello di integrazione europea fondato su una sovranità condivisa, sul primato del diritto europeo e dunque il principio della non-discriminazione, su un’Europa unita che protegge, su una società che include non esclude e la conflittualità inevitabile fra apparenti interessi nazionali di un’Europa impotente in un mondo globalizzato.

Dopo le elezioni europee nel 2024, il Parlamento europeo potrà così farsi carico di un lavoro di scrittura costituente che – se avrà prevalso il primo modello – dovrà tradursi in un progetto di natura federale da sottoporre a un confronto con i parlamenti nazionali, essere perfezionato ed essere infine approvato o respinto dalle cittadine e dai cittadini in un referendum paneuropeo al fine di rendere l’Unione europea capace di accogliere nuovi Stati o di gettare le basi di un insieme di sistemi che agiscano secondo il metodo dell’integrazione differenziata.

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