Non gioco piùL’insopportabile risentimento di chi vota nei confronti di chi si astiene

La rinuncia al diritto di voto viene percepita a destra e a sinistra come un tradimento: snobbare i partiti, denunciando coi fatti l’inutilità e l’inefficacia della politica è considerato il peccato supremo. Ma ognuno è libero di fare ciò che vuole, perciò state sereni

Chissà perché a destra e a manca, pressoché in egual misura, suscita tanto disappunto la dichiarazione di non-voto. È un fatto che così l’elettore di destra come quello di sinistra si indispettisce meno per l’altrui voto agli avversari che per la scelta altrui di non votare né per gli uni né per gli altri. 

Perché? Forse perché chi assiste alla dichiarazione di astensione vede in quella scelta un pericolo di diluizione del sistema partecipativo? Perché, insomma, quell’elettore vede nel voto in sé, a prescindere dalla direzione in cui esso è esercitato, un patrimonio da mantenere e proteggere anche al prezzo che vincano quelli contro cui egli vota? Ma figuriamoci. O forse c’è una mozione altruistica dietro quel rincrescimento, insomma il dispiacere perché chi non vota si spoglia in tal modo di un diritto così importante? Ma non diciamo fesserie.

Il risentimento del votante verso l’astensionista dipende da altro, e cioè dal fatto che la dichiarazione di astensione è percepita a denuncia dell’inutilità, dell’inefficacia, della fungibilità del voto. Non è che tu, non votando, non apprezzi il valore del tuo voto: è, invece, che tu, non votando, destituisci di valore il mio. Ne svilisci simbolicamente la portata. Non curandotene nemmeno per avversarlo, ne maltratti le ragioni. 

Al mio proclama identitario, tu non opponi quello di chi mi è nemico, e che dopotutto giustifica il mio, ma un’indifferenza che mi accomuna a quelli che votano diversamente da me. Ð questo che indispettisce. È questo che eccita quell’acrimonia. È questo che non è tollerato. È questo che urta il concetto che di sé e del proprio voto ha il fedele elettorale, ben più che il confronto con chi esprime il voto opposto.

Che questi non siano psicologismi a buon mercato a me appare abbastanza evidente considerando il fatto inoppugnabile di quella reazione, che appunto non si giustifica né con esigenze di manutenzione del sistema rappresentativo né tanto meno coll’improbabile fervore solidarista teso a recuperar l’anima del renitente al voto. 

Tutto questo per dire che io non voto? No: per dire a chi vota di star sereno e di non rompere i coglioni.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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