Campato in ariaIl surreale fronte draghiano con gli antidraghiani e senza l’unico che voleva Draghi

Il Pd sta costruendo un polo con tutti tranne Renzi, a conferma che l’unica cosa che gli interessa è cancellare il suo ex segretario. Calenda va a vedere, ma come fa Azione a stare con Di Maio e con quelli contrari ai rigassificatori e alla concorrenza (i quali, peraltro, parlano anche di alleanza tecnico-tattica con Conte)?

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Le quattro notizie politiche rilevanti di giornata sono che il Pd vuole fare un raggruppamento con tutti tranne che con Matteo Renzi; che i cespugli di sinistra immaginano di allargare il campo a Conte con fantomatiche alleanze tecniche o tattiche o non politiche (insomma, un imbroglio); che Renzi non si alleerà con il Partito democratico e i suoi satelliti radical populisti, anche perché non lo vogliono; e che Carlo Calenda ed Emma Bonino hanno offerto alle forze politiche draghiane, quindi a Pd e a Renzi ma non agli antidraghiani di sinistra, un elenco di principi di governo su cui costruire un’offerta elettorale in vista del voto del 25 settembre.

Il Pd potrebbe serenamente sottoscrivere i punti calendiani, ma i suoi cespugli no. Renzi è più d’accordo di Calenda sull’agenda Draghi. Calenda ha sempre detto che non si può alleare con i cespugli antodraghiani. Renzi e Calenda non si sopportano per ragioni ignote ai loro elettori.

Far quadrare i conti è pressoché impossibile, ma in questa surreale stagione politica italiana, stravagante anche negli ambienti non populisti, due più due non fa quattro. Fa un risultato senza senso.

Senza senso perché il Pd vuole fare un fronte larghissimo contro il pericolo sovranista, con dentro Fratoianni, Bonelli, Di Maio, Calenda e Gelmini, quindi con metà dei Cinquestelle e con gli ex berlusconiani, ma non con il suo ex segretario che lo aveva portato a Palazzo Chigi e addirittura al 40 per cento. È senza senso anche l’alleanza di Calenda e Bonino con i cespugli populisti a sinistra del Pd.

Se le cose dette avessero un senso, infatti, Azione e Più Europa non potrebbero coalizzarsi col Pd allargato agli antidraghiani e ai populisti redenti in zona Cesarini perché i loro voti contribuirebbero all’elezione di Di Maio, di Fratoianni e di Bonelli, di quelli che non hanno votato la fiducia a Draghi e di quelli che non vogliono i rigassificatori e i termovalorizzatori (per tacere dell’ala collaborazionista contiana dentro il Pd).

Tra l’altro, in questo modo, il bel progetto repubblicano presentato ieri da Calenda e Bonino perderebbe credibilità nel provare ad attrarre i voti in libera uscita da Forza Italia, specie se ci sarà – come ci sarà – anche un’offerta renziana autonoma dai due poli.

L’unico senso politico di questo scenario grottesco è quello che ha attraversato trasversalmente da sinistra a destra, ma con particolare irragionevolezza a sinistra, tutta l’ultima legislatura: non importa chi vincerà le elezioni, non importa quale governo si farà, l’importante è cancellare ogni traccia di Renzi e questa è la priorità più urgente che ci sia.

A rendere lo scenario ancora più bizzarro è che l’alleanza centrata sull’agenda Draghi escluderebbe proprio il leader politico cui dobbiamo Draghi a Palazzo Chigi, per un veto del Pd che a suo tempo fece di tutto per tenere Conte al governo («abbiamo un solo nome: Giuseppe Conte») e per dirla tutta anche Calenda, al momento della nomina di Draghi, rimase spiazzato dalla mossa di Renzi.

Quindi nascerebbe un fronte repubblicano pro Draghi ma senza il leader che ha preparato, da solo, l’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi ma con quelli che non volevano defenestrare Conte per niente al mondo. Un capolavoro della commedia all’italiana.

Se il dio della ragione decidesse di tornare nella nostra landa disperata ci sarebbero soltanto due sole scelte sensate a disposizione dei partiti costituzionali e repubblicani: un ampio fronte repubblicano dal Pd agli ex di Forza Italia, ovviamente con Renzi e senza quelli che non vogliono i rigassificatori e la concorrenza (cioè quelli che non vogliono il Pnrr e l’indipendenza da Putin). Oppure una più tradizionale offerta socialdemocratica guidata dal Pd di fianco a una nuova formazione liberal-democratica indipendente dai due poli di sinistra e di destra.

La prima opzione pare che non sia più possibile, per le ragioni di cui sopra (Renzi deve morire). La seconda, a questo punto, è affidata alla coerenza di Calenda, il quale fin qui ha sempre detto che con Di Maio e con quelli del No non vuole avere niente a che fare, e anche una maggiore umiltà di Renzi (e dei renziani).

I due dovrebbero mettere da parte diffidenze e risentimenti e – sulla base dei principi ideali della famiglia politica di Renew Europe, dove stanno già comodamente insieme, e dei punti programmatici presentati ieri da Azione e Più Europa – e costruire un soggetto politico nuovo, comune, liberaldemocratico, aperto ai riformisti e agli elettori di Forza Italia, indicando Mario Draghi come prossimo presidente del Consiglio.

Sarebbe l’unica vera novità politica italiana di questa sfortunata stagione, un rifugio per quelli che non si rassegnano al destino bipopulista o al fuoco incrociato tra neo, ex, post fascisti e neo, ex, post comunisti. Basterebbe volere questa novità, come diceva Mario Draghi, «whatever it takes», a ogni costo.

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