No party, no democracyI partiti libellula e la difficile sfida dell’area liberaldemocratica

Nessuna area politica in Italia è così pervicacemente aleatoria, ipotetica, virtuale quanto quella libdem. Per evitare di fare la fine delle liste nate e morte nel giro di una legislatura, serve un apparato ideologico e organizzativo riconoscibile di valori, principi e regole, con una constituency sociale e culturale non particolaristica

Unsplash

Tutte le forze politiche liberali, dalla fine degli anni ’90 a oggi, hanno avuto una vita brevissima e non si può dire che la colpa sia stata del destino cinico e baro.

Nel 1999 trionfa alle elezioni europee, con l’8,5% dei voti, la Lista Bonino, che alle elezioni regionali del 2000 precipita al 2%. Vent’anni dopo, nel 2018, scompare Scelta Civica al termine di una legislatura in cui era entrata in Parlamento nel 2013 con l’8,3% dei voti, che alle europee dell’anno successivo erano già quasi completamente evaporati (0,7%).

Lista Bonino e Scelta Civica rappresentano gli estremi, politici e temporali, e anche i casi di maggiore successo e di più catastrofico fallimento del liberalismo italiano dell’ultimo quarto di secolo. La prima è stata la proiezione metaforica di un radicalismo politico popolare, che Pannella circonfuse di una luce miracolosa. Non per questo dismise sulla creatura il tradizionale controllo proprietario, anche in termini giuridico-formali, scegliendo alla fine di disperderne il patrimonio, pur di impedirne una istituzionalizzazione effettivamente (e per lui banalmente) partitica. 

Scelta Civica è stato il contenitore patchwork della leadership e del consenso di Mario Monti e lo strumento del suo tentativo, coraggioso e sfortunato, di dare corpo e gambe a un liberalismo di interposizione, per impedire che il bipolarismo italiano, dopo la stagione del quasi default del 2011, tornasse a richiudersi su se stesso, come se nulla fosse successo e nulla più potesse accadere. Nel giro di breve tempo, ritiratosi Monti, la deriva di Scelta Civica fu quella di un partitino inutile e condominiale, nelle mani di un gruppetto di parlamentari interessati alla rielezione, con le loro brave liturgie e giustificazioni democraticistiche: le tessere come misura del consenso e il franchising territoriale dei piccoli cacicchi.

È bene che si tengano presenti questi due riferimenti, a loro modo esemplari, nel dibattito su quello che nella pubblicista trova oggi diverse denominazioni – la peggiore della quali è certamente quella di centro-moderato – e che riguarda l’organizzazione politico-elettorale di un’area liberal-europeista, sostanzialmente affine a ciò che, nella letteratura anglosassone, si definisce radical center. I partiti e i gruppi di quest’area si trovano oggi davanti allo stesso problema irrisolto e, ciascuno a suo modo e magari tutti assieme, rischiano di ripetere i rovesci dei loro illustri predecessori. 

I partiti libellula del liberalismo italiano, destinati a nascere e a morire nel giro di un’elezione o, se va bene, di una legislatura, sono allo stesso tempo una causa e un effetto della debolezza dell’area e della proposta politica liberale. Detto in modo semplificato: è certamente vero che l’assenza di un vero partito liberale, cioè di un soggetto politico la cui storia non coincida con la biografia del fondatore, è una ragione della marginalità delle proposte liberali. Ma è altrettanto (anzi forse più vero) che l’evanescenza della proposta liberale è una conseguenza dell’inconsistenza della sua organizzazione politica. 

Da un certo punto di vista, sembrerebbe che i liberali italiani si siano fatti, quanto i populisti, seguaci devoti della cosiddetta democrazia del pubblico, cioè della riduzione della partecipazione democratica al legame diretto tra popolo e leader e della degradazione degli istituti della rappresentanza – i partiti, come il Parlamento – a meri dispositivi di comunicazione e di personalizzazione del potere.

Non c’è infatti, in tutta la storia della seconda Repubblica, un solo partito di quest’area che non sia nato da una leadership personale e non si sia di fatto intitolato al suo nome (anche quando, come nel caso di Monti, il leader era maldisposto e refrattario alla leadership). Non c’è un solo partito di quest’area – compresi quelli attuali, la cui competizione sfocia nella più dichiarata inimicizia, in particolare tra Carlo Calenda e Matteo Renzi – che si sia posto seriamente il problema di cosa significhi oggi costruire una forza politica impersonale – di nome comune e non proprio – e di ciò a cui essa debba servire, oltre a fornire l’intendenza pronta a seguire la strada indicata dal caro leader per le prossime elezioni o per il prossimo dibattito televisivo. 

Nessuna area politica in Italia è così pervicacemente anti-partitica quanto quella liberale e quindi così aleatoria, ipotetica, virtuale. A sinistra il Partito Democratico, al di là degli esiti, ha provato seriamente a essere un partito democratico, a destra la Lega e ora Fratelli d’Italia provano almeno a fare finta di esserlo e hanno, se non altro, compreso che se un partito non si presenta come un mezzo di socializzazione e partecipazione politica non può stabilmente radicare né l’organizzazione, né il consenso. Il dibattito attuale nell’area politica liberale e riformista – sul posizionamento, sui contenuti, sulle alleanze, sulla leadership – continua invece a svolgersi come se il problema dell’opposizione politico-culturale all’Italia bi-populista riguardasse le prossime elezioni – e poi chi ha avuto ha avuto e chi ha dato – e non le prossime generazioni.

Anche in questo senso si può dire che l’Italia è un’eccezione in Europa. I partiti di cultura liberale, nella gran parte dei paesi europei, hanno avuto un’esistenza lunga, un’evoluzione politica e organizzativa articolata e un ricambio anche radicale nelle leadership. In Italia ci siamo invece abituati a pensare che sia la stessa antropologia politica liberale, per il suo individualismo e il suo elitismo, a essere incompatibile con organizzazioni diverse da quelle del “partito di”: il partito di Calenda, quello di Renzi, quello di….(completare a piacere). Non sono i partiti a produrre i leader, ma i leader a produrre i partiti, anche più di uno.

Un effetto perverso della personalizzazione coatta della dialettica politica è anche la trasformazione di ogni dissenso in un dissidio e di ogni idea in un pretesto o in una provocazione. Nella politica presidenzializzata e sempre in diretta, dentro la gigantesca Internet Arena planetaria, in cui si sono irreversibilmente ribaltati i rapporti di forza tra il politico e il mediatico, è inevitabile che ogni discussione e confronto sia ricondotto allo schema del duello dell’opera dei pupi (con molti “Orlandi furiosi”). A essere evitabile è però che si incorporino a tal punto i canoni di questa rappresentazione da ritenere che i partiti debbano solo essere un campione rappresentativo di quel pubblico, a cui la rappresentazione si rivolge.

Per un liberale, dovrebbe essere facile capire che se i partiti devono essere imprese di produzione e non solo reti di vendita di un prodotto, come tutte le imprese non devono organizzarsi solo per fare cose, ma in primo luogo per avere idee. E avere idee vuole dire trovare il modo di raccoglierle, discuterle, selezionarle in modo ragionevole e sperimentarle: perché le idee, come le conoscenze, insegna il liberista Friedrich August von Hayek (anatema!), sono disperse e non stanno tutte nella capoccia del caro leader e non sono giuste – cioè non sono soluzioni adatte per risolvere un problema politico – solo perché sono state approvate dall’organo preposto e hanno il crisma di una formale legittimità democratica. Infatti la democraticità, dei partiti, come degli stati, non è che alla fine si decide a maggioranza. La democrazia è in primo luogo una forma di riconoscimento e dibattito pubblico dei problemi comuni: un modo di discutere, non solo di decidere. La democrazia è una teoria della razionalità, non solo della decisione politica.

Dunque l’unico modo per attivare, coinvolgere e trattenere conoscenze e sentimenti presenti in un mondo spesso brulicante di idee e di passioni, ma polverizzato e autoreferenziale come quello liberale, sarebbe un partito realmente aperto e democratico. Invece, tutti i partiti che sono nati e morti in quest’area negli ultimi decenni hanno avuto un assetto formalmente democratico, ma si sono identificati in leadership costrittive e imprescindibili e quindi per definizione preclusive di una vera dialettica democratica. Dire che il partito “di Calenda” o quello “di Renzi” possa in teoria sfiduciare Renzi e Calenda è un puro escamotage retorico. Il problema della democraticità dei partiti è sostanzialmente politico e non solo legato alla legittimità delle sue decisioni. Un partito non-democratico è un partito politicamente disfunzionale. È un partito che parla e viene parlato e può intercettare straordinarie bolle di consenso, ma non ha nessuna durata, quindi nessuna profondità politica e non può assumere dimensioni significative di elaborazione intellettuale, insediamento territoriale e radicamento sociale. Per essere democratico un partito deve avere un demos, non solo un pubblico, deve rappresentare – con forme di affiliazione anche originali e diverse dalla vecchia tessera – qualcosa che non è ristretto al perimetro dei suoi organi dirigenti.

Siamo così lontani ormai dall’idea che i partiti servano a qualcosa di diverso che a fare lo staff di un leader carismatico e a portarne i fedelissimi in Parlamento, che il dissenso nei partiti viene per lo più giustificato e concesso in nome dei diritti delle minoranze, non come un fattore produttivo insostituibile, visto che nessuna idea può essere vagliata se la discussione non è libera e la critica non è incentivata.

Paradossalmente, l’unico modello di partito compatibile con le caratteristiche dell’attuale area liberal-progressista e anti-bipopulista sembra essere quello del partito-azienda berlusconiano, cioè di un assetto feudale in cui l’imperatore, in cambio del riconoscimento del suo incontestato potere, riconosce ai vassalli benefici, rendite e immunità, che essi spartiscono con valvassori e valvassini. Basta decidere chi fa l’imperatore: cosa non semplice, però, neppure negli imperi di cartapesta.

Ci si potrebbe obiettare che una cosa è continuare a evocare “il partito che non c’è” in negativo, come critica a quelli che ci sono, altro è offrire un concreto contributo per la costruzione di una forza politica anti-bipopulista con un apparato ideologico e organizzativo riconoscibile di valori, principi e regole, con una constituency sociale e culturale non particolaristica, con un menù realistico e originale di ricette di governo, con una capacità di suscitare sentimenti di speranza e non di paura, di sfida e non di impotenza, di avventura e non di incertezza. Se insomma qualcuno si sente più bravo e più furbo di quelli che ci sono, perché non si cimenta da solo nell’impresa? 

Perché – per dirla sbrigativamente – bisognerebbe tornare a considerare, mutatis mutandis, i partiti come istituzioni e la loro fondazione più simile al processo che porta all’approvazione di una Costituzione, che all’apertura di una pagina Facebook. Cosa significhi oggi fare un partito, senza precipitare nella commedia in costume della politica novecentesca o nella tragedia dell’antipolitica post-democratica, è questione certo complessa e ci sarebbe molto da discuterne. Ma dopo aver deciso di farlo, non come alibi per non fare niente e rimandare tutto al tempo del mai. Dovere dire area Draghi per intendere qualcosa che non ha un nome e una forma propria è una sconfitta per tutti, oltre che una scocciatura per Mario Draghi e un’occasione per il parassitismo trasformista di Luigi Di Maio e dei centristi per tutte le stagioni.

La questione del partito – ripetiamo, a scanso di equivoci – non solo è la questione della leadership e della sua legittimazione democratica. Quindi non è – se non per una piccola parte – un problema che si possa risolvere, come ha proposto Luigi Marattin, facendo le primarie aperte per la leadership, perché senza un progetto, ancorché embrionale, di partito, senza dare un come al cosa si vuole essere tutti insieme – giacché senza una forma stabile anche l’identità diventa variabile – e senza un progetto che abbia un orizzonte più lungo del 2023, le leadership e le primarie diventano solo uno spettacolo di consumo o un deposito di veleno. 

Il dato di partenza oggi è che questo partito che non c’è, appunto, non c’è e da questo discende la condizione di debolezza e di lite permanente di quest’area impalpabile. La sfiga e la rissa. La rissa e la sfiga. Il tutto da parte di esponenti che, pure a ragione, si presentano come gli adulti nella stanza di una politica attraversata da avventurieri e picchiatelli, fanatici e mazzieri, mozzorecchi e saltafossi. Gli adulti nella stanza, senza dubbio, che però non vogliono diventare grandi.

Si potrebbe dire, ironicamente, che i liberali italiani li ha rovinati Emmanuel Macron e la sua rapidissima scalata al cielo dell’Eliseo. Fare quello che ha fatto lui, visto da quaggiù, non sembra così difficile, anzi sembra una scorciatoia pure abbastanza comoda. Prima vincere tutto – l’Eliseo e la Presidenza – e poi costruire il partito-monumento a questa vittoria. Troppo bello per essere vero: infatti non è più così vero neppure in Francia