Non solo ghiacciaiLa crisi climatica sta minacciando ogni centimetro delle nostre montagne

Dalle Ande al Kilimangiaro, passando per l’Everest e le altre cime dell’Himalaya, i grandi giganti della terra - non solo quelli in Italia - sono in costante sofferenza, ma l’esempio di Machu Picchu deve insegnarci che non è mai troppo tardi per limitare i danni e ridurre le conseguenze delle attività antropiche

La ricerca dei dispersi sulla Marmolada (AP Photo/LaPresse)

La tragedia avvenuta domenica 3 luglio sulla Marmolada e l’impressionante valanga sulla catena montuosa del Tian Shan, in Kirghizistan, sono solo gli ultimi due avvertimenti: la crisi climatica non risparmia neanche i giganti della Terra. 

«Le montagne sono tra i luoghi più colpiti dai cambiamenti climatici», ci spiega Imtiaz Rangwala, ricercatore dell’University of Colorado-Boulder ed esperto sul tema. Secondo il professor Rangwala, «le cime più alte sono quelle che rischiano di più, perché il riscaldamento globale rischia di far scomparire le loro nevi e i loro ghiacciai creando tutte le condizioni per degli incendi estremi». 

Su questi temi l’Italia non può certo sorridere, indipendentemente dal crollo della Marmolada (che ha causato un totale di 11 morti). La cima più alta del nostro Paese, il Monte Bianco, è in uno stato di salute sempre più precario. Uno studio condotto nel 2017 ha evidenziato come il suo permafrost sia già fin troppo degradato a causa dell’aumento anomalo delle temperature. Una situazione che mette in pericolo tutti gli alpinisti di ogni età ed esperienza, costretti a misurarsi con un suolo sempre più infido e instabile.

Questo fattore in alcuni casi ha significato semplicemente uno spostamento stagionale per  la praticabilità dei sentieri: non più sicuri in estate, ma solo in autunno e primavera. Mentre per altri può arrivare a causare la dichiarazione di non praticabilità per evitare di mettere a rischio la vita degli alpinisti. L’emergenza riguarda anche gli Appennini: il Calderone nel Gran Sasso era il ghiacciaio più a sud d’Europa. Era, perché ormai non è più in grado di “plasmare il territorio”, essendosi ridotto del 65 per cento nell’arco degli ultimi 25 anni.

E il problema si estende a tutto il mondo: quasi tutti i ghiacciai sono a rischio. A giugno, il direttore del Dipartimento del turismo nepalese, Taranath Adhikari, ha annunciato l’intenzione di spostare più in basso il campo base dell’Everest, la montagna più alta del mondo. La decisione non è ancora definitiva (lo diventerà probabilmente nei prossimi due-tre anni), ma per ora ha trovato l’appoggio di esperti, comunità locali e guide. A preoccupare sono i danni che i ghiacciai e il suolo della montagna stanno subendo a causa del riscaldamento globale e delle attività umane nel campo base. 

Il ghiacciaio Khumbu su cui poggia il campo base nepalese si sta infatti assottigliando a una velocità superiore a quella “naturale”. Un processo che rischia di mettere a rischio la sicurezza del campo base e dell’Everest stesso. Secondo le autorità nepalesi, spostare la base 400 metri sotto quella attuale (collocata a 5.400 metri) potrebbe aiutare il ghiacciaio a rallentare il suo scioglimento e permettere anche alle generazioni future di scalare la vetta più alta del mondo. Con la speranza di essere ancora in tempo.

Se la prima vetta del mondo non se la passa benissimo, anche la seconda ha i suoi problemi. Tra il 1956 e il 2015, L’Aconcagua, montagna della Cordigliera delle Ande argentine, ha visto ridursi del 46% l’estensione dei propri ghiacciai. Le Ande, la catena montuosa più importante del Sudamerica, sono da anni in sofferenza a causa del cambiamento climatico. Parallelamente al ritiro dei ghiacciai, il clima delle Ande tropicali è cambiato in modo significativo negli ultimi 50-60 anni. La loro temperatura è aumentata di circa 0,1 °C al decennio. 

Ma a soffrire non sono solo vette e ghiacciai. Il lago cileno di Panuelas, fino a 20 anni fa, fungeva da principale bacino idrico per la città di Valparaiso e rappresentava l’equivalente di 38mila piscine olimpioniche. Ma oggi è il triste simbolo degli effetti dei cambiamenti climatici sulle Ande: dopo 13 anni di siccità, il suo letto è ormai vuoto e lascia nude le lische dei pesci morti che un tempo lo abitavano. Le comunità locali hanno iniziato ad affidarsi ai fiumi per sopperire alla crisi idrica del lago, ma il governo sta iniziando a lavorare a piani di razionamento delle acque. “Non ci resta che pregare Dio affinché torni la pioggia”, ha dichiarato un abitante del posto a Reuters.  

L’acqua è solo uno dei problemi che potremmo ritrovarci ad affrontare se gli effetti del cambiamento climatico continueranno ad agire sulle catene montuose. «L’innalzamento delle temperature provocherà precipitazioni e un aumento del rischio di frane», dice Rangwala «senza dimenticare la fine di ecosistemi che hanno permesso all’uomo particolari attività che non saranno più praticabili». 

Dal Cile alla Tanzania, ma il discorso, purtroppo, non cambia. L’ultimo report dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) ha fatto scattare l’allarme per le condizioni del Kilimangiaro. Secondo i ricercatori, la neve che incorona le vette del vulcano quiescente al centro del racconto di Hemingway potrebbe scomparire già entro il 2040. I dati raccolti finora non promettono nulla di buono: dal 1900 a oggi i ghiacciai presenti sul colosso africano si sono ridotti dell’80%. La colpa è del riscaldamento globale e delle attività dirette dell’uomo: circondato sempre più da costruzioni umane, il Kilimangiaro rischia di vedere il proprio ecosistema tramutarsi in un’isola ecologica. La trasformazione lo renderebbe più vulnerabile ai cambiamenti già in atto. 

Eppure una luce di speranza c’è, e ad accenderla è il Machu Picchu, in Perù. Considerato una delle sette meraviglie del mondo moderno, il sito archeologico situato a oltre 2.400 metri sul livello del mare ha vissuto la pandemia come un’opportunità per reinventarsi. Ingressi controllati e divieto di uso di plastica sono diventati la norma per un posto che tra cambiamenti climatici e attività umane rischiava di perdere la propria unicità. Queste iniziative, unite alla creazione dell’unico impianto di trattamento dei rifiuti organici del Paese, hanno fatto guadagnare al Machu Picchu la fama di sito culturale green

Certo, anche qui non mancano i problemi di cui parla Rangwala: il cambiamento climatico ha aumentato il rischio di alluvioni, come quelle che nel 2010 travolsero il sito archeologico uccidendo quattro persone. Il ricercatore è dell’idea che per fermare il dissesto delle montagne serva «promuovere soluzioni basate sulla natura e sull’ingegneria intelligente per trattenere l’acqua alle altezze più elevate». E non si tratta solo di preservare, ma anche di recuperare: «La maggior parte delle regioni montane potrebbe aver bisogno di un restauro, perché i terreni sono stati così degradati dall’uso umano».

Ma per attuare questi piani non bastano gli sforzi locali. Come ha ricordato il direttore del dipartimento del turismo nepalese, «il Nepal da solo non può fermare il cambiamento climatico che rischia di devastare l’Everest». Everest, Kilimangiaro, Ande, Gran Sasso e Machu Picchu fanno parte del patrimonio mondiale. E per salvarli serve una risposta globale. 

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