Lettere a casaLa vita da esule dopo la rivoluzione ungherese del ’56

L'ultimo romanzo di Katalin Mazey per Rubettino è una tragica storia di una famiglia fuggita dalla repressione sovietica. Gabi, ragazzina vivace e curiosa, osserva e racconta all'amica il senso emarginazione da entrambe comunità, quella di origine e quella austriaca dove si trova dopo la fuga

Cara Ili,

Sabato mattina io e mia zia siamo rimaste sole in casa, perché io sono molto raffreddata e non sono andata a scuola.

Durante la colazione eravamo sedute in cucina quando lei ha incominciato a farmi delle domande riguardo a chi stessi scrivendo le lettere. E così le ho detto che le sto scrivendo a te. Lei si ricorda dei tuoi, del vostro giardino, delle caprette, e anche di voi quando non eravate che dei bimbetti. 

Questo è del tutto naturale perché mia zia ha lasciato soltanto nel 1947 l’Ungheria per raggiungere zio Stephan, che aveva conosciuto a Szombathely prima ancora che noi ci rifugiassimo in Austria. Stephan era arruolato come soldato nell’esercito tedesco di stanza a Vienna. Essendo ingegnere, anche adesso progetta dei macchinari. Là lavorava in una fabbrica alla riparazione di carri armati e di cannoni, nonché di camion e di motociclette, insomma di tutto quello che serviva. Era molto giovane, ancora non aveva terminato l’università, gli mancava un anno. 

«Ma lui mi diede indirizzo e nome esatti» era solita ripetere maliziosamente mia zia. Anzi, le scriveva delle lettere invitando l’intera famiglia in Austria. Suo padre possedeva una piccola azienda, che poi è diventata l’odierna “ditta”, in cui zio Stephan lavora come progettista. A quanto pare, Stephan a mio nonno non piaceva perché era tedesco, perché gli interessava solo la tecnica e non si intendeva di altro, e non si poteva discorrere di nulla con lui. Zia Klári partì da sola “per andare a studiare in Austria”, ma la verità era che voleva rivedere Stephan che allora studiava in una città lungo il Danubio. Lo studio poi si concluse con un matrimonio…Ma non era di questo che ti volevo scrivere. Mentre ho cominciato a raccontare di te a mia zia mi è venuto in mente come sia curiosa la nostra amicizia. 

Da bambine piccole, fino a quando abbiamo cominciato ad andare a scuola, eravamo amiche finché non abbiamo lasciato la casa vicina alla vostra, e poi lo siamo divenute nuovamente quando sono stata assegnata alla tua scuola. Nel frattempo sono passati sei anni, un tempo lungo. E io ho dovuto lasciare delle care amiche nella seconda scuola, eppure adesso è a te che scrivo queste lettere. Anche mia zia si è ricordata che quando eravamo piccole eravamo inseparabili. I miei ci dovevano chiamare in continuazione per farci venire via dal vostro giardino: a casa non ci vedevano per l’intera giornata. Mi ricordo quanto mi piaceva stare da voi! Più di tutto mi piaceva fare il bagno nella botte. Ti ricordi di quella botte ricoperta di catrame che tuo padre riempiva d’acqua? L’acqua si intiepidiva con il sole, però anche così rimaneva fredda. Noi allora mettevamo le mani sul bordo della botte e ci saltavamo dentro per non avere freddo. Ci si fermava pure il respiro dal freddo!

Mi ricordo anche quando scappavamo via da tua madre perché ci voleva mandare in giro con le caprette. Tuo fratello maggiore, Peti, già intuiva perché lei ci chiamasse e così ce ne scappavamo in fondo al giardino, dove c’era il vecchio ripostiglio degli attrezzi. Ma certamente tua madre ci scopriva pure là e ci portava le caprette legate con la corda perché le portassimo a pascolare al campo sportivo. Neanche a voi vi andava di portarle a pascolare perché gli altri bambini vi prendevano in giro facendo il verso della capra.

Anche io mi vergognavo. Mi ricordo bene che io poi non venivo con voi perché tua madre diceva di non potermi ordinare che andassi anch’io, perché non ero sua figlia, mentre voi eravate obbligati ad andare. Io così approfittavo dell’occasione per rimanere con tua madre. Anche adesso ho davanti a me l’immagine di quanto tu ti arrabbiassi con me per questo. Il tuo viso diventava così scuro per la rabbia, come succedeva di solito a mio fratello. Ma nonostante ciò io non venivo con voi. Mi faceva piacere rimanere in due insieme a tua madre. Mi faceva sempre piacere chiacchierare con gli adulti. E mi faceva pure piacere il fatto che tua madre mi offriva il pane spalmato di sugna. Per l’ora di pranzo dovevamo tornare a casa, ma da noi si pranzava quando mia nonna tornava dall’ufficio dopo le due. Ci lasciava sì la merenda in cucina, però a noi non ci andava di salire in casa per andarla a mangiare.

Mi prendevo quella gran fetta di pane spalmata di sugna su cui tua madre aveva sparso sale e polvere di paprika e me ne stavo seduta sulla panchina sotto gli alberi di gelso. Guardavo come tua madre trapiantava le piantine dal loro stretto spazietto nelle cassette per farle riprodurre. Con un bastoncino sollevava quelle che erano nelle cassette e dopo aver fatto dei buchi nel terreno, con mossa rapida, ne sistemava le radici e tenendo lo stelo con due dita le piantava compattando la terra. Metteva in file ordinate, come fossero soldati, le piante di pomodori e fiori. Nel mentre mi raccontava cosa sarebbero divenute e in quanto tempo sarebbero cresciute. Per farla breve ci facevamo delle belle chiacchierate.

Altre volte mi dava una paletta e andavamo nella serra per dare la caccia ai grillitalpa. Rivoltavamo da cima a fondo il terreno morbido di color marrone per vedere che qualche malvagio grillotalpa non si nascondesse in profondità. Io mi immaginavo che il grillotalpa fosse una specie di pericoloso animale selvaggio, tipo tigre o leone, che punta alle radici delle piante. Quando riuscivamo ad acchiapparne uno la consideravamo una grande impresa. Ne guardavo rabbrividendo la testa a forma di cubo corazzato, la grande mandibola, le zampe robuste e denticolate, atte a scavare. Ero convinta che la serra ne fosse invasa e che se la svignassero abilmente davanti a noi evitando le nostre palette. Me li immaginavo come i predatori del mare, quali gli squali, di cui si sa che vivono da qualche parte nelle profondità anche se nel dato momento non si vedono. Li raccoglievamo dentro dei vasi di coccio e tua madre poi li dava in pasto alle galline.

Quel periodo forse è ancora oggi così fresco nella mia memoria perché quando poi ci siamo trasferiti, non avevamo più un posto dove giocare. Da voi stavamo sempre fuori in giardino e nella corte, d’inverno e d’estate sgambettavamo all’aria aperta. Dopo, nella nuova casa, in realtà mi sembrava di stare in una prigione. Non ci era permesso di giocare per strada, il parco giochi era pieno di bambini e di mamme, e di litigate chiassose. Anche a Zoli mancava il gioco all’aria aperta e per questo se ne scappava volentieri sulla collina della cava di pietre. Invano mamma e nonna gli proibivano di andarci, ma i suoi amichetti stavano sempre in giro nei pressi della cava oppure giocavano al margine del boschetto, dove non li vedeva nessuno e non li controllava nessuno.

Anche da voi facevamo fesserie, ma eravamo controllati e perciò se ne accorgevano subito. Ti ricordi quando Peti rimediò una scatola di fiammiferi e volevamo fare un po’ di caldo nel ripostiglio degli attrezzi? Era una giornata autunnale fresca e umida e anche se correvamo avevamo tutti freddo. Così tuo fratello che aveva una scatola di fiammiferi ci disse: «Perché non facciamo un po’ di caldo nel ripostiglio?». Così vi portammo dentro della paglia, raccogliemmo dei ramoscelli secchi e Peti ne fece un bel mucchio. Era appena riuscito ad accendere la paglia umida, consumando forse per metà la scatola di fiammiferi, quando entrò nel ripostiglio tuo padre.

«Che state facendo qui?». Tuo padre calpestò con gli scarponi la fiammella che aveva cominciato appena a brillare rivolgendosi a noi con voce adirata: «Subito a casa!». Quindi iniziò a sfilare la grossa cinta di pelle dai pantaloni da lavoro. Noi allora ce la filammo di corsa attraverso il giardino come chi è inseguito: non avevamo neppure il coraggio di voltarci indietro a guardare… Nel mentre mi parve di sentire Peti che piangeva e il rumore delle cinghiate… Ohi, com’ero contenta che noi l’avevamo scampata bella!

 

“Lettere a casa”, di Katalin Mezey, (Rubettino), traduzione di Roberto Ruspanti, pp. 194, 15,20 euro

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