Il tempo andato non ritorneràI miei primi 50 anni, la pipa di Merlino e il trucco della comunicazione orizzontale

Oggi per essere intellettuali non serve spiegare al mondo le cose che il mondo non capisce in proprio. Basta dire al pubblico ciò che vuole sentire, magari raccontando a una platea falsità tirapplausi per rassicurarla

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Il tempo andato non ritornerà. Quest’anno compio cinquant’anni, e mi fa quindi moderatamente impressione che Francesco Guccini l’avesse capito, che il tempo andato non ritornerà, quando io ancora non ero nata e lui aveva trenta miserabili anni. D’altra parte Guccini è sempre stato il mago Merlino dei cantautori: uno che vedeva le età prima di avercele, i tempi prima che i tempi esistessero.

Il tempo andato non ritornerà, neanche quello in cui esisteva il piano del simbolico e potevi dare per scontato che mago Merlino, uno che nell’alto Medioevo si lamenta perché non esiste l’elettricità, uno che fa le valigie richiamando con la bacchetta magica gli oggetti che andranno nel bagaglio, che uno così non fosse banale realismo. E invece no, tutto è emulabile sul piano della realtà, e noi non lasceremo che i nostri piccini abbiano la salute traviata da un mago a disegni del Cinquecento; e quindi, se nel 2022 vai su Disney+ a guardare La spada nella roccia, ci trovi l’avviso di pericolosità «contiene rappresentazioni di tabacco» (che poi quella nella pipa di Merlino è chiaramente droga).

Il tempo andato non ritornerà, l’ho capito con un certo nitore qualche sera fa, mentre su un palcoscenico parlava una di quelle tizie che una volta avrebbero tirato la sfoglia e oggi fanno le intellettuali, giacché oggi per fare le intellettuali non serve un intelletto – cioè: la capacità di dire al mondo le cose che il mondo non capisce in proprio – ma servono i cuoricini, che si ottengono dicendo al mondo esattamente ciò che il mondo vuole sentire. La tizia diceva una qualunque di quelle falsità tirapplausi dalle quali la platea si sente rassicurata, poteva essere «le osservazioni estetiche le facciamo solo alle donne, non sentite mai una critica fatta all’aspetto d’un uomo» (cancellate in una sola frase fatta l’esistenza di Trump e persino quella di Renzi; Berlusconi neppure a pensarci), e la platea pavlovianamente applaudiva.

Il tempo andato non ritornerà, perché la platea non vuole farsi venire il dubbio d’esser scema: vuole tu le dica che sei scema proprio come lei, forse più di lei, incapace di guizzi come lei, indisposta a vedere cose che non fanno comodo al tuo pregiudizio proprio come lei.

Il tempo andato non ritornerà, l’ho capito con persino maggior nitore ieri, leggendo il coccodrillo di Eugenio Scalfari scritto da Michele Serra, del quale ricopio il sottofinale. «La tetragona fiducia di Scalfari nella sua qualità intellettuale […] si è tradotta in atto di fiducia, e di contagio, nella qualità intellettuale dell’opinione pubblica, o almeno di una sua larga parte. Scalfari, senza i suoi tantissimi lettori, è impensabile: eppure uno dei grandi meriti – e privilegi – del suo giornalismo fu non porsi mai, nemmeno per un attimo, il problema di “come piacere ai lettori”, modulando i toni e magari abbassando il tiro».

Il tempo andato non ritornerà: a uno Scalfari cinquantenne di oggi il pubblico direbbe ma perché devo leggere del tuo ego, se posso leggere del mio? Avete mai guardato una diretta Instagram di qualcuno di famoso? Avete mai letto i commenti in diretta? Sto raccogliendo, come catalogo del presente, quelli alle dirette del marito della Ferragni, che in questo periodo spesso parla al suo pubblico la mattina presto. Alle sette di mattina, Vongola75 apre Instagram e digita speranzosa: «Fedez, mi saluti?». Non è qui – Vongola75, ma sia essa un campione di noi tutti – per sentire cos’ha da dire il famoso; è qui per diventare un po’ famosa lei. I miei preferiti sono i commenti in cui, dopo aver chiesto invano che la sua esistenza venisse riconosciuta (il famoso è, come gli sconosciuti, lì per sé: mica può star dietro a tutti i commenti), la Vongola75 del caso sbotta «allora mi sconnetto, visto che non mi caghi».

Il tempo andato non ritornerà, e ormai è tardi per svelarvi che la comunicazione orizzontale era un trucco illusionista, che il famoso è statisticamente probabile non trovi il tempo di filarvisi, che anche per oggi non è il vostro turno per i quindici minuti di celebrità. Ormai se ve lo svelano prendete i forconi, ormai è meglio ci crediate. Ormai è meglio che, se vogliamo avere di che pagare l’affitto coi vostri cuoricini, perpetuiamo l’illusione. Certo che sei Artù, se solo ci fosse un Merlino ad accorgersene. Certo che sei un genio, ma il mondo è maschilista e s’accorge solo che sei culona. Certo che il tuo capolavoro nel cassetto è meglio di quei raccomandati che vengon pubblicati. Certo che quel che hai da dire è imperdibile.

Il tempo andato non ritornerà, e stavo per scrivere che siamo passati in centocinquant’anni da «Je est un autre» a «io è interessante», poi mi sono detta guarda che se Rimbaud non glielo traduci ti dicono che te la tiri a citare cose che non conoscono per umiliarli e metterli in difficoltà, sia mai imparassero una cosa nuova, sia mai quell’accesso al sapere universale che hanno in tasca lo usassero per qualcosa che non è recensire il ristorante dove hanno cenato ieri.

Il tempo andato non ritornerà, e ho pensato ma tanto ormai la guerra dei cuoricini l’hai persa, eran buoni tutti a essere Arbasino quando esserlo non voleva dire essere in competizione con Luca Goldoni, ma prova a diventare Scalfari oggi, quando giochi nello stesso campionato di Erin Doom.

Il tempo andato non ritornerà, e il refuso nell’annuncio mortuario di Scalfari, nella pagina dei necrologi di Repubblica, non è mica un refuso: è il più rivelatorio dei lapsus. Leggendo che Scalfari era morto nel giorno della «resa della Bastiglia», Freud ha avuto un friccico.

Il tempo andato non ritornerà, e io stavo per mettermi a piangere mentre leggevo Serra secondo cui «La facilità, direi quasi l’automatismo, con cui un uomo così ambizioso e così esigente, incapace di qualunque ruffianeria o semplificazione per ingraziarsi il pubblico, è diventato uno dei più popolari e amati (o quantomeno rispettati) giornalisti italiani ci dice molto, anzi moltissimo, sulla qualità come eterno motore delle attività umane». L’eternità andata non ritornerà.

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