Agenda GuiaPnrr, che mi hai portato a fare sopra a un tassì se non mi accendi l’aria?

L’autista che sbaglia indirizzo perché impegnato a prendersela col collega, il separé di plexiglas, il pos rotto. Fa troppo caldo per chiedere ai tassinari di comportarsi come lavoratori normali? Per fortuna che non ho parlato con loro di Draghi

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Alla stazione di Milano ci sono molti taxi, pochi passeggeri, e alcuni striscioni di protesta affissi dai liberi professionisti meno professionisti ma più liberi che ci siano. Uno dice: chi foraggia la multinazionale Uber è un infame.

All’alba bolognese, visto che ormai non si capisce più quando i taxi scioperino e quando no, mi hanno prenotato un ncc, non sono abituata a chiamarle così perché negli anni Ottanta le usavamo ma nessuno usava la dicitura «noleggio con conducente», si diceva «prendo una macchina blu», erano due società, sono rimaste le stesse, Bologna è rimasta per quello come per tutto al 1982. L’ncc mi aspetta al civico sbagliato, quando lo trovo e glielo faccio notare il guidatore s’innervosisce e se ne va. Quanto devi guadagnare per fottertene di fare la corsa per cui ti sei svegliato alle cinque?

Alla stazione di Milano il primo tassista mi dice: ho il bancomat rotto, è un problema? Beh, sì, è un problema legale. Mi guarda come se gli avessi parlato in una lingua a lui ignota. La legge dice che lei deve avere il pos. Eh, ma è rotto. Sì, e io sono miss in gambissima. Non lo dico. Ne vado a prendere un altro.

L’amica su taxi romano mi scrive: ti chiamo dopo, perché ora non posso dirti che questi stronzi di tassisti hanno fatto cadere il governo.

Il taxi che mi viene a prendere a Bologna ha l’aria condizionata spenta. Prima alla centralinista chiedevi: mi manda un taxi da pagare con la carta? Adesso, che il pos sono obbligati ad avercelo e puoi tirare fuori a sorpresa la carta a fine corsa, dovresti chiedere: mi manda un tassista che capisca che non solo deve avere l’aria condizionata ma deve pure averla accesa da prima, ché se arriva qui che è un forno se anche la accende quando salgo comunque mi si disfa la messinpiega prima che la macchina torni a temperatura potabile?

Il tassista bolognese, alla mia richiesta di accendere l’aria condizionata, risponde: io ho fatto il macellaio quindici anni, e le assicuro che non serve a niente. Oddio, sarà uno di quelli che vogliono spiegarmi che il caldo è una percezione e se non ci pensi non hai caldo? (È sicuramente una coincidenza che siano sempre uomini che non hanno mai avuto la sesta di tette e la menopausa). O intende cose più sofisticate, tipo che la carne morta marcisce comunque, con o senza condizionatore? Fa troppo caldo per chiedergli di spiegare, mi sudano i capelli, per non dir delle tette.

Mentre salgo sul secondo taxi alla stazione di Milano, sono al telefono con un’amica alla quale dico: scusa un attimo, devo dire l’indirizzo al secondo tassista perché il primo mi ha respinta. Il secondo tassista sente, tira giù il finestrino del passeggero e si mette a urlare al primo: collega, devi prendere i passeggeri in ordine. Poi fa una pausa negli strilli, durante la quale sente il signor «è un problema?» che prende ben volentieri un passeggero che paga anche lui con la carta ma va a Malpensa. Se non era per il dover portare lo scarto (che sono io), Malpensa toccava a lui. Il pelide Achille in confronto l’aveva presa bene.

L’amica sempre sul taxi romano mi scrive: mi hanno telefonato, ho detto al telefono «il governo», e questo mi sta attaccando una pezza da dieci minuti su come è stato ingiusto Draghi con loro.

A Bologna, dico al parrucchiere cinese che sto già ripartendo, speriamo non ci sia di nuovo lo sciopero dei taxi. Lui mi chiede perché i tassisti scioperino, «non lavorano da soli?», conveniamo che non vogliano pagare le tasse, poi lui mi chiede di pagare la messinpiega in contanti.

A Milano, il secondo tassista mi porta in un posto che non so dove sia. Mentre gli davo l’indirizzo era impegnato con l’ira funesta verso quello che gli aveva fregato la corsa per Malpensa, e non ha capito dove dovessi andare.

A Roma, prenoto un ncc perché devo prendere un’amica e andare in un posto prima che chiuda, mica posso rischiare di non trovare il taxi. La tizia al centralino mi dice che con una fermata intermedia sono quaranta euro. Anche l’ncc romano ha l’aria condizionata spenta quando ci salgo, la macchina inizia a essere fresca quando arriviamo a destinazione, dopo aver preso la mia amica: otto minuti in tutto. «Fanno quaranta». «Ho una carta». «No». L’amica paga lei in contanti, guardandomi come a dire: ma ci sei, che pensi veramente di poter pagare un autista romano con la carta, o ci fai?

All’aeroporto di Bologna, il taxi ha già undici euro sul tassametro. Trasecolo. Mi dice che è la tariffa minima dall’aeroporto, se non ci credo mi fa vedere il tariffario. Dico: sì, grazie. Va a prenderlo nel bagagliaio (ma perché tiene il listino prezzi nel bagagliaio?) borbottando: soccia che due maroni. Diceva il vero: c’è un minimo garantito casomai tu abitassi troppo vicino all’aeroporto e il tassista rischiasse d’incassare meno di undici euro. Rimette il listino nel bagagliaio: certi segreti bisogna sudarseli.

A Milano, il taxi che deve portarmi in aeroporto ha l’aria condizionata accesa, ma è come se non l’avesse: il separé di plexiglas fa sì che si raffreddi solo lui. «Ci hanno obbligati a metterlo col Covid». E tutti gli altri che non ce l’hanno più da due anni, il separé? E la mia messinpiega che si disfa? La prossima volta devo dire «un taxi con l’aria condizionata accesa e senza plexiglas che ne ostruisca il flusso d’aria fredda»? Mi dice che se voglio posso andare a sedermi davanti. Scendo in mezzo a via Vittor Pisani rischiando la vita pur di sedermi davanti a un bocchettone gelido e non far marcire la mia carne morta.

Alla stazione di Bologna, il tassista mi dice: la mascherina è obbligatoria. La metto pensando che nessun tassista negli ultimi mesi l’aveva o m’ha chiesto di metterla. Sarà un obbligo all’italiana, come il plexiglas, come l’aria condizionata nelle macellerie, come il pos rotto. D’altra parte, se nessuno scrive da nessuna parte «è severamente obbligatorio», lo sappiamo che finisce come pronosticato da Corrado Guzzanti, costituzionalista e antropologo: facciamo un po’ come cazzo ci pare.

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