Non rinnovabileLa nuova centrale a carbone turca che minaccia l’ambiente (e il successo elettorale di Erdogan)

Nel sud del Paese, l’impianto di Hunutlu comporterà un aumento delle emissioni di anidride carbonica. L’autocrate ha promesso di raggiungiere emissioni zero entro il 2053, ma continua a puntare su fonti fossili provenienti dalla Russia. E nella popolazione più giovane è sempre più forte la coscienza ecologica

AP/Lapresse

Nel Golfo di Alessandretta, sulla costa sud della Turchia, opera da poco una nuova centrale a carbone. L’infrastruttura, dal valore di 2,17 miliardi di dollari, è stata realizzata dalla Cina attraverso il più consistente investimento estero mai registrato nel Paese anatolico e fa parte del più grande progetto della Belt and Road Initiative.

Una volta terminata, la centrale, realizzata dalla joint venture sino-turca Emba, avrà una capacità di 1.320 MW e dovrebbe fornire una quantità di energia pari al consumo energetico della capitale Ankara.

Il progetto però non è esente da critiche. Come denunciato dagli attivisti, la nuova centrale avrà un significativo impatto ambientale, oltre a essere in contraddizione con l’obiettivo del governo di raggiungere le zero emissioni entro il 2053. La produzione di energia attraverso l’impiego del carbone comporterà un aumento delle emissioni di anidride carbonica, andando quindi contro quanto previsto dall’Accordo di Parigi sul clima, ratificato dalla Turchia soltanto alla fine del 2021.

Il governo turco quindi, pur essendosi ufficialmente impegnato a ridurre le emissioni, continua a portare avanti progetti come quello della centrale di Hunutlu e non ha ancora elaborato un piano per arrivare realmente alle zero emissioni entro il 2053.

A ciò si aggiunge una situazione di partenza che non è delle migliori. Secondo il Global Carbon Atlas, nel 2021 la Turchia si è posizionata al 14esimo posto nella classifica mondiale dei Paesi produttori di anidride carbonica e difficilmente riuscirà a ridurre le proprie emissioni nei prossimi anni. Il mix energetico del Paese, stando ai dati del 2021, è composto per l’83% da fonti non rinnovabili nonostante gli impegni assunti nella lotta al cambiamento climatico.

In confronto ad altre nazioni del G20, l’impronta carbonica (carbon footprint) della Turchia è più contenuta ma le emissioni sono aumentate esponenzialmente negli ultimi decenni. Come dimostrano i dati dell’Istituto di statistica nazionale, tra il 1990 e il 2020 la produzione di gas serra ha registrato un incremento del 138%, passando da 220 a 524 milioni di tonnellate di CO2 equivalente.

L’attivazione della centrale di Hunutlu, denunciano gli attivisti, comporterà un ulteriore aumento dell’inquinamento dell’aria e del suolo, oltre a rappresentare un rischio per l’ecosistema marino del Golfo. La centrale tra l’altro è stata realizzata ufficialmente anche per ridurre la dipendenza turca dall’import di gas dalla Russia, ma la sua messa in funzione non farà altro che aumentare le importazioni dalla Federazione. La Emba infatti acquista i 3 milioni di tonnellate di carbone necessari ogni anno per il funzionamento della centrale proprio da Mosca, ad un prezzo scontato.

Per il presidente Recep Tayyp Erdogan, quindi, l’ambiente continua a non essere un tema rilevante. Per il leader dell’Akp, al potere dal 2002, la priorità è da sempre la crescita economica del Paese, portata avanti grazie a massicci investimenti nel settore industriale ed edilizio, come dimostrano le numerose infrastrutture realizzate negli ultimi decenni in Turchia.

La maggiore liberalizzazione dell’economia ha inoltre creato una nuova classe sociale che è da anni la base elettorale del presidente e del suo partito, il che spiega la scarsa propensione di Erdogan verso l’imposizione di legislazioni più stringenti a tutela dell’ambiente. Sotto la sua presidenza d’altronde si è assistito ad uno snellimento delle pratiche per superare la valutazione di impatto ambientale, procedura necessaria per procedere alla realizzazione di progetti che si sono dimostrati tanto lucrativi quanto dannosi per l’ecosistema.

Eppure, per quanto ignorato da Erdogan, il tema dell’ambiente è sempre più di interesse per la popolazione turca, soprattutto per i giovani.

Lo stesso successo nelle elezioni amministrative del 2019 del candidato dell’opposizione a Istanbul è un esempio dell’importanza che l’ecologia riveste per una parte dell’elettorato. Ekrem Imamoglu infatti ha vinto anche grazie a un programma che metteva al centro la tutela dell’ambiente e che si opponeva alle mega infrastrutture volute dal presidente, tra le quali rientra anche il Kanal Istanbul, il terzo canale sul Bosforo di prossima costruzione definito dallo stesso Erdogan un «progetto folle».

L’ambientalismo turco però non ha ancora trovato una collocazione politica stabile, a causa soprattutto della forte pressione a cui è stata sottoposta dal governo Erdogan. Le leggi approvate negli ultimi decenni e ancora di più dopo le proteste di Gezi Park del 2013 e il fallito colpo di Stato del 2016 hanno limitato sempre di più il diritto a manifestare, riducendo così la portata di quel movimento ecologista percepito dal governo come una minaccia alla sicurezza dello Stato e al mantenimento dello status quo.

Dato il nesso tra gestione delle risorse e potere, le proteste degli ambientalisti superano il semplice tema dell’ecologia per mettere in luce anche la corruzione della classe dirigente, il suo crescente autoritarismo e la cattiva amministrazione dei beni pubblici. Finendo così nel mirino del governo, che se da una parte non ha esitato a usare anche la magistratura per punire gli attivisti, dall’altra ha bloccato più volte la nascita di un partito dei Verdi che ne raccogliesse le istanze.

Trascurare il tema ambientale però potrebbe rivelarsi controproducente in occasione delle prossime elezioni. Nel 2023 ci saranno almeno 7 milioni di nuovi elettori, tutti giovani figli tanto della crisi economica quanto di quella climatica e meno disposti a sacrificare l’ambiente rispetto alle generazioni precedenti.

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