Effetti indesideratiLa crisi energetica favorisce l’export di carbone dell’Afghanistan (e non è una buona notizia)

I talebani, dopo aver ripreso il potere l’anno scorso, hanno deciso di puntare sul combustibile fossile per risollevare un’economia disastrata. Con tutte le conseguenze negative in termini ambientali e sociali

AP/Lapresse

Il governo talebano dell’Afghanistan sente il peso della crisi economica globale. È a corto di liquidità a causa della mancanza di finanziamenti esteri e per provare a rimediare ha triplicato i prezzi del carbone in meno di un mese, in modo dar aumentare le entrate dal settore minerario. Gran parte del carbone afghano attraversa le strette strade di montagna del Paese per arrivare a Kabul, da lì viene smistato in Pakistan, dove solitamente viene inviato in Cina.

Secondo David Mansfield, analista della regione dell’Afghanistan per il think tank britannico Overseas Development Institute, le esportazioni di carbone in Pakistan sono raddoppiate a circa 4 milioni di tonnellate nell’ultimo anno, cioè da quando i talebani hanno preso il potere ad agosto 2021.

La decisione di puntare sul carbone è dovuta alla crisi in Ucraina, che ha esasperato l’emergenza energetica globale. L’impennata dei prezzi delle materie prime, sommate alle difficoltà degli approvvigionamenti dovute alla pandemia, hanno reso il business del carbone particolarmente conveniente. Per il governo talebano è un flusso di entrate cruciale dal momento che deve provare a rilanciare un’economia distrutta dall’isolamento e dalle sanzioni internazionali.

«Dopo la partenza delle forze Nato e la cacciata del governo appoggiato dall’Occidente, l’Afghanistan ha subito un drammatico collasso economico», sottolinea il Financial Times. «L’economia si è contratta di almeno il 20% l’anno scorso, poiché gli aiuti internazionali che sono stati bloccati costituivano tre quarti del budget del precedente governo sono stati interrotti, e 9 miliardi di dollari di riserve estere sono stati congelati».

Il 28 giugno il ministero delle Finanze afghano ha aumentato i prezzi del carbone a 200 dollari per tonnellata, un prezzo più che raddoppiato rispetto ai precedenti 90 dollari per tonnellata. In ogni caso, scrive Voice of America, il servizio radiotelevisivo ufficiale del Governo federale degli Stati Uniti, «il carbone afghano è ancora relativamente economico, circa il 40% del valore del mercato internazionale».

Non a caso lo stesso ministero afghano ha fatto sapere di esportare circa 10mila tonnellate di carbone al giorno in Pakistan, passando attraverso commercianti afgani. «Gli aumenti dei prezzi del carbone afghano sono arrivati subito dopo che il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha annunciato, il mese scorso, di aumentare aumentare le importazioni di carbone dall’Afghanistan pagando però in valuta locale, anziché in dollari, per conservare riserve estere», scrive Voice of America.

Contestualmente sono stati aumentati anche i dazi doganali (+10%, per un totale del 30% su ogni tonnellata), che rappresentano una fonte fondamentale di entrate per i talebani nel commercio con il Pakistan.

Un articolo di Foreign Policy aggiunge un altro dettaglio: «Le esportazioni di carbone afgano verso il Pakistan sono aumentate soprattutto da quando l’Indonesia, altro grande esportatore di carbone usato nelle centrali elettriche, ha imposto un divieto di esportazione all’inizio di quest’anno a causa della crisi dell’offerta interna», rendendo il carbone afghano ancora più conveniente per Islamabad, a causa dei prezzi del carburante alle stelle e delle lunghe distanze da altri potenziali fornitori.

Il ritorno dominante del carbone nell’economia afghana porta con sé conseguenze tanto sconvenienti quando prevedibili.

La prima è sicuramente di carattere ambientale. Il governo crollato in poco tempo la scorsa estate aveva iniziato a lavorare a una transizione verde che avrebbe dovuto rendere non solo l’economia del Paese più sostenibile, ma anche inserire l’Afghanistan in un mercato internazionale sempre più focalizzato su investimenti in energia rinnovabile.

«I talebani hanno smantellato quel programma e abbracciato i combustibili fossili», ha detto al Financial Times Abdallah al-Dardari, rappresentante dell’Afghanistan al Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (United Nations Development Programme – Undp). «Dopo che i talebani hanno preso il potere, i piani per rendere più ecologica l’economia sono andati in pezzi».

In valore assoluto, a livello globale le importazioni di carbone sono diminuite drasticamente, ma l’Onu prevede che le esportazioni totali dell’Afghanistan quest’anno aumenteranno da 1,2 miliardi di dollari (dato del 2019, prima della pandemia) a circa 1,8 miliardi di dollari. E sarebbe comunque solo una parte dell’immenso patrimonio minerario del Paese: secondo alcuni osservatori, il valore totale delle riserve di ogni cosa – dal litio alle pietre preziose – dell’Afghanistan potrebbe arrivare fino a 1 trilione di dollari. Si tratta ovviamente di stime sommarie, non di un valore concreto equiparabile alla reale ricchezza di uno Stato.

La nuova centralità del carbone ha riportato l’attenzione anche sulle condizioni di lavoro degli afghani che lavorano in questo settore. «L’estrazione mineraria è brutale», scrive il Financial Times, descrivendo le giornate della miniera di Nahrain: «I minatori, la metà dei quali sembrano essere adolescenti o più giovani, lavorano in condizioni precarie con una paga scarsa. Molti hanno seguito i loro genitori in miniera, come Najibullah, 35 anni, che ha iniziato insieme a suo padre e suo nonno da adolescente. È stato raggiunto dal figlio di 12 anni Noorullah».

In ogni sito come Nahrain, nel nord del Paese, decine di uomini e ragazzi coperti dalla testa ai piedi di polvere di carbone entrano ed escono dai pozzi scavati in profondità in una montagna. Nelle miniere sotto Nahrain, i bambini di otto anni lavorano come braccianti, caricando questo inquinante combustibile fossile sugli asini che poi lo porteranno ai camion diretti a Kabul. Ovviamente di macchinari o dispositivi di sicurezza neanche l’ombra.

«Il lavoro minorile – scrive ancora il Financial Times – è arrivato molto prima di questo governo di talebani, ma il numero di bambini che lavorano nelle miniere è aumentato poiché la crisi economica li costringe ad abbandonare la scuola».