Bere acqua di mare In piena crisi idrica è giunto il momento di puntare sui dissalatori?

La legge “Salvamare” ha reso più complicato l’iter per l’utilizzo di questi dispositivi necessari per rendere l’acqua marina potabile, anche se in diverse zone d’Italia stanno diventando realtà. Il discorso è però complicato a causa dell’impatto ambientale delle tecnologie per la desalinizzazione

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Piogge assenti da settimane. Fiumi a secco. Città e campagne a corto di acqua. E ora anche gli incendi, che stanno devastando soprattutto il Carso e la Versilia. In questa calda estate la siccità – una diretta conseguenza della crisi climatica – sta colpendo tutta Italia senza eccezioni: da nord a sud, la mancanza di un adeguato rifornimento idrico sta incidendo sia sulle coltivazioni nei campi sia sulla vita cittadina, che comincia a risentire della mancanza di acqua potabile. Per questo, ad oggi, sorge spontanea una domanda: perché non beviamo l’acqua del mare? In fondo le tecnologie adeguate per poterlo fare non mancano. 

Un sistema alternativo: il dissalatore
Si tratta del dissalatore, dispositivo che da decenni si sta sempre più affinando e riesce a rendere potabile l’acqua marina, eliminandone completamente i sali. Nonostante il sistema sia già utilizzato in regioni come Lazio, Sicilia e Toscana, dove la maggior parte degli impianti risale a dopo il 2005, il governo non sembra averla recepita come ipotesi credibile. Anzi: con la recente legge “Salvamare”, sembra addirittura aver reso più complicato l’iter amministrativo per il suo utilizzo. 

Infatti, l’articolo 12 del provvedimento sostiene che i dissalatori siano ammissibili soltanto «in situazioni di comprovata carenza idrica e in mancanza di fonti idropotabili alternative economicamente sostenibili; qualora sia dimostrato che siano stati effettuati gli opportuni interventi per ridurre significativamente le perdite della rete degli acquedotti e per la razionalizzazione dell’uso della risorsa idrica prevista dalla pianificazione di settore; nei casi in cui gli impianti siano previsti nei piani di settore in materia di acque e in particolare nel piano d’ambito anche sulla base di un’analisi costi benefici».

Chiunque voglia utilizzarlo, quindi, deve prima passare da una rigorosa valutazione di impatto ambientale, concessa solo tramite deroga ministeriale e non dalle Regioni. Eppure, un dissalatore in molti casi sarebbe più che utile: basti pensare che desalinizzare in loco, anziché trasportare l’acqua potabile via nave, permette di passare da un costo di 13/14 euro al metro cubo a soli 2/3 euro. Un bel risparmio, considerando che  un impianto costa 15 milioni di euro e circa 500mila euro di gestione, con problemi di trattamento dell’acqua e di smaltimento che ne rendono l’utilizzo non sempre agevole.

L’impatto ambientale
Il processo di osmosi inversa, quello su cui si basa il trattamento dell’acqua marina, però ha diverse controindicazioni ambientali: richiede molta energia e porta l’acqua marina ad essere depurata di tutti quei piccoli pesci e del plankton utili per la catena alimentare locale, che così ne risulta alterata. Inoltre, sul filtro si crea una brina con un’elevata concentrazione di sali che, per essere rimossa, necessita l’applicazione di sostanze chimiche che devono essere smaltite in modo opportuno per non creare danni all’ambiente. 

Il punto è che lo smaltimento di questa scoria ipersalina può rappresentare fino al 33 per cento dei costi dell’impianto, e per questo molti tendono ad accorciare la strada, preferendo eliminare tali scorie direttamente negli oceani, nelle acque superficiali, negli impianti di smaltimento delle acque reflue attraverso le fognature o, più raramente, in pozzi profondi.

Gli esempi nel mondo
Eppure, nonostante i problemi, il dissalatore resta una soluzione più che praticabile, in particolare per i tanti Paesi nel mondo che soffrono la siccità. Costano sempre meno e possono aiutare a ricavare una quantità maggiore di acqua, considerando che la Terra è composta soprattutto da acqua di mare (tanto che la biologa marina e divulgatrice Maria Sole Bianco parla di “Pianeta Oceano”). 

Una percentuale decisamente ridotta ce l’ha l’acqua dolce, che è soltanto il 2,5 per cento del totale, di cui quella disponibile è appena l’1. In molti Paesi i dissalatori sono già realtà: nei Paesi della Penisola araba l’acqua di mare desalinizzata costituisce tra il 50 e l’80 per cento dell’acqua potabile disponibile. Gli Stati Uniti hanno numerosi impianti, nati dopo gli Anni ’80, mentre in Europa il Paese più attivo è la Spagna, che conta più di 700 impianti attivi. 

Un caso a parte è invece Israele, che ha annunciato di aver immesso acqua desalinizzata nel lago di Tiberiade, il più grande lago d’acqua dolce israeliano, in Galilea, per far fronte alla crisi idrica che sta colpendo il Paese.

I dissalatori italiani e il caso di Taglio di Po 
Anche in Italia, vista la siccità, i dissalatori cominciano ad essere usati. Uno di questi si trova a Taglio di Po, in provincia di Rovigo, dove ne è stato affittato uno dalla Spagna al costo di 70 mila euro al giorno. «E resterà con noi fin quando sarà necessario, cioè fin quando non tornerà a piovere in maniera più continuativa», sottolinea a Linkiesta l’ingegner Marco Milan, direttore tecnico di Acquevenete. 

Nella provincia, infatti, non piove da settimane e l’utilizzo di questo sistema ha permesso di poter immettere una buona portata di acqua all’interno dell’acquedotto, un compito che il Po non riesce più a svolgere. Il segreto è tutto nel trattamento ad osmosi inversa. «È un trattamento specifico per il mare che funziona con un filtro a carbone attivo che permette di togliere i sali e lasciare invece ciò che è presente nel fiume, visto che le due sono ormai mescolate. Grazie all’impianto riusciamo a trattare 30 litri al secondo, un’aggiunta importante se consideriamo che la portata del fiume è di 140/180 metri cubi al secondo e l’acqua potabile è di gran lunga inferiore rispetto ad altri usi», evidenzia Milan. 

Trattare l’acqua dell’Adriatico e quella del Po non è però la stessa cosa. «L’acqua marina ha bisogno di molti trattamenti, costosi, al contrario di quella di fiume, che viene poco trattata e di quella di montagna, che invece viene presa in purezza. Per questo noi stiamo cercando di predisporre un sistema di condutture che ci porti l’acqua direttamente dalle Alpi, in modo tale da chiudere la centrale di Ponte Moro. Il dissalatore costa molto e l’Italia è molto diversa geograficamente: perciò è possibile trovare soluzioni alternative, visto che un dissalatore per me è una soluzione buona soltanto per un breve periodo».

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