Tipi da spiaggiaDimmi cosa mangi sotto l’ombrellone e ti dirò chi sei

Il contenuto della borsa termica che portiamo in spiaggia è lo specchio della nostra anima. Panini, insalate di riso, pranzi salutistici o junk food corrispondono ad altrettante categorie umane. E voi in quale vi riconoscete?

Spiaggia libera o stabilimento con ombrelloni e lettini? Una piccola caletta, uno scomodo e bellissimo scoglio o una lunga linea di sabbia fine? A dipingere caratteri e personalità dei vacanzieri non sono tanto queste scelte, quanto il contenuto della borsa con le provviste per la giornata al mare. Pizza o frutta fresca? Una pausa al ristorante o un picnic in pineta? È la risposta a queste domande a definire davvero il nostro carattere: tante personalità quante sono le possibili scelte gastronomiche. Una sola cosa ci accomuna tutti: l’acqua. Preziosissima alleata in spiaggia: bottiglie e bottigliette sono un tesoro imprescindibile tra sole e sale, ma le più preziose sono quelle di acqua gasata, ormai sempre più rara, ormai oggetto di cupidigia e desiderio anche da parte di chi prima beveva solo acqua liscia.

Un’allegra famigliola
Mettono di buon umore solo a guardarli. Mamma, papà, una zia e una manciata di bambini di età diverse. Si assomigliano tutti, e tutti hanno un paio d’etti di troppo. Sembrano arrivare in spiaggia già scottati, nonostante la spessa coltre di crema solare che li protegge. Impiegano un minimo di mezzora a montare il campo base, che arredano con tutta una serie di giochi da spiaggia (che non useranno), libri e riviste (che non leggeranno).La loro giornata trascorre pacifica tra un bagno in mare e una chiacchiera, e a intervallare la sequenza sono numerosi, copiosi e continui spuntini. Dal loro frigorifero portatile esce di tutto: bibite gasate, succhi di frutta, acqua (ovviamente), tè freddo alla pesca, al limone, all’aloe (esiste, esiste), insalata di pasta e di riso, panini, pizzette, mezzo pollo arrosto, una cotoletta per Paolino che il pollo non lo mangia, pomodori già lavati, frutta (che non deve mai mancare) e merendine varie. Ovviamente siamo in vacanza, e ci concediamo qualche sfizio in più. Un gelato al bar, ché quello mica lo si può portare da casa, se no si scioglie, e il cocco bello cocco fresco: se vi siete sempre chiesti chi lo comprasse, loro sono la risposta.

Una vecchietta arcigna
Elegante, con un bel caffetano bianco a fare da copricostume e un libro dall’aura filosofica appoggiato di fianco a sé, è sempre infastidita. Dalla sabbia che le va negli occhi, dal riflesso del sole sull’acqua, dal vento che non le permette di accendere la sigaretta (se fuma), dalla sigaretta di quella dell’ombrellone di fianco (se non fuma), dalla radio accesa al bar, dalla voce dei bambini, dalle chiacchiere dei vicini, dal mare, troppo caldo, troppo mosso, troppo freddo. La vecchietta arcigna si muove da sola (un marito la infastidirebbe), e se è sposata riesce a ignorare freddamente il coniuge. I figli, se li ha avuti, li ha educati con il sistema educativo della Rottermeier e li ha mandati via per il mondo. Ma c’è di più: la vecchietta arcigna è una categoria dello spirito. Ci sono bellissime quarantasettenni che sanno di essere in nuce quello che la vecchietta è adesso. Il suo pranzo è minimal, minimalissimo. Una prugna e una bottiglietta di acqua. Naturale, ché quella gasata la infastidisce.

I tamarri
Viaggiano in coppia. Hanno capelli nerissimi, tagli asimmetrici e creativi, piercing e tatuaggi. Hanno la fastidiosa tendenza a mettere il lettino proprio in mezzo al passaggio e a guardare con aria di sfida chiunque li guardi storto. La loro borsa ha la stessa offerta di provviste di un chiosco fuori dallo stadio: panini con la salamella e i crauti e birra (che non si sa come riescono a mantenere sempre perfettamente gelata). A volte capita che i tamarri crescano, si sposino e facciano anche figli. In questo caso le provviste sono destinate anche al rampollo, che viene richiamato a riva mentre sguazza sul materassino da un grido: «Brandon, lo vuoi un biuster?».

Il papà del sabato
I papà in spiaggia sono figure rare. Si muovono in branchi, stanno rintanati negli uffici durante la settimana e calano al mare al venerdì sera. Il weekend per loro è una mission: tempo di qualità da dedicare ai figli. E per due giorni organizzano spasmodicamente tornei di beach volley e gare di racchettoni, tracciano percorsi per le biglie degni dell’autodromo di Monza facendosi prestare i bambini più piccoli altrui da trascinare, chiappette a terra, per ottenere la pista perfetta. Fanno castelli di sabbia che somigliano a Carcassonne, con o senza l’aiuto dei bambini che dopo un po’ di stufano e riprendono a giocare a lanciarsi palle di sabbia tra loro. Ma è a fine giornata che il giovane padre dà il meglio di sé. Aperitivo, spritz e patatine per tutti. Non importa quanto lontano sia il bar, lui comparirà con un vassoio colmo di bicchieri di plastica che occhieggiano arancioni nell’arancione del tramonto. Per sé, per sua moglie, per tutti i vicini di ombrellone. Soddisfatto? No: «Domani sera grigliata a casa nostra, ci siete?». Il padre gira tra tutte le famiglie con figli del litorale, invitando sconosciuti a casaccio a trascorrere il sabato sera nel suo giardinetto, tra salsicce e costine.

Il didietro più bello di tutta la spiaggia
Per loro prendere il sole è una vocazione, e la portano avanti con cura maniacale. Si girano a pancia in su e a pancia in giù. Spostano il lettino seguendo l’inclinazione dei raggi, come dei veri girasoli. Spostano un millimetro per volta i cordini del ridottissimo bikini in modo che non restino segni di nessun tipo. Non leggono, non parlano, non fiatano, intente alla loro occupazione. Si alzano solo per fare il bagno e per una partita a racchettoni, da fare rigorosamente in bella vista, in modo da mettere in mostra i loro meravigliosi fondoschiena, impreziositi da slip stile filo interdentale. Dopo il bagno è il momento della «fruttina», come la chiamano loro. L’unica alimentazione che si concedono è infatti una macedonia senza zucchero e senza banana che è ipercalorica. Perché la perfezione impone sacrifici.

Il filosofo
È bianco. Bianchissimo, soprattutto sulle gambe e sul petto. In spiaggia si sente a disagio, sa che si scotterà inevitabilmente. È venuto e non sa neanche lui perché. Cerca l’ombra, cerca di leggere. Cerca conforto. Non nuota, non passeggia, non si sdraia. Ma all’improvviso si accorge di aver fame e sete. Niente. Non si è portato niente. Del tutto inadatto alla vita da spiaggia, si salva solo se è in compagnia, o se nelle vicinanze c’è un bar.

La mamma volenterosa
È venuta sola con le tre figlie di tre, sei e dieci anni. Fiduciosa nella vita, ha portato un libro per sé, secchiello e paletta per le bambine, e una preziosa scorta di cibi salutari: carotine crude ben pulite, insalata di pasta fatta in casa e già porzionata, frutta fresca e centrifugati fatti in casa. Dopo mezz’ora il suo libro è caduto in acqua non si sa come, la bambina più piccola è interrata in una buca, quella di mezzo sta cercando di fuggire verso lo stabilimento di fianco e la grande smessaggia con le amiche di scuola usando il cellulare materno. La mamma raduna le truppe e gioca la carta bagno in mare, subito seguita dal gioioso invito a pranzo. Le bambine guardano scettiche il cestino della mamma. No, non ci piace niente. E anche questo ottimistico progetto finisce col naufragare, mentre le figlie comprano al bar pizzette unte, patatine, gelati e gazzosa come se piovesse.

Fidanzatini chic
Sulla spiaggia c’è un piccolo ristorantino. Affollatissimo la sera, a mezzogiorno è semideserto. Solo una coppia sfida i 3000 gradi all’ombra di un giorno d’agosto. Sono giovani, ma non giovanissimi, carini, elegantini, anche troppo per il contesto in cui si trovano. Non hanno fatto il bagno perché lo stabilimento non ha la doccia calda. E adesso si godono spaghetti con le vongole e fritto misto, le specialità della casa. Sono un po’ contrariati, perché avrebbero voluto champagne ma si sono dovuti accontentare di un prosecchino. E poi, insomma, lei quando è al mare vuole mangiare le ostriche: «È possibile che qui non si trovino?».

Lo sportivone
Arriva in spiaggia al mattino presto. Occhialini, pinne, costumino attillato. Entra in acqua come se dovesse attraversare a nuoto il golfo dei poeti. E inizia a nuotare a due metri da riva, dove ancora si tocca, parallelo alla linea del bagnasciuga. Ogni tanto mette giù i piedi per respirare. Tornato a riva si unge i bei muscoli e si concede un meritato riposo dopo la nuotata. A mezzogiorno in punto raccoglie la sua salvietta e sparisce. Dove? È un mistero. Ha casa qui vicino? Forse, ma nessuno sa dove. Va al ristorante? Forse, ma non a questo, se no lo vedremmo. Sembra avere qualcosa da nascondere: che il suo pranzo non sia salutare e iperproteico come ci si aspetterebbe?

Il nonno
Sigaro in bocca, occhiali sul naso, gazzetta dello sport in mano (notare la presa salda che mette la rosea al riparo dal vento). L’uomo sembra non sentire i richiami continui dei suoi nipotini: Nonno ci porti a pescare? Nonno noleggiamo il pedalò? Nonno facciamo un vulcano con la sabbia? Nonno che specie di granchio è questo? Nonno, nuotiamo fino alla boa rossa? Dopo un po’ il nonno cede, si alza e nell’ordine: costruisce un vulcano con tanto di fumo vero, pesca sette granchi e li cataloga con sicurezza da zoologo, porta i pargoli a nuoto fino alla boa più lontana, ma poi si blocca, davanti alla richiesta più temuta: Nonno, facciamo un picnic in spiaggia? Il nonno odia i picnic. Siano in montagna (panini ripieni di formiche) o al mare (focaccine con la sabbia). Si rifiuta di mangiare per terra, di stendere tovaglie e di portare cestini da casa. Tutto per i suoi nipotini, ma questo no. Piuttosto salta il pranzo.