Astensionismo involontarioPerché non si risolve il problema di chi è fuorisede e non riesce a votare

Secondo una ricerca del governo, sarebbero cinque milioni le persone che, per studio o per lavoro, vivono lontane dal comune di residenza e faticano a rientrare in occasione delle elezioni. Le alternative esistono e sono praticate anche in altri Paesi europei, ma in Italia c’è resistenza

Claudio Furlan - LaPresse

Il 24 luglio era prevista alla Camera la discussione delle proposte di legge per garantire il diritto di voto ai fuorisede, ma la caduta del governo ha impedito che questa si realizzasse. E ora quasi cinque milioni di italiani avranno difficoltà a votare. Questa è la stima che emerge dallo studio voluto dal ministero dei Rapporti con il Parlamento e confluito nel Libro Bianco “Per la partecipazione dei cittadini. Come ridurre l’astensionismo e agevolare il voto”.

In quest’analisi il non-voto dei fuorisede, cioè coloro che studiano o lavorano lontano dal proprio comune di residenza, è annoverato tra le principali cause di astensionismo involontario. Secondo la stima riportata nel Libro Bianco il 38% dei fuorisede impiega più di quattro ore tra andata e ritorno per tornare alla propria residenza, il 15% tra le 4 e le 8 ore, il 9% tra le 8 e le 12 ore e il 14% circa più di 12 ore di viaggio.

La maggior parte di queste persone «è costretta a non votare, in tanti non hanno la possibilità di tornare in giornata a casa. Si tratta per lo più di giovani fino ai 35 anni», afferma a Linkiesta Stefano La Barbera, presidente del comitato Io Voto Fuorisede. L’astensionismo rappresenta un problema reale e attuale: l’istituto di sondaggi Swg afferma che attualmente solo il 58% degli italiani pare essere intenzionato a recarsi alle urne. Questa tendenza si trova in linea con i dati degli ultimi anni in cui la partecipazione elettorale è diminuita in maniera sostanziale.

Ma la mancanza di una legge che permetta il voto a distanza non è una novità. Il comitato civico Io Voto Fuorisede è nato nel 2008 e da 14 anni si fa portavoce di questa situazione.

L’Italia rappresenta, con Malta e Cipro, l’unico stato in Europa a non garantire alcuna alternativa a chi vive lontano dal comune in cui risiede, fatta eccezione per alcune categorie come militari e forze dell’ordine e per gli italiani che vivono all’estero. Oltre al voto tradizionale come tutti lo intendiamo, in Europa esistono varie alternative. Dal voto per delega (che in Italia è ritenuto incompatibile con il principio costituzionale della personalità del voto) a quello elettronico, passando per i l voto per corrispondenza fino a quello anticipato presidiato, senza dimenticare la possibilità di votare in un seggio diverso da quello di residenza il giorno delle elezioni. In Italia la scelta per i fuorisede è tra prendere l’aereo, il treno, l’auto e tornare a casa, oppure non esercitare il diritto di voto.

A queste possibilità il ministero dell’Interno ha sempre opposto resistenza, anche facendo riferimento a problemi logistici insormontabili ed esprimendo «il timore di compromettere la sicurezza delle procedure di voto» sostiene La Barbera. «Questo anche perché le proposte di legge non erano accompagnate da un’adeguata analisi né dei numeri né dei dati, non erano organiche e comprensive della portata del fenomeno».

In questa legislatura c’era stato un importante passo in avanti, che aveva portato all’analisi emersa nel Libro Bianco, ma con la caduta del governo Draghi tutto è nuovamente in stallo. Alla fine del report erano state avanzate due proposte per garantire il voto a distanza: l’election pass e l’election day. Il primo proponeva l’introduzione di un certificato elettorale digitale, sul modello del green pass. L’election pass sarebbe stato verificato e/o annullato, una volta utilizzato, presso il seggio. In tal modo il cittadino non avrebbe potuto utilizzarlo per votare nuovamente in un altro seggio elettorale. Con l’election day invece si proponeva di concentrare negli stessi giorni le date del voto dei diversi tipi di consultazione elettorale per favorire gli spostamenti.

Queste due proposte «avrebbero permesso di superare le resistenze del ministero dell’Interno in merito alla gestione delle elezioni, creando le precondizioni per poter effettuare il voto a distanza tramite gli uffici postali con il voto anticipato sul modello danese» sostiene il presidente di Io Voto Fuorisede.

Di recente la senatrice Emma Bonino e il deputato Riccardo Magi hanno presentato un’interrogazione alla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese proprio sul tema dei fuorisede e delle modalità previste per garantirne il voto nelle elezioni del 25 settembre. Ma ci sono poche speranze: per applicare cambiamenti sostanziali, spiega La Barbera, serve più tempo. Allo stato attuale «l’unica richiesta da parte della politica dovrebbe essere quella di coprire i costi totali degli spostamenti per votare. Questo potrebbero deciderlo per decreto, anziché dare il solito rimborso inefficace. Ma non abbiamo sentito nulla di tutto ciò da parte delle forze politiche». Attualmente gli sconti non sono ancora stati specificati, ma di norma è prevista la diminuzione del biglietto di treni, navi e aerei, che però spesso aumentano in partenza perché è previsto un rialzo della domanda.

Quali sono quindi attualmente le possibilità per i fuorisede? Cambiare residenza è escluso, anche perché comporta una serie di problemi, soprattutto di ordine fiscale. Prendendo come esempio gli studenti, la maggior parte di loro ha gli studi pagati dai genitori, che a loro volta detraggono le spese fiscali degli affitti. «Cambiando residenza si esce dallo stato di famiglia e quindi, pur pagando, non si ha diritto a ricevere i contributi fiscali». A volte, poi, gli spostamenti sono troppo brevi (pochi mesi, o pochi anni).

Io voto fuorisede, in collaborazione con Io voto sano da lontano e The good lobby, sta portando avanti una petizione per il rinnovamento di una legge ferma agli anni ’50. Insieme a questa c’è anche un’iniziativa giudiziaria che mira a decretare l’incostituzionalità della legge elettorale. Una scelta obbligata perché, spiega La Barbera, il tema non viene mai affrontato in maniera seria. A novembre ci sarà la prima udienza, «con la speranza che il giudice invii gli atti alla Corte Costituzionale per decretare l’incostituzionalità di questa legge elettorale e costringere il Parlamento finalmente a intervenire».

Per ora, per non fare più parte di quel grande gruppo di astensionisti involontari, l’unica possibilità è comprare un biglietto del treno e tornare a casa.

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