Finale a sorpresaLa vittoria dell’Inghilterra agli Europei femminili è l’ennesima beffa calcistica per Boris Johnson

Il premier dimissionario ha sempre provato a fare dello sport una leva della sua politica populista: per anni ha provato a usare la Champions League, la Superlega e la Nazionale maschile per portare dalla sua parte tifosi e appassionati, ma il campo gli ha sempre risposto picche. L’unico successo è arrivato troppo tardi, con l’unica squadra che non ha mai supportato

AP/Lapresse

It’s coming home davvero, dopotutto. Dopo 56 anni, l’Inghilterra torna a vincere finalmente un titolo nel calcio con una Nazionale maggiore, ma lo fa inaspettatamente con quella femminile. Inaspettatamente, perché i favori dei pronostici li aveva la squadra maschile, che un anno fa perdeva in casa il titolo europeo contro l’Italia.

Sembra solo sport, ma sotto c’è molto di più. Basterebbe chiederlo a Boris Johnson, che dal suo arrivo a Downing Street nell’estate del 2019 ha cercato di costruire la sua popolarità soprattutto su due temi: Brexit e football. Il primo lo ha portato a diventare primo ministro, il secondo sarebbe dovuto essere lo strumento per consolidare il suo legame con la nazione, ma in questi tre anni al potere Johnson non è mai riuscito a piegare il calcio ai suoi interessi. E pare anche piuttosto simbolico che il tanto sospirato successo sia avvenuto solo ora, a dimissioni ormai imminenti e con il suo governo travolto dagli scandali.

Da populista navigato, si è sempre detto grande tifoso sia del rugby che del calcio, i due sport più popolari del Regno Unito, e altrettanto astutamente non ha mai voluto rivelare per quale squadra facesse il tifo. Per esempio, ai tempi in cui era sindaco di Londra aggirò la domanda rispondendo di supportare «tutte le squadre di Londra», il che significa un bel numero di club, ma è anche una di quelle cose che nessun tifoso di calcio direbbe mai.

Il suo atteggiamento verso il pallone ha sempre riflesso bene le sue tendenze politiche, conservatrici e inclini alla facile retorica. D’altronde è stato lui, nella primavera del 2021, uno dei grandi protagonisti del no alla Superlega, quando sconfessò pubblicamente il progetto, minacciando azioni nei confronti dei sei club inglesi coinvolti: «Non credo che sia una buona notizia né per i tifosi né per il calcio in questo Paese», diceva.

Giusto una settimana dopo quelle affermazioni, il Guardian rivelava che in realtà Johnson sapeva della Superlega da tempo e non aveva espresso alcuna contrarietà, almeno fino a quando non erano stati i tifosi a scendere in piazza per protestare.

Ma era comunque riuscito a far passare il messaggio che lui era contro l’idea, e questo sembrava aver avuto un effetto positivo sulla sua popolarità, duramente colpita dalla gestione del primo anno di pandemia.

Nella primavera del 2021, infatti, il tasso di approvazione di Johnson tornava sopra quello di disapprovazione per la prima volta in un anno. La sua legittima reazione era stata quella, abbastanza prevedibile, di puntare molto sull’ormai imminente Europeo di calcio, in teoria itinerante ma di fatto organizzato soprattutto dal Regno Unito, con 12 partite su 51 da giocarsi tra Londra e Glasgow, tra cui soprattutto le due semifinali e la finale.

Riportare un grande torneo di football in Inghilterra era stato merito di David Cameron (l’assegnazione risale al settembre 2014), ma la verità è che nessuno si ricorda mai di chi c’era al governo quando un evento viene assegnato: solo di chi c’è quando viene ospitato. E con la Nazionale maschile reduce dal quarto posto dei Mondiali di Russia – il miglior risultato dei precedenti 22 anni – le chance di riuscire a riportare a casa un titolo che mancava dal 1966 erano piuttosto alte: Boris Johnson sognava di essere il Premier della vittoria agli Europei, l’uomo che avrebbe sollevato la coppa assieme a Harry Kane. Di più: il primo Premier conservatore a “vincere” un titolo nel calcio, dato che nel 1966 al governo c’erano i laburisti di Harold Wilson.

Come sappiamo, non è andata a finire bene. Non solo per il risultato in campo, ma anche per ciò che ha circondato quella finale, con i disordini agli ingressi causati dai tifosi inglesi e da una gestione deficitaria dell’ordine pubblico, trasformatasi in 100mila euro di multa da parte della Uefa e una partita a porte chiuse.

Un doppio smacco, da quello che sarebbe dovuto essere l’evento in grado di riscattare l’immagine del Regno Unito e andare a simboleggiare anche l’avvio di un nuovo corso politico, quello successo alla Brexit.

Se possiamo dire che quella non è stata proprio una partenza con il piede giusto, di certo la prosecuzione è stata peggiore. A fine febbraio 2022, Johnson proponeva alla Uefa di spostare in Inghilterra la finale di Champions League tolta a San Pietroburgo a causa dell’invasione dell’Ucraina, scommettendo sul fatto che in finale sarebbero arrivate due inglesi, come già accaduto nel 2021 e nel 2019. Invece, Čeferin ha detto no, e la finale di Parigi ha visto il Real Madrid trionfare sul Liverpool. Un altro brutto segnale.

Un paradosso, per un Premier accusato di misoginia, ritrovarsi a sperare in un successo della Nazionale femminile per vedere realizzarsi il suo piano politico a mezzo sportivo. Anche perché, nel frattempo, il suo governo è di fatto naufragato e l’esperienza da primo ministro è ormai agli sgoccioli. Forse è anche per evitare contestazioni che il 31 luglio Boris Johnson non era Wembley per la finale tra le Leonesse e la squadra tedesca (c’era, però, il suo omologo Olaf Scholz), e anche qui ci si può vedere un beffardo segno del destino: un anno fa, con la Nazionale maschile, non era voluto mancare, e i Three Lions avevano perso.