SuccessionL’uscita di scena di Boris Johnson lancia la corsa a due tra Liz Truss e Rishi Sunak

Il testa a testa tra la ministra degli Esteri e l’ormai ex cancelliere dello Scacchiere fa entrare la Gran Bretagna in un clima di campagna elettorale: entrambi affrontano il duello più importante della loro carriera politica con una buona reputazione governativa e qualche scheletro nell’armadio

«Hasta la vista, baby». Boris Johnson si è congedato così, citando “Terminator” e con la consueta boria, nell’ultimo Question time da primo ministro a Westminster. Alle sue spalle c’era Liz Truss, ministra degli Esteri in carica, ma non Rishi Sunak, che si è dimesso non appena ha fiutato che la crisi di mezza estate avrebbe rovesciato il governo. Sono loro due, i favoriti alla vigilia e in campo da mesi, i pretendenti alla successione.

I deputati conservatori ci hanno messo cinque turni per scremare le candidature, fitte di seconde generazioni di cui sentiremo parlare ancora, e alla fine, per otto voti, è caduta Penny Mordaunt. Ora il verdetto spetta al corpo del partito, che nominerà il nuovo leader entro il 5 settembre. Dal giorno dopo, ci sarà un nuovo inquilino a Downing Street. Il Regno Unito è un’isola dove il premier è scelto dai 160mila iscritti ai Tories, cioè lo 0,3% dell’elettorato.

L’uscita di scena di BoJo è plateale quanto merita la sua parabola, che definiamo «rocambolesca» solo perché non c’è un lemma che tenga assieme gli strappi da mattatore, l’ascendente popolare da one-of-us nonostante l’estrazione aristocratica e le migliori scuole, o forse grazie a queste, le bugie seriali e la corruzione, la presa su una diversa classe dirigente, da lui selezionata, e l’incapacità di accorgersi quando non si è più ricambiati, quando la propria stella è diventata cadente.

Come si può parlare di «talento sprecato» per uno che è risorto da scandali e fattacci a ogni decade della sua biografia? A storie del genere, a quelle latitudini, non sono abituati. Un’indole mediterranea, quasi, ma i paragoni con il naufragio italiano finiscono qui. Il sistema ha tollerato Boris finché non è riuscito a rinnegarlo, confondendo la causa con l’effetto, ma il caos e il populismo sono lì per restare.

In quella specie di testamento politico, Johnson ha detto alcune ovvietà piuttosto brillanti. I colleghi che volevano la sua testa fino a ieri l’hanno applaudito. Ma non impareranno la lezione, persino Boris sembra mettere agli atti un massimario ironico solo per il gusto di vederlo disatteso una volta in più. Esorta a non confondere Twitter con il Paese reale, a guardare sempre avanti, ma senza perdere di vista lo «specchietto retrovisore». La parte sugli americani da seguire e l’Ucraina da non abbandonare è l’unica che resterà una costante, a prescindere da chi prenderà il suo posto.

Per il resto, Sunak e Truss avevano registrato da mesi i domini dei siti web delle loro campagne e l’ex cancelliere dello Scacchiere aveva pure pronto un video emozionale. Ma ora si esce dalla «bolla» del palazzo e si entra in un’altra, quella dei membri del partito, che ha logiche diverse e non garantisce travasi di popolarità.

Ma chi sono questi 160mila kingmaker? Il numero, in realtà, corrisponde a quanti avevano i requisiti per esprimersi l’ultima volta, nel 2019 erano 159mila. Da allora, la platea sarebbe aumentata fino a 200mila, secondo le successive dichiarazioni alla stampa. Per ricevere la tessera basta pagare una quota annuale di 25 sterline, scontata ai giovani, ma iscriversi adesso non è sufficiente per poter votare in questa fase delicata. È richiesta, infatti, un’«anzianità» di almeno tre mesi. «La gente che potrà scegliere il nostro prossimo primo ministro è tutt’altro che rappresentativa dell’elettorato nel suo complesso», spiega alla Bbc il professor Tim Bale della Queen Mary University di Londra.

In base alle ricerche dell’ateneo, il 63% dei membri del partito conservatore sono uomini, il 37% donne. Lo zoccolo duro è rappresentato dagli over 65, il 39% del totale, seguiti dal 36% della fascia tra i 25 e i 49 anni d’età. Va detto che questa sperequazione è comune alle altre formazioni maggiori, come i libdem o i laburisti, guidati da un “maschio bianco etero” come Keir Starmer. Il 76% degli iscritti nel 2016 ha votato per uscire dall’Unione europea al referendum sulla Brexit e l’80% appartiene ai gruppi sociali più benestanti. Dal punto di vista geografico, si concentrano nella capitale e nell’Inghilterra sud-orientale, con un radicamento meno profondo nel resto del Regno e quasi nullo in Scozia.

Il voto avverrà online oppure via posta. Sunak ci arriva forte dell’investitura dei deputati, tra i quali ha ottenuto 137 suffragi. Truss ne ha contabilizzati 113, abbastanza per staccare Mordaunt (105) su cui contavano i moderati. Alcuni giornali italiani hanno enfatizzato le origini degli altri contendenti sconfitti, ma tranne il nuovo cancelliere Nadhim Zahawi, curdo-iracheno fuggito durante il regime di Saddam Hussein, Sajid Javid, Priti Patel, Kemi Badenoch sono tutti nati su suolo britannico. Sicuramente, la rosa dimostra un’integrazione e una meritocrazia che funziona(va)no, citofonare alla destra sovranista europea e nostrana che usa i passaporti come bandierine.

Sorvolando sul curriculum, entrambi gli sfidanti affrontano il duello più importante con una buona reputazione governativa. Sunak si è intestato la ripresa economica dopo la pandemia, quando ha aperto a misure di sostegno estranee alle ricette tradizionali dei conservatori. Truss ha ereditato da Dominic Raab il prestigioso Foreign Office a settembre 2021, dopo il disastroso ritiro occidentale dall’Afghanistan. Il ruolo garantisce, come il ministero delle Finanze, una grande visibilità mediatica. La retorica della «Global Britain» lo ha caricato di significati simbolici e ha moltiplicato le missioni all’estero. Durante le settimane di escalation in Ucraina, il litigio con Sergej Lavrov le è valso il titolo di «falco», una medaglia d’onore in uno degli esecutivi più attivi nel sostenere la nazione invasa da Vladimir Putin.

Tutti e due hanno un potenziale «scheletro nell’armadio». Quello di Sunak è la moglie, Akshata Murthy, multi-miliardaria che con un cavillo legale – è ancora domiciliata in India – ha pagato meno tasse all’erario del Regno Unito. Non un ottimo biglietto da visita per un aspirante premier, ai tempi titolare del dicastero danneggiato dalle evasioni. Solo gli scandali di Johnson e il partygate, per il quale anche Sunak è stato multato, hanno depotenziato il caso. Truss, invece, ha la «colpa» di aver votato «Remain» nel 2016: un’anomalia in un partito ormai euroscettico e nazionalista.

Truss ha sempre sostenuto Johnson. Fino all’ultima congiura, almeno, quando la clownfall è stata inevitabile e pure l’inner circle gli ha intimato di dimettersi. Per questo, ha una fama di lealtà che è a doppio taglio: essere associati al capo caduto in disgrazia, ma ancora influente, rischia di essere controproducente se vincerà la fazione desiderosa di un fresh start, un nuovo inizio, in netta discontinuità, anche caratteriale. Se Sunak cerca di scrollarsi di dosso l’etichetta di «traditore» per convenienza personale, con le tempistiche calcolate freddamente, al tempo stesso proverà a cavalcare un’immagine più sobria e contrapposta all’eredità del primo ministro.

La campagna, al momento, non sconfessa la Brexit dura, il revisionismo sull’Irlanda del Nord né il piano di deportare i migranti in Ruanda. È centrata sulle tasse. Truss rinfaccia all’avversario di averle alzate ai livelli più alti da mezzo secolo, una bestemmia in casa Tory. Lui replica di non credere alle «favole» dei suoi concorrenti. Un’indagine YouGov alla vigilia dell’ultimo round, quando era in corsa anche Mordaunt, vedeva Sunak sconfitto con un margine di oltre dieci punti percentuali. Perderebbe 38% a 62% secondo il primo sondaggio dopo il ballottaggio, eppure media ed establishment lo considerano in grado di rimontare. Conservative Home, un molto ascoltato sito di tendenza filo-conservatore, indicava Badenoch in cima alle preferenze della base, con Truss al secondo posto e Sunak al quarto. C’è ancora un mese, però, per cambiare gli equilibri.

Spesso, dopo una crisi il nuovo primo ministro convoca elezioni anticipate, per consolidare con una nuova maggioranza il suo mandato e premiare i fedelissimi (era il criterio della stagione che sta finendo). È stato il caso trionfale di Johnson nel 2019, mentre nel 2017 è costato l’implosione a Theresa May, che rimase azzoppata e si legò alla stampella degli unionisti nord-irlandesi per governare. Con un partito completamente screditato e staccato dal Labour nelle rilevazioni demoscopiche, ai Tories non converrebbe percorrere questa strada. Il dopo-Boris – con lui ancora in circolazione – si concentrerà sul tentare di ricucire la fiducia con gli inglesi. Più della «mission largely accomplished» rivendicata da lui in aula, sembra una mission impossible.

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