Kyjiv, giorni 9-12Nella mia amata capitale, dove non c’è spazio per la nostalgia e gli abbracci sono più forti

L’autunno è alle porte (arriva prima che in Italia) e già piove. Giro senza ombrello per le strade della città maestosa ed eroica, che appare vuota. I passanti parlano di resistenza, di provviste e di medicine. Si preparano a un inverno che io affronterò da lontano

di Maksim Zhashkevych, da Unsplash

Il primo appuntamento con la Kyjiv amata è stato timido e veloce. Una corsa in un taxi, riconoscere oltre il tempo e la memoria stanca le sagome dei quartieri che come le persone sono tutti cambiati. Il secondo nostro appuntamento è intenso, di quelli che durano delle ore fino alla notte fonda, quando ci si perde nelle chiacchiere e nel tenerci stretti, fino a farci del male per le camminate lunghe sulle colline e per gli abbracci con le persone care, fino a diventare un sapore e odore unico. Sapore dell’asfalto bagnato per la pioggia, odore del verde degli ippocastani e le correnti d’aria della metropolitana. Per salutarci a Kyjiv con gli amici ci abbracciamo forte e non ci siamo mai abbracciati così forte negli anni scorsi. Ci stringiamo in due, in tre per sentirci il cuore, che batte, per sentire quella vita, toccarla con le dita e con le costole.

All’improvviso a Kyjiv arriva l’autunno. L’autunno in Ucraina arriva sempre prima che in Italia. La fine di agosto è sempre bagnata dalle piogge, ma le piogge quest’anno sono arrivate molto prima. Le stagioni non sono più le stagioni di una volta, quest’anno si è sconvolto tutto e gli ucraini continuano a vivere quel lungo 24 di febbraio, cambiando solo i vestiti, ma non la testa e l’anima.

Non ho un ombrello, la mia amica non ha un ombrello, in questi giorni mi sono bagnata almeno otto volte con le gocce che sbattevano sulla testa pesanti, come la grandine e con la pioggerella minuta che faceva incollare le sopracciglia. O a incollare le sopracciglia non era la pioggia? Negli ultimi due giorni non ci sono state le sirene, la città non sobbalzava per quel suono, non correva nei rifugi, non si fermava, perché ora quando ci sono le sirene si ferma tutto il trasporto pubblico, chiudono i centri commerciali e i supermercati dopo l’attacco al centro commerciale di Kremenchuk.

Ho visto donne vestite di verde piantare le piante nelle aiuole del centro, ho visto signori con i baffi spazzare le strade e giovani ragazze fare il caffè, il CapuOrange – una spremuta di arancia con il caffè, si può averla con il ghiaccio o tiepida. Una bevanda deliziosa.

Kyjiv è pulita, è curata, è amata ed è anche vuota. Per essere una città di tre milioni e qualcosa di abitanti è vuota. C’è troppo spazio sulle strade e tra la gente che cammina. Hai perfino il tempo di guardare meglio le facce della gente e cercare di indovinare le loro storie. Sono di Kyjiv o sono sfollati dall’Est dell’Ucraina, hanno perso qualcuno di caro, hanno ancora un lavoro? Ascolti di che cosa parlano e i discorsi sono sempre questi: raccogliere i fondi per un altro drone o per un’altra macchina per spedirla al fronte, acquistare medicinali, i tourniquet per fermare l’emorragia, i corsi di primo soccorso, donare il sangue. Poi entrano nel ristorante che fa cucina tipica dei tatari di Crimea, che è diventato una specie di quartier generale, me lo dice la scrittrice Olena Stiazhkina, autrice di Linkiesta Magazine: Omaggio all’Ucraina. Così almeno con la cucina crimeana continuano a sentire la Crimea vicina.

La città è cambiata, c’è troppo spazio vuoto e allo stesso tempo non c’è spazio per qualche sentimento e nostalgia del passato, mentre guardo l’edificio della mia università e passeggio per tutti i posti della mia vita studentesca o incontro per caso gente che non vedevo come minimo da quindici anni.

C’è solo uno spazio transitorio, lo spazio delle retrovie, la stanchezza, dove non c’è voglia di rimanere a lungo, dove c’è solo la voglia che finisca presto e un po’ di paura per l’autunno e l’inverno in arrivo. Saranno abbastanza riscaldati gli appartamenti in città? Chi andrà a scaldare quegli appartamenti vuoti? Ci saranno abbastanza provviste per tutti? Si domandano i kyjiviani e vanno a comprare le coperte, le stufette economiche e le canotte termiche.

Incontro la gente che di solito abita a Parigi, che abita a New York, che ha già trovato un lavoro a Vienna, e sono qui nella loro città di passaggio, del resto come me. Torneremo tutti nei nostri posti, nelle nostre case fuori dall’Ucraina, lasciando le colline di questa maestosa ed eroica città vuote, lasceremo Kyjiv a riscaldarsi da sola, ad aspettare i passi lenti sul suo ciottolato, a guardarsi in solitudine quei buchi neri dei vetri spezzati dai bombardamenti, a recitare le preghiere nelle chiese sempre aperte e a proteggere i monumenti con i sacchi di sabbia.

Stasera ci vediamo tutti al ristorante che fa cucina ebraica, perché è la mia ultima sera a Kyjiv. Ci stringeremo di nuovo fino a farci male alle costole, ci bagneremo con la pioggia che cade fitta tutto il giorno, nasconderemo all’amata Kyjiv lacrime, lividi e cicatrici. Non vogliamo sembrare deboli e sentimentali davanti a una città che ha resistito e continua a resistere, che nasconde l’album di tutti i nostri ricordi dal 2003 al 2015 ma che torneremo presto a sfogliare in tanti, in troppi, fino a pestarci i piedi, fino a riempire quello spazio vuoto che fa sembrare Kyjiv un’altra, ma pur sempre, e per sempre, amata.

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