Agenda ThaiNel silenzio dei riformisti, il Pd resuscita le anime morte della sinistra (e un po’ pensa a Conte)

Per ora al partito giurano che con i Cinquestelle, i killer del governo Draghi, non si andrà mai. Ma in politica tutto può succedere, soprattutto dopo che è stato fatto saltare il patto con Azione in nome del modello CLN

di Matteo Miliddi, da Unsplash

Nel Pd dunque ha vinto la linea della sinistra interna favorevole a una caratterizzazione “anticapitalista”, come l’ha definita con un po’ di enfasi Marcello Sorgi sulla Stampa e quindi alla ripresa di un rapporto politico con le formazioni della sinistra radicale e con il M5s.

Già, il M5s: ora, persi quelli di Calenda, i suoi voti sarebbero necessari per competere. E se è vero che Enrico Letta è tornato a escludere un accordo con il killer del governo Draghi, è certo che per esempio Pier Luigi Bersani e i suoi seguaci, che ormai sono dentro il Pd, ritengano indispensabile il riaggancio con Giuseppe Conte.

Dalla segreteria dem, a nostra precisa domanda, fanno sapere che la cosa non esiste. Eppure, essendo alla fine prevalso il modello-Cln non di governo ma di resistenza al nemico, è intuitivo che lo stesso spazio che si è trovato per i sinistri-verdi potrebbe esserci anche per l’avvocato. In fondo è la linea seguita dal Pd in tutti questi anni, interrotta dal trauma del 20 luglio, ma in politica i traumi si riassorbono in fretta, e c’è molta gente al Nazareno ancora sensibile alla linea thai di Goffredo Bettini che questa partita potrebbe dunque vincerla appieno con la copertura, non si sa quanto consapevole, del segretario.

Ma anche se l’operazione con il M5s non si dovesse compiere, magari per indisponibilità proprio di Conte, gli sconfitti di tutta questa vicenda – sconfitti senza nemmeno combattere – sono i riformisti del Pd, ex renziani, ex veltroniani, ex gentiloniani, cattolici democratici, insomma quelli della componente che si chiama(va) “Base riformista”. Questo gruppo, largamente egemone negli anni di Renzi e comunque influente anche a livello di governo con l’ottimo ministro della Difesa Lorenzo Guerini e l’altrettanto ottimo sottosegretario agli Affari europei Enzo Amendola, protagonisti della politica atlantista e filo-Ucraina del governo Draghi (su Linkiesta spesso definiti “gli adulti nella stanza”), non ha fatto molto per evitare un progressivo scivolamento del Pd su posizioni lontane da quella, spesso animose nei confronti non solo del renzismo ma anche del draghismo («L’agenda Draghi non è la nostra», lo slogan della sinistra dem) e su una linea di rivalsa interna dopo il disastro strategico degli anni di Zingaretti culminati con la sua fuga dal Nazareno per manifesta debolezza d’animo.

I recenti strali di donne e uomini del vertice del partito contro Renzi, dopo anni di scodinzolamento talvolta imbarazzante, sono l’emblema dell’eterno male della politica, anche a sinistra, vale a dire l’ossequio rumoroso verso la leadership di oggi. Sia chiaro che da questa risacca che nel gergo del movimento operaio si direbbe detta “opportunistica” va escluso Enrico Letta, che a suo modo è stato coerente. Egli infatti ha seguito una strada difficile e tortuosa, tenere insieme tutto con la fissazione di “coprirsi a sinistra” – lo ha notato con la consueta lucidità Arturo Parisi intervistato dal Domani – nella convinzione superficiale che i voti fossero lì, nei presunti forzieri di Nicola Fratoianni, uno se non fosse per Letta andrebbe fuori dal Parlamento, lui, la gentile moglie e il sempreverde Bonelli.

C’è da immaginarsi come a Bruxelles Paolo Gentiloni stia guardando con gli occhi fuori dalle orbite quello che i “suoi” stanno combinando a Roma, con l’avallo acritico fornito a un’operazione che radicalizza il Pd su una linea più vicina a Monica Cirinnà che a Piercarlo Padoan in nome del terrore tipico dei giorni di candidature. Ma chi si mette a discutere se in ballo c’è la tua rielezione, tanto più in una “gara” dove gran peso avranno gli esponenti della sinistra, comprese le vecchie glorie tipo Susanna Camusso?

Il miracolo di Letta, con l’incredibile silenzio-assenso dei riformisti, è dunque quello di aver resuscitato le anime morte della sinistra persino contrarie alla svolta di Achille Occhetto di 23 anni fa e oggi felici della «nostra resistenza» contro Calenda, come ha detto Luciana Castellina al Fatto. Non basterà il garantismo liberale di Benedetto Della Vedova e Emma Bonino a coprire il fatto che il campo stretto è squilibrato a sinistra come mai negli ultimi 30 anni: né la gioiosa macchina da guerra di Occhetto né tantomeno l’Ulivo del ‘96 e neppure l’Unione del 2006 erano così sbilanciati; e mai il Pd, che non a caso oggi si riprende in casa i bersaniani, si era dato un profilo così di sinistra, avendo voluto rompere con Renzi e subendo la rottura di Calenda.

Con questa linea il Pd va alle elezioni sostanzialmente da solo: ma non si tratta di una scelta libera e consapevole come fu la “vocazione maggioritaria” di Veltroni, che comunque era alleato con i radicali (sempre loro!) e con il terribile Di Pietro, ma dell’effetto di un isolamento politico. Il Pd più che solo è isolato: è diverso. Ed è possibile che, da solo, il partito di Letta farà il pieno dei voti a sinistra. Con i quali fare una bella opposizione, se ci riesce.

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