Ritirare i privilegiPerché non dovremmo più concedere visti turistici ai russi

È improbabile che una vacanza in Europa li aiuti ad aprire gli occhi sul conflitto in Ucraina. È bene piuttosto mostrare che anche loro devono sopportare i costi della brutalità del loro leader

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Se visitare l’Europa è da considerarsi «un privilegio», come ha detto la premier estone Kaja Kallas, in questo momento i Paesi europei stanno facendo un regalo alla Russia e ai suoi cittadini. Lo scorso 27 febbraio l’Unione europea ha chiuso il suo spazio aereo ai voli provenienti dalla federazione, ma i singoli Stati membri hanno potuto continuare a rilasciare visti a tutti i cittadini russi non presenti nella “lista nera” di Bruxelles.

Così in molti hanno attraversato la frontiera con la Finlandia, l’Estonia e la Lettonia in pullman o in macchina per raggiungere l’aeroporto più vicino e avere libero accesso all’area Schengen (che oltre a 22 Paesi europei include anche Islanda, Norvegia, Svizzera e Liechtenstein). Alcune compagnie di viaggio a San Pietroburgo – poco distante dal confine con i Paesi baltici – offrono pacchetti vacanza che partono direttamente dall’aeroporto di Helsinki (e ovviamente prevedono il trasferimento in autobus fino alla capitale finlandese).

È una questione delicata, perché dopotutto i cittadini di San Pietroburgo, Mosca o Novgorod non rispondono delle azioni del capo del Cremlino. Ci sono buone ragioni sia per tenere aperte le porte ai russi, sia per chiuderle, ma sempre più spesso gli osservatori geopolitici sostengono – seguendo l’appello di Volodymyr Zelensky – che concedere il visto turistico ai russi sarebbe un regalo anche al regime di Vladimir Putin.

Benjamin Tallis, esperto in materia di sicurezza alla Hertie School di Berlino, dice che prima di ogni altra considerazione «aprire le porte ai cittadini russi dà l’impressione che non siamo completamente impegnati a sostegno dell’Ucraina, che vogliamo ancora i loro soldi attraverso il turismo: rinunciarvi sarebbe un costo, certo, ma anche le sanzioni comportano un costo», come dimostrato dalla crisi energetica. Un costo che pensiamo di poter e voler sopportare, nonostante tutto.

Già impegnato su questioni relative a frontiere, visti, migrazione e mobilità per l’Unione europea, Tallis ha spiegato in un lungo thread su Twitter le sue ragioni per negare il visto turistico ai cittadini russi.

In primo luogo, «non ci sono prove che tutte queste visite, questa visibilità degli standard e dei valori europei abbiano un effetto positivo e trasformativo sulla Russia», scrive Tallis, in risposta a chi sostiene – probabilmente sulla scorta di quanto accaduto durante la Guerra Fredda con l’Unione Sovietica – che mostrare ai russi il mondo occidentale li porterà a schierarsi dalla parte dell’Europa e della democrazia.

È certamente vero che il visto turistico europeo è un privilegio che gli Stati membri concedono – non a tutti, non così facilmente – arbitrariamente, e in questo momento lo stanno concedendo proprio ai cittadini che vengono dal Paese che il 24 febbraio ha invaso l’Ucraina. Tra l’altro la Russia nel 2021 ha rappresentato la principale beneficiaria di questo privilegio, prendendo circa un quarto di tutti i visti concessi.

Karoliina Ainge, Cybersecurity and Technology Lead dell’Independent Diplomat – una Ong che fornisce consulenza e assistenza agli Stati in materia di politica estera – ha paragonato il divieto del visto alle sanzioni, spiegando che è normale che colpiscano l’intera società russa. È una delle ripercussioni di certi provvedimenti che si adottano in situazioni eccezionali.

«Svegliati, Europa», scrive Ainge su Twitter. «Un sondaggio condotto a fine maggio dall’indipendente Levada Center ha rilevato che il 77% dei russi sostiene la guerra. La società russa è fermamente schierata con questa guerra sanguinosa, brutale e aggressiva. Putin è un dittatore, sì. Ma sarebbe in grado di attaccare e straziare l’Ucraina senza il sostegno incondizionato della stragrande maggioranza della società russa? No».

Negare i visti diventa quindi un tema di postura internazionale dell’Unione europea, di atteggiamento e di linea di politica estera da tenere. «Guardate le tombe improvvisate delle centinaia di bambini ucraini uccisi dai russi e provate a dirvi che consentire a una bella famiglia ricca di Mosca di accedere alla Costa Azzurra sia una condizione necessaria per porre fine alla guerra e portare la democrazia in Russia», scrive Karoliina Ainge.

Il punto principale sembra essere molto chiaro: negare il visto ai cittadini russi non riduce il nostro potere di influenzare la Russia perché, semplicemente, noi europei non abbiamo questo potere, almeno non attraverso questo canale.

Allora ritirare questo privilegio, dice ancora Benjamin Tallis, «è una delle cose che possiamo fare per mostrare ai russi che anche loro devono sopportare i costi della brutalità del loro leader, ripetutamente eletto: è ora di aumentare la pressione sul dittatore e sui suoi abilitanti».

Qui però è opportuno fare una distinzione. Un visto turistico non è la concessione dello status di rifugiato o un’altra forma di protezione internazionale per chi fugge da uno Stato autoritario. È un semplice visto turistico. Ecco perché è essenziale mantenere aperti i canali di migrazione dalla Russia: perdere i privilegi del turismo è una stretta relativamente morbida in un contesto come questo.

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