Sindaci disperatiIl narcisismo dei politici che fanno storie su Instagram anziché amministrare

Che sia un cantiere, una biblioteca o una scuola, il passatempo è quello di andare a farsi belli tra la gente che sta lavorando. Forse contare i cuoricini alle foto è un modo per consolarsi delle urne vuote o forse hanno ragione loro come aveva ragione Veltroni con le casalinghe di Wisteria Lane al Campidoglio

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Una volta Enrico Vanzina disse d’aver capito che c’era stato uno slittamento tra la destra e la sinistra com’eravamo abituate a pensarle quando aveva visto che, al cinema dei Parioli, la borghesia romana andava a vedere i Dardenne: annoiandosi moltissimo, ma non correndo il rischio d’apparire impresentabile.

Io non ho capito dove saremmo andati a finire con Instagram prima che Instagram esistesse, nonostante la vita si fosse impegnata a spiegarmelo. Successe all’inizio di questo secolo, quando il consumo televisivo che piaceva ostentare a chi al cinema guardava i Dardenne era quello di Desperate Housewives.

La Rai organizzò un giro promozionale romano delle attrici che interpretavano le massaie dei Parioli americani, e la giornata si concluse con una cena sulla terrazza del Campidoglio. In quegli anni il sindaco era Walter Veltroni, garbatamente spazientito dal ritardo delle attrici.

Doveva, spiegò, di lì a poco presenziare a un altro incontro che in confronto il vertice tra Arafat e Rabin era niente: al capo opposto di via Nazionale c’era la prima d’un film (con Bruce Willis? Con Tom Cruise? L’ho memorizzato come qualcosa d’azione, ma vatti a ricordare).

Poiché ero giovane e sciocca, dissi: anche stasera ti ammazzi di lavoro. Poiché era adulto e saggio, rispose: questo è il mio lavoro. Poiché rimasi a lungo giovane e sciocca, passai anni a spernacchiarlo per questa risposta (quando sei famoso, qualunque frase tu dica diviene aneddoto alle cene delle carneadi). Poi arrivò Instagram, e lo slittamento tra lavoro e promozione fu più sismico di quello dei Parioli, e mi ritrovai quasi ogni giorno a sospirare: scusa, Walter, avevi capito prima.

Ogni volta che apro l’Instagram del sindaco di Bologna, Matteo Lepore, io penso a quella frase di Veltroni, e a Vermicino. L’altroieri Lepore è andato a inaugurare l’inizio di alcuni lavori stradali. La didascalia diceva che si apriva il secondo lotto di cantieri «dopo 36 anni» e io, invece di chiedermi che speranza possa mai esserci per una nazione in cui ci vogliono trentasei anni per aprire un cantiere, guardavo le foto e pensavo: non si è messo il casco protettivo come gli operai che ha intorno solo per non sembrare Sabina Guzzanti quando faceva Berlusconi presidente operaio, è incredibile l’egemonia che ha quell’uomo lì con l’immaginario creato trent’anni fa (ai tempi dei primo cantiere dei lavori inaugurati ieri, più o meno).

È il problema della società dell’immagine: che tu vuoi dirmi guarda come siamo bravi che vi miglioriamo le strade, e io guardo solo come sei vestito. In verità, poiché mi sforzo di non essere una persona superficiale, non pensavo solo a quello. Pensavo anche: ma a cosa serve che vada lì, oltre che a fare cascina d’immagini instagrammabili? Questi operai costretti a mettersi in posa col sindaco, non dovrebbero invece dopo trentasei anni stare finalmente lavorando?

Una delle cose che mi rimasero più impresse di Vermicino furono le polemiche su Pertini che andava lì a esprimere solidarietà ma in realtà intralciava i soccorsi, essendoci al suo seguito inevitabilmente guardie del corpo e fotografi e varia umanità. Vai a sapere perché a un’ottenne restasse impressa la polemica sul fatto che non bisogna andare a farsi belli tra la gente che lavora: forse intuivo che mi sarebbe tornata utile quarant’anni dopo.

Poi è andato, Lepore, a farsi fotografare alla riapertura d’una biblioteca, immortalato mentre legge Il grande libro degli gnomi, che è un passo avanti rispetto a Beppe Sala immortalato mentre legge il proprio stesso libro ma uno indietro rispetto a Walter Veltroni immortalato con Bree Van De Kamp.

E però, anche di fronte al suo sorrisone sfogliando gli gnomi, non riuscivo a non pensare: a cosa serve? Certo che un sindaco deve far riaprire le biblioteche chiuse, ma veramente siamo diventati un elettorato che non bada ai risultati – cioè: che non passa davanti alla biblioteca e pensa «ah, guarda, l’hanno riaperta, sono stati efficienti» – ma solo alle istantanee di vanità politica? Se non t’instagrammi nella biblioteca che hai fatto riaprire, l’hai fatta riaprire davvero?

Se ieri Lepore non si fosse instagrammato in un istituto tecnico che da quest’anno ha un nuovo corso a indirizzo sportivo, se non si fosse fatto filmare mentre palleggiava con gli studenti, le bolognesi avrebbero pensato che il sindaco trascurava i puccettoni di mamma loro e insomma io alle prossime elezioni questo Erode mica lo voto?

Veltroni aveva capito tutto? Il loro lavoro è (diventato) questo? E, se lo è diventato, di chi è la colpa?

Nostra, che abbiamo smesso di pensare che un sindaco che in orario scolastico va a farsi i filmini nella scuola di nostro figlio gli sta facendo perdere un’ora di lezioni e non siamo più capaci non dico di scandalizzarcene come accadde per Pertini a Vermicino ma almeno di dirgli d’andare a lavorare?

O loro, che ormai hanno bisogno di guardarsi nello specchio d’acqua di Instagram cento volte al giorno, di rimirarsi per confermarsi quanto si piacciono, ma soprattutto, di controllare i cuoricini e le visualizzazioni e le urne vuote e i like pieni per dimostrare a loro stessi che, ebbene sì, esistono?

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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