Il pasticcio di LettaSe il Pd avesse costruito l’alleanza draghiana (anziché fare di tutto per far vincere Meloni)

Il segretario ha sprecato l’occasione unica del governo Draghi e finirà con l’aiutare gli amici di Orbán e Bannon a conquistare Palazzo Chigi

Hanson Lu, Unsplash

In queste ore di panico elettorale in cui Enrico Letta spiega che la partita è ancora aperta, anche se gli avversari rischiano di ottenere il 70 per cento dei seggi a causa di una legge fatta dal suo partito e che il suo partito ha promesso di cambiare perché altrimenti ci sarebbero stati rischi gravi per la democrazia, salvo non aver fatto un beneamato niente, e anzi avendo promosso il duello bipolarista con l’amica di Orbán e dei golpisti trumpiani che ora pare minacciare la democrazia italiana, insomma in queste ore drammatiche c’è da chiedersi a che punto saremmo se il segretario del Pd avesse invece perseguito la strada che lui stesso aveva abbozzato al momento dell’elezione, ricevendo i pubblici elogi di questo giornale.

Cioè che cosa sarebbe successo se il Pd avesse smesso di mostrare il broncio a Mario Draghi e ai draghiani colpevoli di aver infranto il sogno radioso di Giuseppe Conte, che cosa sarebbe successo se il Pd avesse ridimensionato le posture gauchiste di Andrea Orlando e di Peppe Provenzano, che cosa sarebbe successo se il Pd avesse archiviato rancori e risentimenti personali e avesse cominciato a costruire nella società e nel paese una proposta politica seria, draghiana, socialista e liberale, animata dallo spirito repubblicano invocato dal premier Draghi per sconfiggere la pandemia, contare in Europa e far ripartire il paese.

C’è da chiedersi, insomma, che cosa sarebbe successo se oggi a fronteggiare la destra putiniana, orbaniana e neo, ex, post fascista, più il nulla mischiato a niente di Conte, ci fosse un’area liberal democratica coerente, europea e atlantica, draghiana senza trucchi e senza inganni, senza ammiccamenti demagogici e con la partecipazione delle forze e delle intelligenze migliori del paese (molte delle quali vicine al Pd) messe al servizio dei cittadini, delle istituzioni, dei lavoratori e delle imprese?

La risposta è che probabilmente oggi le elezioni sarebbero davvero contendibili, sul serio e non solo sulle card social del Pd, intanto perché l’aritmetica non è un’opinione e poi perché un’alleanza repubblicana degna di questo nome avrebbe generato entusiasmo politico e passione civile in grado di far crescere il consenso e non di alienarlo come sta succedendo davanti a una sconfitta certa e per certi versi addirittura ricercata.

Enrico Letta avrebbe infatti potuto affrontare le elezioni in vari modi, tutti decisamente migliori di quello che infine ha scelto: poteva continuare l’alleanza strategica con i Cinquestelle, o allearsi con i calendian-renziani, o guidare una sinistra mélenchoniana, o giocare una partita solitaria perché il Pd è il Pd, l’unico partito costituzionale del paese e con una sua tradizionale vocazione maggioritaria, oppure avrebbe potuto guidare un ampio fronte antifascista e antiputiniano che mettesse insieme tutte le forze, nessuna esclusa, che difendono la democrazia liberale dagli eversori e dagli emissari delle potenze straniere nemiche.

Letta non ha scelto nessuna di queste opzioni. Né, cosa se possibile ancora più grave, si è impegnato ad approvare una legge elettorale proporzionale in purezza – come abbiamo provato a spiegare per anni a lui, al suo predecessore Nicola Zingaretti e a tutti i fenomeni che oggi si mostrano preoccupati per le sorti della democrazia in favore di cuoricino su Twitter – per garantire rappresentatività a tutti i partiti ed evitare i colpi di mano del possibile vincitore amico dei nemici dell’Occidente e della democrazia liberale.

Letta ha scelto la peggiore soluzione possibile, quella più tragica, quella più pericolosa e talmente assurda che deve proprio averla escogitata col piglio dello studioso di scienze politiche, per poi addirittura peggiorarla in modo irreversibile a mano a mano che ci siamo avvicinati al voto.

Letta non ha cambiato la legge elettorale, anzi ha ribadito la sua preferenza per il sistema bipolare o di qua o di là, legittimando in ogni modo possibile Giorgia Meloni, con tanto di minuetti in stile Sandra e Raimondo ad Atreju, riconoscendola come I’unica e fiera avversaria dell’altra parte.

Letta nei giorni pari ha fatto il minuetto con Meloni e in quelli dispari l’ha accusata di pericolose tentazioni autoritarie, ridicolizzando entrambe le posizioni.

Niente legge proporzionale per salvare la democrazia e avanti col bipolarismo nonostante uno dei due poli lavori esplicitamente per indebolire le fondamenta della convivenza civile, nazionale e internazionale.

Niente coalizione draghiana, niente corsa solitaria, niente alleanza strategica, niente campo largo, ma – e qui c’è del genio – una battaglia bipolare da combattere schierando un campo stretto, strettissimo, senza i Cinquestelle con cui il Pd aveva comunque governato per tre anni e con cui fa intendere che tornerà ad allearsi dopo la catastrofe elettorale, anche se quelli ovviamente non ci pensano nemmeno, e senza che sia riuscito il gioco delle tre carte dell’alleanza draghiana ma senza colui, Matteo Renzi, che da solo e contro tutti ha aperto la strada per l’arrivo di Draghi, e in più con lo scappellamento a sinistra di una contemporanea alleanza con gli antidraghiani, gli anti Nato e i caricaturali e residui comunisti italiani (i quali nemmeno riescono ad intercettare Mélenchon, figuriamoci eventuali elettori, visto che il leader francese è venuto in Italia a dare una mano al masaniellismo di Luigi De Magistris, mica agli alleati del Pd).

Il pasticcio di Letta è stato scoperchiato da Carlo Calenda, il quale sarà anche impolitico in alcune sue scelte ma in questo caso ha tenuto i nervi saldi e non è cascato nel grottesco saltafosso orchestrato dal professore di SciencePo con la complicità di PiùEuropa (un partito che il 25 settembre non supererà lo sbarramento e sparirà senza lasciare traccia, ma solo l’onta di aver avallato un’operazione surreale in cambio di tre o quattro seggi da dipendenti di sinistra).

Letta ha umiliato i riformisti e i draghiani del Pd, abbracciando i no ai rigassificatori e gli anti Nato, pur essendo lui il leader italiano più filo Nato che ci sia, e si è dotato di una linea politica economica-sociale di stampo grillino, dettata da Orlando e Provenzano che, ovviamente, fa crescere solo i Cinquestelle.

Se a Palazzo Chigi arriverà la leader di destra più impresentabile d’Europa, amica di Viktor Orbán e di Steve Bannon, erede diretta di un signore che un secolo fa si affacciava al balcone di Palazzo Venezia, il primo responsabile sarà colui che per mesi ha fatto di tutto per legittimarla, per non costruire il partito draghiano e per non cambiare la legge elettorale nella direzione della difesa costituzionale.

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