Le riforme con Putin?Letta si deve decidere, perché la strategia “ciapa qui, ciapa là” non è credibile

Breve storia del perché abbiamo un sistema parlamentare, perché a un certo punto è spuntato il maggioritario e perché ora è grottesco continuare a sostenerlo mentre si invoca il pericolo fascio-putinista. La lezione dei Los Marineros

Unsplash

Il motivo per cui la Repubblica italiana ha una forma di governo parlamentare ed è stata costruita intorno a una legge che distribuiva i seggi ai partiti in modo perfettamente proporzionale ai voti ricevuti non è quello ontologico per cui alcuni fanatici sostengono che la nostra sia la Costituzione più bella del mondo.

C’è una ragione molto più semplice: al tempo della Costituente c’era un serio pericolo che in un paese diviso a metà tra democristiani atlantici e socialcomunisti sovietici il lancio della monetina elettorale potesse far cadere l’Italia nella sfera di influenza di Mosca, quindi è sembrato saggio evitare di correre il rischio. Tanto più che c’era anche il tema di un possibile rigurgito fascista e monarchico in una nazione che era stata fascista e monarchica fino al giorno prima.

Il motivo per cui nella seconda metà degli anni Novanta è cominciata la lunga e pasticciata stagione delle riforme elettorali, istituzionali e politiche maggioritarie, alla ricerca del miraggio anglosassone secondo cui chi prende un voto in più vince e governa per cinque anni, è altrettanto semplice: in quegli anni l’Unione sovietica è crollata, il comunismo e il fascismo sono diventati imbarazzanti persino per i comunisti (Bolognina) e per i fascisti (Fiuggi), tranne che per certi casi umani ancora circolanti.

Quei pericoli esistenziali per il sistema liberale, democratico, europeo e occidentale di cui faceva e fa ancora parte l’Italia non esistevano più e quindi si è pensato che anche noi, finalmente, avremmo potuto legittimamente aspirare a vivere in una democrazia dell’alternanza centrata sul potere esecutivo più che su quello legislativo.

Il motivo per cui oggi è delirante parlare di presidenzialismo, di maggioritario, di sindaco d’Italia e di altre riforme che negli ultimi trent’anni sono state discusse e mai realizzate, se non in forme grottesche, è drammatico (e vale per tutti, anche per il Terzo Polo): in Italia, in Europa e nel mondo occidentale si è determinata una frattura tra chi protegge il sistema liberal-democratico europeo e occidentale che abbiamo conosciuto dal dopoguerra a oggi e chi prova a demolirlo per pura imbecillità, per nostalgie autarchiche, cioè fasciste, o su suggerimento di potenze straniere, quali Russia e Cina, che promuovono modelli alternativi come la democrazia illiberale e l’autoritarismo e che per promuoverli peraltro pagano molto bene.

Quindi, lo abbiamo scritto su Linkiesta centinaia di volte, e io lo ripeto ogni volta a malincuore perfetto in linea di principio preferisco il sistema maggioritario al proporzionale, ma se una delle due visioni politiche che si contende il governo – che sia la destra italiana o i Cinquestelle o Donald Trump o Viktor Orbán o Marine Le Pen – non condivide i principi fondamentali della convivenza civile e i pilastri della democrazia liberale e al contrario chiede apertamente i voti per smontare l’Unione europea, per cambiare la rete di alleanze internazionali, per sciogliere la Nato, per superare la democrazia rappresentativa, per reprimere il dissenso politico, per disconoscere i risultati delle elezioni, per assaltare le istituzioni democratiche e per fare gli interessi degli agenti del caos; se, insomma, uno dei contendenti non accetta le regole del gioco e vuole farci diventare russi o cinesi o, peggio, ungheresi, non è molto saggio mettere a rischio le istituzioni, i diritti, le aziende, i risparmi e la società giocando alla roulette russa col maggioritario al tempo del populismo.

Scegliere o di qua o di là è un bel modo di mettere a confronto due proposte programmatiche diverse, ma non lo è se per realizzarle una delle due prevede di buttare giù la casa comune. Giochereste a testa o croce con Jack lo squartatore? Io no.

Bisognerebbe insomma evitare come la peste un sistema che riduce lo schema di gioco a “o vince la libertà oppure ci arrendiamo a Putin, ma siamo contenti perché la sera stessa del voto sapremo se la democrazia è salva o se dobbiamo imparare a scrivere in cirillico”.

In Francia e negli Stati Uniti, la pallottola fatale alla tempia è stata schivata per miracolo, ma da noi che abbiamo la forma di governo parlamentare e cambiano legge elettorale ogni cinque minuti non ha alcun senso scapicollarci per moltiplicare le possibilità che gli eversori prendano il potere per restituirlo mai più, sul modello Putin-Orbán-Trump.

E qui veniamo al Pd, il partito che prima ha ridotto con entusiasmo degno di altre battaglie il numero dei parlamentari soltanto per andare incontro ai desiderata dei teppistelli della democrazia digitale, poi non ha capito che avrebbe dovuto fare una legge elettorale proporzionale per evitare il rischio di un futuro fascista che adesso in campagna elettorale denuncia con la potenza geometrica dei suoi meme, ma cui fino a ieri ha fatto di tutto per lastricare la strada.

Il Pd chiede il voto spiegando che se vincono gli altri vince Putin e perde l’Europa, e lo spiega a ragione, ma allo stesso tempo è il partito meno credibile per fare da portavoce di questa narrazione.

Intanto perché non ha costruito una coalizione draghiana contro gli antidraghiani, ma si è fatta dettare la strategia da miserabili risentimenti personali e non vede l’ora, dopo il voto, di tornare ad abbracciare chi ha acceso la miccia per far cadere Draghi e ora continua a rilanciare la propaganda putiniana sulle sanzioni e sulla guerra. A questo proposito, anziché chiedere ulteriori valutazioni d’impatto ambientale sul rigassificatore di Piombino, al solo scopo di perdere tempo e scavallare il 25 settembre, il Partito democratico sedicente antiputiniano dovrebbe chiedere al governo di accelerare la costruzione dell’impianto, invece di inseguire il no di Fratelli d’Italia e degli amici di Putin.

La strategia del Pd, dunque, è quella dello scontro epico tra il cacciavite e l’orbace, tra Letta e un’ideologia minacciosa rappresentata da Giorgia Meloni con cui però da mesi il segretario del Pd intrattiene minuetti e scambi di cortesie, da Atreju al Meeting di Cielle, sempre in nome del bipolarismo maggioritario, della reciproca legittimazione e del duello finale per cui se vince lui siamo a posto ma se vince lei eia eia alalà però intanto pigliamoci un caffè.

Come ha scritto Francesco Cundari, Letta deve decidere se questa emergenza democratica c’è o non c’è, perché non può dire che la scelta è tra l’Europa e Putin e poi offrire continuamente sponda all’amica di Orbán e di Trump, invitandola a scrivere insieme le prossime riforme istituzionali perché se le facesse da sola invece sarebbe come Orbán.

Ieri sul Foglio, Filippo Andreatta, intellettuale molto vicino a Letta, spiegava che la spallata istituzionale promessa dalla Meloni è inaccettabile, ma a certe condizioni se ne potrebbe discutere. Al Pd evidentemente non ricordano l’insegnamento dei Los Marineros, il gruppo che nelle trasmissioni di Renzo Arbore cantava l’irresistibile canzone “Ti devi decidere”, il cui ritornello diceva: “O scegli me o scegli lui, ciapa qui, ciapa là”.

Se l’alternativa che abbiamo di fronte è Putin, perché a certe condizioni il Pd è pronto a riscrivere la Costituzione in senso maggioritario con Putin? Letta si deve decidere, la strategia del “ciapa qui, ciapa là” non è credibile.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter