Enrico ti voglio bene!Letta segretario del Pd sancisce la fine del bipopulismo (almeno si spera)

Grazie all’operazione politica che ha portato Draghi a Palazzo Chigi e Zingaretti a dimettersi, i Democratici hanno la grande occasione di dimenticare la grottesca alleanza strategica con Conte e di far rientrare il Partito e Bersani nell’area liberalriformista, dove troveranno già Renzi, Calenda, Bonino e altri

engin-akyurt, Unsplash

L’idea che Enrico Letta possa diventare segretario del Partito democratico è un’opportunità formidabile per il sistema politico italiano e per tutti noi, un altro straordinario segnale che la guerra contro il cialtronismo mozzorecchi e l’autoritarismo nazionalista è pressoché finita (siamo alle comiche finali, con Peppe Provenzano costretto a barcamenarsi tra Zagrebelski e Casalino). La guerra l’abbiamo vinta noi, noi avversari del bipopulismo perfetto, e l’hanno persa gli amici italiani di Putin e di Trump e i loro volenterosi complici. 

Enrico Letta ha un profilo politico, culturale e internazionale diametralmente opposto rispetto a quello di chi si è arreso al populismo dei Cinquestelle: è stato un sostenitore entusiasta del governo Monti, ha presieduto un esecutivo di unità nazionale con Pd e Forza Italia e proprio per questo è stato il facilitatore, sia pure riluttante, delle esperienze di governo (Renzi-Gentiloni) più riformiste della recente storia repubblicana. 

Fino a poche settimane fa, a Palazzo Chigi c’erano Giuseppe Conte e Rocco Casalino, con Domenico Arcuri commissario straordinario, i tre leader fortissimi di tutti i progressisti imbottigliati tatticamente nel Grande raccordo anulare da Zingaretti, Bettini e D’Alema e strategicamente dalla Travaglio e associati. 

Oggi a Palazzo Chigi c’è Mario Draghi, i Cinquestelle sono implosi, Zingaretti si vergogna del suo partito che al terzo capitombolo l’ha scaricato, al contrario di Casalino che lo invita  ad estirpare il cancro che si annida nel Pd. La Lega, poi, è stata costretta a tirare fuori il vestito buono, mentre la litigiosa area liberaldemocratica comincia finalmente a ragionare e adesso, come ultimo tassello per aprire una nuova stagione politica mentre Draghi ci fa uscire dalla crisi pandemica, c’è questa grande novità di un Pd che potrebbe abbandonare la grottesca sottomissione a Di Maio e affidarsi al notorio cacciavite di Enrico Letta. 

Il compito del professore di Sciences Po non sarà agevole perché non potrà umiliare dall’oggi al domani i seguaci della divinità di Volturara Appula, in nome della quale fino a ieri erano pronti al sacrificio supremo, e d’altro canto lui stesso dovrà mettere da parte il palese risentimento da gran pisano che nei mesi scorsi lo ha spinto anche a scelte scellerate tipo il Sì alla mutilazione del Parlamento in occasione del referendum contro la democrazia rappresentativa organizzato dalla Casaleggio associati. 

Ma mentre a settembre erano parecchi quelli presi in ostaggio dalla contingenza politica che sembrava priva di sbocchi, adesso invece c’è la prospettiva biennale di Draghi al governo e la necessità di mettere politicamente a terra il salvataggio tecnico della Repubblica.

Insomma, Letta non sprecherà l’occasione che paradossalmente gli ha offerto Renzi facendo cadere Conte e Zingaretti, solo se abbandonerà, con juicio per carità, l’alleanza strategica con i babbei a cinque stelle, tenendosi Di Maio e gli altri come dame di compagnia, e se farà rientrare nell’area liberalriformista, con modalità diverse, innanzitutto il suo stesso Pd che sembrava perduto e poi sia l’ala sinistra di Bersani sia quella liberal-democratica di Renzi, di Calenda, di Bonino e potenzialmente di molti elettori di centro né populisti né sovranisti. Letta così, la guerra è finita. Vigiliamo in pace. 

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