Autocrazia e autocriticaL’indifendibile cantilena di quelli che vogliono l’iper-maggioritario, ma se vincono gli altri è dittatura

Questo altalenante «al lupo! al lupo!» non è solo un formidabile spot per la destra, ma anche, proprio come nella favola, un modo efficacissimo di indebolire qualunque argine e qualunque residua capacità di mobilitazione a difesa della democrazia e dello Stato di diritto

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Romano Prodi ieri ha rilanciato ancora una volta, in un’intervista a Repubblica, l’allarme di Enrico Letta per le sorti della democrazia e l’equilibrio dei poteri in caso di vittoria della destra. Si conferma così una tendenza antica, ma sempre sconcertante: da decenni infatti in questo paese le stesse persone prima invocano un sistema elettorale che dia al vincitore il potere di governare cinque anni senza dover scendere a compromessi con nessuno e poi ci spiegano che se vincono gli altri sarà la fine della democrazia.

Chi legge questo giornale sa quanto consideriamo serio il rischio di una deriva ungherese, anche per l’effetto combinato del taglio dei parlamentari e del sistema maggioritario, e sa quanto consideriamo gravi le responsabilità del Partito democratico e di Letta in proposito. Ma è anche giusto riconoscere che quella schizofrenia che fa invocare prima la governabilità e un minuto dopo il Cln è un problema ben più largo, con solide radici in un conformismo intellettuale diffuso, che informa il nostro discorso pubblico da trent’anni. È ora di dire – anzi, di urlare – che il re è nudo, che è intollerabile sentire le stesse persone, per trent’anni di fila, ammonirci al mattino contro «il complesso del tiranno» e incitarci alla sera contro la tirannia degli avversari.

La strumentalità e l’ipocrisia di questo altalenante «al lupo! al lupo!», oltretutto, non è solo un formidabile spot per la destra; è anche, proprio come nella favola, un modo efficacissimo di indebolire qualunque argine, qualunque riflesso difensivo, qualunque residua capacità di mobilitazione a difesa della democrazia e dello Stato di diritto.

Un simile disarmo non potrebbe avvenire in un momento meno indicato. Quello che ha fatto Viktor Orbán in Ungheria, fissando i capisaldi di un copione che Donald Trump ha seguito in larga misura, è esattamente questo: conquistare la maggioranza sufficiente a riscrivere le regole, nominare i giudici, intervenire in vario modo sul processo elettorale, per poi dirottare il sistema democratico verso quella che il parlamento europeo ha giustamente definito una «autocrazia elettorale».

Qui non si tratta dunque di discutere quale sia la legge elettorale o la forma di governo migliore, ma di riconoscere le minacce e fare i conti con il mondo che abbiamo intorno oggi, non trent’anni fa.

Il fatto che tanti illustri giornalisti, giuristi, costituzionalisti, commentatori e analisti, pur coscienti del pericolo, abbiano continuato fino all’ultimo a scagliarsi contro il proporzionale e a difendere il maggioritario, salvo poi intonare il coro sui pericoli mortali che correremmo in caso di vittoria della destra, dimostra ancora una volta quanto, per molti di loro, persino l’autocrazia sia preferibile all’autocritica.

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