Io sono inespertaPer Meloni è finita la pacchia, ora deve dimostrare di saper governare

La leader sovranista ha poco tempo per dimostrare agli italiani e agli europei di non essere solo una bolla elettorale. E dovrà fare i conti con i due alleati frastornati dalla sua vittoria e desiderosi di poltrone ministeriali importanti

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Giorgia Meloni ieri al Parco dei Principi ha lasciato la scena ai suoi due capigruppo per concentrarsi sui dossier che troverà presto sulla scrivania di Palazzo Chigi. Dall’insediamento del suo governo, tra un mese, avrà una manciata di giorni per presentare la legge di Bilancio, già oltre la scadenza del 15 ottobre per l’invio del Documento programmatico di bilancio a Bruxelles. Una manovra con poche sorprese, «scritta a quattro mani con il ministro dell’Economia Franco», spiega Guido Crosetto. Dovrà poi procedere a tappe forzate per rispettare un calendario serratissimo, tra scadenze del Pnrr e gestione della crisi energetica appesantita dalla guerra in Ucraina. Ci stiamo inoltrando comunque in un territorio politico e istituzionale incognito, di cui non sappiamo l’esito da qui a qualche anno, diciotto mesi circa, cioè il tempo fisiologico dentro il quale gli italiani si innamorano e poi gettano all’ortiche un leader e un presidente del Consiglio. Le nostre elezioni di mid term che misureranno il sentimento saranno le europee del 2024. 

La premessa a questo tour de force è la composizione di un esecutivo con alleati frastornati dalla sua schiacciante vittoria. Con Matteo Salvini annichilito da un 8,9%, a un’incollatura da Silvio Berlusconi. Il Capitano degradato a tenente deve ora guardarsi le spalle nel suo partito. Il governatore del Veneto Luca Zaia, sgomento dai risultati turbo di Fratelli d’Italia nella sua Regione, gli ricorda la priorità dell’autonomia, definisce «assolutamente deludente» il risultato elettorale e avvertite il segretario leghista a non trovare «facili giustificazioni». Zaia si riferisce alla giustificazione data da Salvini: penalizzato dalla partecipazione della Lega al governo mentre Meloni capitalizzava anni di opposizione. 

Non solo. L’ex ministro dell’Interno, che spera di tornare al Viminale per richiudere i porti, ha pure accusato l’ala governista del Carroccio (Giancarlo Giorgetti e lo stesso Zaia) di averlo costretto a entrare nel governo: quelli che adesso storcono il naso e lo vogliono fare fuori gli ricordavano che erano gli imprenditori del nord a volerlo, le partite Iva, gli artigiani, tutti pazzi per Mario Draghi. Gli stessi che alla fine hanno votato la Sorella d’Italia. «Per fortuna – ha detto Salvini – ho deciso di uscire dal governo facendo di testa mia». Quindi state calmi, tanto i consensi li recupero perché «quando la Lega fa la Lega non ce n’è per nessuno». E questa volta la squadra di governo la sceglierà lui, e non come è successo con Draghi che gli aveva comunicato chi erano i ministri leghisti la sera prima. Ed erano Giancarlo Giorgetti, il giorgettiano Massimo Gravaglia e la veneta Erika Stefani (vicina a Zaia). 

Alleati cannibalizzati che diventano famelici di poltrone ministeriali, Silvio Berlusconi che pateticamente è convinto di avere la golden share della maggioranza e di essere la garanzia europeista e atlantica della destra-destra al potere. Lui che questa destra, quando ancora si chiamava Movimento sociale italiano, l’ha sdoganata, lui che ha insegnato al mondo il populismo, lui che oggi non è più garanzia di nulla. Meloni dovrà garantirsi da sola. Per lei è arrivata il momento di uscire dalla fase adolescenziale della propaganda e dell’opposizione per quello che lei la scorsa notte, a urne appena chiuse, ha definito il «momento della responsabilità» nell’ora più buia per le democrazie occidentali. 

La vincitrice dovrà infilare la testa nella tagliola europea, dovrà seguire, almeno nei primi tempi, il sentiero aperto da Draghi. Senza avere l’esperienza, la preparazione tecnica e l’autorevolezza di Draghi. E avendo di fronte un’Europa che pullula di nazionalismi come si è visto sul tetto al prezzo del gas (Germania e Olanda in prima fila contro), tra gli applausi spagnoli di Vox, quelli francesi di Marine Le Pen e ungheresi di Viktor Orbán, convinto che gli italiani si siano ribellati alle sanzioni alla Russia. 

Meloni potrebbe trovarsi a suo agio nel difendere l’interesse nazionale perché così fanno tutti, ma questo sarebbe il peggiore viatico della sua avventura politica e governativa. «Vedremo nelle prossime settime l’evoluzione della situazione», ha precisato il commissario europeo Paolo Gentiloni, che per inciso ha aggiunto che il governo Draghi gli piaceva molto. Vedremo cosa significa ridiscutere il Pnrr e che per la Costituzione la sovranità appartiene al popolo e «non a qualche altro, come all’Europa», come ha detto ieri Francesco Lollobrigida, il braccio destro e cognato della prossima premier, a proposito delle ingerenze straniere e della Commissione europea. 

Rimane intanto la premessa della composizione del governo. Meloni dovrà resistere alla tentazione di fare il capo di un monocolore e di non umiliare gli alleati già abbastanza umiliati dalle urne. Se vuole durare dovrà sudarsela, evitando di far deragliare il vagone italiano. Una parte di italiani ha detto «proviamo anche lei», spostando i voti da un partito all’altro del centrodestra. Vasi comunicanti che tutti gli altri, per colpa loro, non riescono a chiudere.

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