Gli ossessionati e la me mitomaneLa fama farlocca sui social e la stalker della mia raccolta differenziata

Non serve essere il più grande comico vivente o candidarsi alla guida del Paese per ricevere disturbatori, attenzioni non gradite e messaggi da parte di sconosciuti che sanno tutto di te. Le piattaforme hanno reso tutti celebrità e non solo per un quarto d’ora, per sempre

di Jilbert Ebrahimi, Unsplash

L’altro giorno i social si agitavano in interpretazioni paranoiche del tizio che era salito sul palco di Giorgia Meloni – era un collaborazionista? era Guido Crosetto dopo una dieta? era uno senza il benestare del cancellettismo epperciò non autorizzato a cercare anche lui il suo spicchio di riflettore? – e io pensavo solo a quel momento in cui la Meloni aveva dovuto dire «fermi tutti» alle guardie del corpo, e al fatto che non solo devi mantenere sangue freddo e dare a un esibizionista risposte che non ti facciano sembrare una che appena va al potere gli invertiti li manda al confino, ma pure stare attenta che il tuo entourage non faccia dell’esibizionista un martire.

L’altra sera, sul palco a Londra, Dave Chappelle ha raccontato del tizio che l’ha aggredito su un palco americano, tizio che aveva un coltello a serramanico, il cui manico era a forma di pistola. «Un coltello la cui identità di genere era una pistola», aveva detto Chappelle all’epoca, indignando i suscettibili. Ma ci pensate, ha commentato l’altra sera, aveva una cosa che sembrava una pistola e tutti quelli che erano lì con me erano armati, ma ci pensate se avessero pensato fosse una pistola e gli avessero sparato.

Però Giorgia Meloni è la prossima presidente del consiglio che fa un comizio, e Dave Chappelle è il comico più famoso al mondo che fa uno spettacolo: sono quelli che una volta era (che ancora è) prevedibile fossero oggetto d’attenzione squilibrata, e infatti andavano e vanno in giro scortati. Quarantun anni fa, il tizio che voleva farsi notare da Jodie Foster sparava a Ronald Reagan, mica andava sotto casa d’un cronista disgraziato che aveva scritto sul giornale un trafiletto in cui criticava le doti recitative della Foster.

Poi sono arrivati i social, quell’infernale macchina grazie alla quale la previsione di Andy Warhol è andata a puttane. Siamo tutti famosi, anche se non facciamo niente di dirompente, e lo siamo sempre e per sempre, altro che un quarto d’ora.

Certo, «fama» è ormai un concetto relativo: al presente, quasi nessuno è Marilyn Monroe, intesa come figura nota anche a chi si trovi in coma da decenni (forse la regina Elisabetta o Madonna: gente diventata famosa in anni in cui la fama era una cosa seria). Ma quasi tutti abbiamo, grazie al più banale tweet in cui diciamo che non ci piace il cacao sul cappuccino, la capacità di toccare inconsapevolmente il tessuto ossessivo di qualche sconosciuto che a Scurcola Marsicana in quel momento decide che noi siamo una figura dirimente nella sua disperata vita. Perché suo nonno produceva cacao, e gli stronzi come noi l’hanno mandato fallito; o perché neanche a lui piace il cacao, e si sente capito e ha deciso che siamo migliori amici. Non importa se sia odio o amore: quello che non ti conosce e difende il tuo genio è tale e quale a quello che non ti conosce e dice che meriti l’ergastolo.

Niente è più spaventoso dello sconosciuto che ha un’ossessione per te (se l’ossessionato lo conosci, in genere t’illudi d’avere la situazione sotto controllo: a volte finisce male, e quindi forse la paranoia preventiva è un vantaggio). Per fortuna la maggior parte sono ossessioni millantate; tempo fa un apparente ossessionato fece tutt’una tirata sul mio avere una rubrica settimanale su Repubblica quando non scrivevo più per Repubblica da qualcosa come quattro anni, e fu molto rassicurante: sì, è abbastanza ossessionato da immaginarsi una mia rubrica, ma non abbastanza ossessionato da controllare regolarmente le stronzate che scrivo.

Questa spaventevolezza sembra non risultare chiara neanche ai benintenzionati. Quest’estate sono andata in vacanza in un posto incantevole, che non ho resistito dal fotografare, ma che mi sono ben guardata dal taggare. Un po’ perché, con quel che costava, ci mancava pure che gli facessi pubblicità gratis. E un po’ perché penso d’essere John Lennon e che, se segnalo in tempo reale dove sono, arriverà un disadattato col Giovane Holden in una mano e una pistola nell’altra.

È la ragione per cui l’altro giorno ho fotografato un menu londinese in cui l’hamburger aveva lo «nduja butter» ma poi non l’ho instagrammato: c’è gente abbastanza fissata da cercare il menu per capire dove mi trovo in quel momento. Lo so, pensate sia mitomane (lo sono), ma conservo tra gli elementi con cui scrivere un grande romanzo sulle altrui vite di silenziosa disperazione gli screenshot d’un gruppo pubblico di Telegram in cui alcuni fulmini di guerra scrutavano angoli di palazzi che vedevano in mie foto per ricostruire dove mi trovassi in quel momento e indovinare dove abitassi. Una volta per ricevere quel genere d’attenzione da incubo dovevi essere Liz Taylor, adesso le vale una Guaia Sorcioni qualunque.

Il posto incantevole, dicevo. Una tizia che non conosco ma che abita vicino a me e mi scrive ogni tanto e m’era fin lì sembrata sana di mente vede una foto di scogli, e mi scrive che sa dove sono. Ora, io dico: “So cos’hai fatto” è il titolo d’un film di paura, com’è possibile che persone normodotate non capiscano che «so dove sei» non è una cosa da scrivere a una sconosciuta, se non vuoi che quella sconosciuta ti metta nell’elenco di quelli da cui essere terrorizzata?

A Bologna il martedì raccolgono la carta, credo di averne già parlato. Non durerà, Matteo Lepore si vanta che eliminerà questa modernità della raccolta porta a porta, cosa potrà mai andar storto. Non durerà, ma per ora la carta si mette fuori dal portone. Lo facevo con una certa noncuranza: fatture di acquisti Amazon, riepiloghi di frutta consegnata a domicilio, dépliant inutili, giornali, libri. Sono mitomane ma non abbastanza da pensare che, come nei film americani, qualcuno vada a ravanare (scusate il bolognesismo) tra i miei rifiuti.

Poi, un giorno, mi arriva un commento su Instagram. È una tizia che scrive il mio indirizzo in tono secondo lei amichevole ed entusiasta (non ricambiato, direbbe Guzzanti). Sia benedetto Instagram che permette di rendere i commenti visibili solo a noi e a chi li lascia, almeno questa deficiente non può rendere noto il mio indirizzo al mondo. Da allora ogni tanto, quando mi prendo il disturbo di guardare i commenti su Instagram, ne trovo uno, nascosto al mondo, di questa gigantessa del pensiero e dell’azione. Nell’ultimo che ho notato scriveva: ho ancora una tua scatola sottratta alla raccolta. Cioè c’è una tizia, in un’epoca scarsa di Jodie Foster e di John Lennon, che s’impadronisce della mia differenziata e se la conserva in casa. Rimirando le etichette di Cortilia? Le istruzioni del Dyson? Le bozze cassate?

Qual è la soluzione? Rendere più impersonale la mia indifferenziata in modo che la pazza furiosa non sia in grado di riconoscerla (ma magari è abbastanza pazza furiosa da stare alla finestra e spiare quando scendo a lasciarla e sapere quindi qual è la mia scatola)? Fottermene pensando che almeno si sfoga così, invece d’accoltellarmi? Pensare a un complotto che s’impadronisce del mio rusco per spargerlo nei punti sbagliati nei giorni non deputati alla raccolta per farmi multare?

Oppure, ipotesi più faticosa, dire che va bene, ho torto io, ha ragione Lepore, eliminare la raccolta porta a porta non sarà una buona idea per rendere più pulita la città ma almeno è un modo per arginare lo stalking? Certo, bisogna poi vedere se la stalker che mi posso permettere è abbastanza determinata da andare a ravanare in eventuale cassonetto per la carta, nel qual caso più che a una riforma della differenziata toccherà pensare a una della Basaglia.