Democracy mattersNon bastano le elezioni per rendere democratiche le autocrazie moderne

A partire dai primi anni del 2000 è aumentato il numero di regimi autoritari che sfruttano e manipolano il momento elettorale per consolidare il proprio potere. Anche se Meloni e Salvini lo negano, l’Ungheria è l’esempio classico di come indebolire le opposizioni e polarizzare l’opinione pubblica

LaPresse

Giorgia Meloni prende le difese di Viktor Orbán: non è vero che l’Ungheria non è una democrazia, perché vi si tengono ancora delle elezioni. Questo l’argomento usato per difendere il voto con cui Fratelli d’Italia e Lega hanno sostenuto il regime ungherse al Parlamento europeo. L’equazione elezioni=democrazia non è, però, sempre vera. Quanto meno, oggi è riduttiva.

Nella scienza politica si parla di autocrazia elettiva per descrivere quei regimi autoritari che sfruttano e manipolano il momento elettorale per consolidare il proprio potere e che relegano le assemblee legislative al ruolo di ratificatrici delle decisioni assunte dal vertice dell’esecutivo.

Non bastano delle elezioni per qualificare un assetto di potere come democratico. Anche un ordinamento politico in cui si vota può definirsi un’autocrazia (dal greco αὐτοκράτεια, ossia un sistema di governo in cui chi comanda trae il fondamento della propria autorità da sé stesso). 

Il grande numero di paesi di aree molto diverse del mondo che, in un tempo relativamente breve, nella seconda metà del XX secolo avevano intrapreso un processo di democratizzazione (paesi dell’Europa dell’Est, del Sud America, dell’Asia e dell’Africa subsahariana) aveva diffuso un certo grado di ottimismo sul futuro della democrazia nel mondo.

A partire dai primi anni del 2000, invece, è via via cresciuto il numero di paesi che hanno iniziato a sperimentare un processo inverso di autocratizzazione.

La scienza politica parla a tal proposito di riflusso autoritario. 

La cosa è evidente nella seguente tabella, estratta dal rapporto sulla libertà nel mondo della Freedom House e da cui emerge che dal 2006 il numero di paesi che sono arretrati rispetto al grado di libertà è sempre stato, di anno in anno, superiore al numero di paesi che hanno guadagnato gradi di libertà.

Freedom House

Per il Democracy report 2020 di V-Dem, per la prima volta da quasi due decenni, nel 2019 il numero di persone che viveva sotto un regime autocratico è stato superiore a quello delle persone in una democrazia.

In passato l’involuzione autoritaria avveniva attraverso processi di rottura manifesta con l’ordine costituito (golpe, assassinii e atti violenti). 

Oggi, in epoca di interconnessione a molteplici livelli, l’autocratizzazione avviene attraverso processi molto più subdoli, che presuppongo l’asservimento dello stesso momento elettorale, che da baluardo impermeabile della democrazia viene trasformato in passerella per il potere (si pensi alla Bielorussia di Lukaschenka e al Venezuela di Chavez e Maduro).

L’Ungheria è un esempio lampante di questo processo di regressione: la censura e la chiusura di giornali indipendenti, di palinsesti radiofonici e di università, l’adozione di leggi discriminanti, la limitazione dei diritti e delle libertà delle donne nell’insegnamento e rispetto all’aborto (con l’odioso obbligo di ascoltare il battito del feto), le limitazioni alla libertà di religione e la progressiva polarizzazione dell’opinione pubblica con slogan nazisti, sono tutte manovre di indebolimento della democrazia e di dirottamento dell’opinione pubblica, che poi al momento del voto danno i loro frutti.

In una autocrazia il momento elettorale oggi assolve in particolare a quattro scopi.

Anzitutto serve a distribuire cariche, determinando una competizione all’interno delle élite e delle classi più abbienti (gli oligarchi nell’Est Europa), che premia i più fedeli ed esclude i più sospetti.

In una autocrazia le elezioni possono poi servire a mantenere le stesse forze di opposizione in alcuni ruoli marginali di sottogoverno, così che anche queste possano avere interesse a mantenere la struttura di potere esistente (in scienza politica si parla, a tal proposito, di soluzione del cosiddetto problema della condivisione del potere). Le elezioni servono poi all’autocrate per stanare gli oppositori più scomodi e censire le proprie basi di sostegno. Infine, le elezioni ammantano il potere di un’aurea di legittimità. 

Il fatto di tenere delle elezioni (mai libere e sempre manipolate, sia prima del voto, che nel corso dello scrutinio) è funzionale a poter sostenere il fuorviante giudizio che hanno dato in questi giorni anche Giorgia Meloni e Matteo Salvini: se si tengono delle elezioni vuol dire che c’è democrazia. Ma non è vero.

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