Attrazione fataleL’infatuazione per gli autocrati della politica italiana, pronta a vendersi a Putin e Xi

Solo l’autorevolezza di Mario Draghi ha permesso di superare le ambiguità e ricollocarci nel campo occidentale. Ma ora si rischia di ripetere il salto nel vuoto di un sovranismo che è stato soprattutto servilismo. Il libro-inchiesta di Giulia Pompili e Valerio Valentini

Putin e Xi Jinping
AP/LaPresse

Sommate tra loro, queste diverse espressioni di simpatia per Mosca disegnano in parlamento una virtuale maggioranza filoputiniana. Cosa di cui, paradossalmente, sembra esserci maggiore consapevolezza all’estero che non tra i parlamentari italiani. «Sapevamo che ci saremmo rivolti a un parlamento che, fino a pochi minuti prima dell’invasione dell’Ucraina, era in maggioranza filorusso» dirà appunto Yaroslav Melnyk, ambasciatore ucraino a Roma, qualche settimana dopo, spiegando il lavoro preparatorio che aveva portato Volodymyr Zelensky a indirizzare a deputati e senatori italiani un messaggio assai meno battagliero di quelli che aveva pronunciato davanti al Congresso americano, la House of Commons inglese o la Knesset israeliana.

Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, a un certo punto è costretto a fare i conti con questa percezione dell’Italia: un paese molto vicino alla Russia, forse troppo. […]

Fraintendimento, certo. Che però acuisce le difficoltà in cui si trova il governo italiano nelle prime settimane del conflitto. Descritto come il più refrattario in ambito europeo ad avallare le sanzioni contro Mosca, criticato dalla stampa internazionale per certe resistenze di grandi aziende partecipate dallo Stato a recidere immediatamente i propri legami economici e commerciali con la Russia, tenuto ai margini delle prime riunioni di vertice in ambito G7, l’esecutivo guidato dall’ex presidente della Bce appare alla guida di un paese ai limiti del collaborazionismo con l’invasore: di certo, il meno distante dal regime di Putin.

Nel frattempo nei talk show e nel dibattito pubblico italiano s’insinua un altro filone, quello della Cina pronta a salvare l’Ucraina. Secondo analisti, giornalisti e opinion makers, ma anche secondo alcuni gruppi d’interesse sui rapporti Italia-Cina, l’Occidente non ha fatto abbastanza per chiedere aiuto a Pechino in modo da fermare la guerra. E non lo ha fatto, naturalmente, per motivi ideologici. […]

E sono tesi che circolano solo in Italia perché altrove, anche in Europa, dove lo spazio dato agli improvvisati commentatori di politica internazionale cinese e asiatica è limitato, si discute soprattutto di un tema: l’amicizia «senza limiti» tra il leader cinese Xi Jinping e Vladimir Putin, sancita solo venti giorni prima dell’inizio dell’invasione. Fuori dai confini italiani il fatto che la Cina non possa essere un mediatore – che per sua definizione deve essere un attore indipendente – è scontato. […]

Qualcuno si domanda come mai, di fronte a uno degli eventi più catastrofici e pericolosi dalla fine della Seconda guerra mondiale in Europa, il dibattito pubblico italiano sia così lunare, contraddittorio, interessato. Come è stato possibile che, nella distrazione generale, l’Italia scivolasse ai margini dell’Alleanza atlantica, così pericolosamente vicino all’orbita russa e contemporaneamente a quella cinese?

Perché l’altro grande protagonista di questa storia, l’altro grande colosso che ha esercitato la sua attrazione sulla diplomazia e la politica italiana, nel corso dell’ultimo decennio, è stata appunto la Cina. In un processo, se non complementare, comunque analogo a quello che ha riguardato le nostre relazioni con Mosca. Anche l’avvicinamento dell’Italia a Pechino ha seguito strade non convenzionali.

La Cina la conosciamo meno rispetto alla Russia, è una potenza più lontana geograficamente, e quindi una scatola vuota da riempire continuamente di frasi a effetto o, peggio ancora, da interpretare con fare oracolare. E visto che l’eventuale minaccia non è geografica, né tantomeno muscolare, ma «solo» d’influenza economica e politica, essa viene relegata su un piano inferiore.

Ma la Cina e i suoi funzionari che lavorano in Europa, che lavorano anche in Italia, hanno studiato per anni le tecniche d’influenza russe e sanno perfettamente come rendersi benvoluti, come oliare certi meccanismi e su quali temi puntare per farlo. Da un lato possono contare sul sentimento antiamericano che si avverte ancora molto forte in quelle zone grigie dove abitano l’estrema destra e l’estrema sinistra italiana. Poi ci sono gli ex entusiasti del Partito comunista che non si riconoscono più nella Russia Unita di Putin. Ci sono i personaggi mediocri, che non hanno una preparazione critica alle spalle, che sfruttano il momento e le lusinghe cinesi.

La Cina investe molti soldi per guadagnare consensi, offrendo press tour ai giornalisti, mesi di studio ai ricercatori, in un periodo in cui è più difficile ottenere trattamenti del genere da altre potenze: del resto, il soft power l’hanno inventato gli americani. Solo che poi Pechino, quando ne ha bisogno, chiede il conto. Oppure aiutini. […]

E poi c’è questo: la convinzione di rafforzare i legami economici con la Cina e con la Russia, la volontà di cercare nuovi mercati per il nostro export, l’ambizione – o la velleità – di porsi come un ipotetico ponte verso il fronte occidentale, è un disegno che nella classe dirigente italiana, non solo politica e di ogni colore, è coltivato da almeno trent’anni. Dieter Kempf, l’attuale presidente della Confindustria tedesca, per descrivere «il miracolo della Merkel», ricorre spesso a uno slogan malizioso: «Appaltare la difesa agli americani, la crescita alla Cina, l’energia alla Russia». Ecco, con le dovute proporzioni, in tanti in Italia hanno pensato che in effetti questa fosse la ricetta giusta, per replica- re anche qui una qualche forma di miracolo, e non da oggi.

Certe sbandate si attenuano, certo, dopo il 13 febbraio 2021, con l’arrivo al governo di Mario Draghi, che conosce i dossier e ha un’idea molto precisa di come funzionano le relazioni internazionali. Le solide relazioni con Washington costruite dal nuovo presidente del Consiglio negli anni della sua permanenza a capo della Banca centrale europea, l’autorevolezza che gli viene riconosciuta in Europa, la fermezza con cui da Palazzo Chigi gestisce il dossier ucraino e riesce a convincere anche le riottose Francia e Germania a riconoscere a Kiev lo status di paese candidato all’ingresso nell’Ue: tutto ciò fa sì che, per qualche mese, il giudizio diffuso sull’Italia come ventre molle dell’atlantismo in Europa venga rivisto dalle cancellerie occidentali.

Ma la sensazione che molto di questo ripensamento sia dovuto in modo preminente, se non esclusivo, al prestigio e alla credibilità di Draghi si fa reale quando, a metà luglio del 2022, una scombiccherata crisi di governo pone fine all’esperienza dell’ex banchiere centrale alla guida dell’esecutivo.

Le «dimissioni irrevocabili» di Draghi e la fine del governo di unità nazionale, durato poco meno di un anno e mezzo, il modo scomposto con cui questi eventi maturano in piena estate, nel bel mezzo di una crisi diplomatica e di un’emergenza energetica delicatissime, e per di più alla vigilia di una sessione di bilancio che si preannuncia travagliata, sono tutti fattori che riaccendono i sospetti sulla fedeltà euroatlantica di gran parte della politica italiana. […]

Gli osservatori internazionali guardano con sospetto alle vicende italiane: Draghi per loro rappresentava l’uomo dell’atlantismo, della barra dritta contro gli autoritarismi, e ad aumentare la confusione c’è il fatto che nelle ambasciate straniere in Italia si sa poco della nuova figura che emerge nel panorama politico, quella di Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d’Italia. Meloni è amica e sincera estimatrice del primo ministro ungherese Viktor Orbán, il conservatore amico di Putin e di Xi Jinping, e nel recente passato non ha lesinato complimenti al modello istituzionale russo e ai valori tradizionali di cui sarebbe custode. […]

Perché la svolta decisiva, quella che ha fatto sì che all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina gli alleati della Nato si fidassero così poco dell’Italia, ha a che vedere – più che con un piano strategico di lungo respiro di alcune forze politiche, più che con un convinto progetto di ridefinizione delle coordinate della nostra diplomazia – con la dabbenaggine e l’arrivismo di una classe politica di parvenu che, nel corso dell’ultimo decennio, ha ritenuto che qualunque arma fosse utilizzabile per guadagnare consenso e alimentare la retorica antiestablishment. Perfino la messa in discussione dei fondamentali geostrategici o la negazione delle nostre alleanze storiche basate su un sistema democratico e sullo Stato di diritto. […]

Il salto nel vuoto dell’antieuropeismo ha imposto di cercare nuove amicizie, nuovi legami diplomatici e commerciali, e spesso di farlo con un servilismo spregiudicato; il mito del sovranismo si è risolto nel tentativo di trovare nuovi protettori, di rendersi strumenti del disegno strategico di regimi antidemocratici. L’attacco al cuore dell’Italia, la penetrazione del partito russo e cinese, passa da qui.

Copertina del libro “Al cuore dell'Italia“

Da “Al cuore dell’Italia“, Giulia Pompili e Valerio Valentini, Mondadori, 216 pagine, 18,50 euro

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