Mattarella d’AustriaIl bis di Van der Bellen conferma l’autocombustione elettorale dei sovranisti filo-Putin

Il Presidente ambientalista resta all’Hofburg. L’estrema destra del FPÖ, vicinissima alla vittoria nel 2016, non si è più ripresa dall’Ibiza Gate. Exploit dell’improbabile Bierpartei del comico Marco Pogo

Alexander Van der Bellen
LaPresse, Markus Schreiber

È il fatale 2016. Della Brexit, di Trump, di altri disastri. Mai presidenziali austriache furono più seguite. Al primo turno, quella primavera, ha vinto Norbert Hofer, dell’ultradestra della FPÖ. Sembra che la marea sovranista possa travolgere Vienna, e sommergere l’Europa unita. A un ballottaggio, poi annullato, la spunta per poche migliaia di voti il verde Alexander Van der Bellen: un esito ribadito a dicembre. Se oggi le stesse elezioni fanno meno rumore è perché la corsa solitaria del professore passa dal rinato «cordone sanitario», dalla forza tranquilla dimostrata tra crisi di governo e la pandemia, ma pure dal calo dei nazionalisti filo-putiniani che non si sono più ripresi dagli scandali.

Sei anni dopo, non è servito il secondo round. Van der Bellen ottiene alle urne più del 50% (i risultati lo danno al 54,6% mentre termina lo scrutinio delle preferenze espresse via posta, già incluse però nelle proiezioni). Incassa un dividendo di autorevolezza costruito in una stagione difficile per il Paese, tra il naufragio dei governi di Sebastian Kurz, coinciso con quello della carriera del Wunderkind della politica austriaca, le ombre russe dell’Ibiza Gate ma non solo, il coronavirus e infine la guerra scatenata da Vladimir Putin che ha messo in crisi la storica neutralità della Repubblica.

Non ha toccato palla il candidato del Partito delle libertà (FPÖ), Walter Rosenkranz, poco sopra al 19%. A differenza del 2016, Van der Bellen non ha davvero fatto campagna. Non era necessario. Si è sottratto ai duelli televisivi, ha centellinato le uscite pubbliche, limitandole alle occasioni istituzionali. Nel duello per la tenuta europeista di Vienna si era speso in prima persona, già allora come «indipendente» ma di fatto nella quota dei Verdi di cui è stato portavoce per un decennio, fino al 2008. Stavolta ha accentuato la sua terzietà, di garante e civil servant.

I principali partiti – cioè i socialdemocratici del SPÖ all’opposizione e i popolari dell’ÖVP al potere nella coalizione verde-turchese – di fatto sono confluiti sul suo nome. In altre parole, nessuno si aspettava sorprese domenica. I sostenitori del «prof» lo chiamano così perché ha insegnato a lungo all’università della capitale, dove è stato preside del dipartimento di Economia.

La sobrietà è rimasta quella dell’accademia, lo dimostra pure la mascherina indossata durante i festeggiamenti. Figlio di un nobile russo in esilio a Vienna, di madre estone e con un cognome che richiama il ramo olandese del casato, a 78 anni sarà il più anziano a ricoprire la carica.

Il presidente ha soprattutto un ruolo cerimoniale. Come in Italia, però, oltre alle funzioni di etichetta, è formalmente a capo delle forze armate, presiede i periodi di transizione e può nominare (e in teoria licenziare) l’intero esecutivo o il cancelliere. I cittadini hanno puntato sulla stabilità, conferendogli un mandato forte.

Su una cosa queste elezioni possono essere un trailer di cosa accadrà nelle prossime: con l’eccezione della candidatura di protesta del Bierpartei (Partito della birra) di Dominik Wlazny, c’è stata forte concorrenza a destra.

Tra gli sfidanti, tutti maschi, ci sono due figure di area conservatrice come Tassilo Wallentin (8,39%), arrivato terzo e sostenuto dal tabloid Kronen Zeitung, e Gerald Grosz (5,96%). Su di loro potrebbe essere confluita una parte del voto moderato che li ha preferiti a un partito con una fama tossica come il FPÖ. Entrambi si sono presentati come «indipendenti», potremmo risentir parlare di loro.

Insomma, anche se i sovranisti di vecchio stampo arretrano, pagando gli errori, il risultato non va letto come una vittoria della sinistra (perché la principale forza del centrodestra ÖVP si è accodata) né come un requiem dei sovranisti che nel 2017 erano riusciti a conquistare il vice-cancellierato con Heinz-Christian Strache.

In mezzo, l’Ibiza-Affäre, su cui è imploso il primo governo Kurz. In un video diffuso da Der Spiegel e Süddeutsche Zeitung nel 2019, ma risalente al 2017, Strache e il suo vice Johann Gudenus sembravano accettare le profferte di finanziamenti della presunta nipote di un oligarca russo. Da trascrizioni successive, il duo risultava invece rifiutare. Nel frattempo, però, l’esecutivo di Kurz era stato sfiduciato.

Alle elezioni anticipate, il cancelliere dimezzato era riuscito a incrementare addirittura i consensi, per accasarsi con i Verdi dopo le consultazioni. Nell’ottobre 2021, si è rassegnato alle dimissioni per aver mentito a una commissione parlamentare (una pratica normalizzata dall’ex premier inglese Boris Johnson, ma in Austria è reato) su maneggi che coinvolgevano una grande holding statale.

Per un po’ Kurz è stato ritenuto «cancelliere ombra» durante il governo di Alexander Schallenberg, suo ministro degli Esteri. Dopo le perquisizioni alla sede del partito, nuove accuse di corruzione al suo inner circle e a lui di aver distorto fondi pubblici durante una gestione in cui ne aveva elargiti parecchi alla stampa, ha rinunciato al piano di diventare capogruppo al Nationalrat, al riparo dell’immunità parlamentare, anche perché gliel’hanno negata all’unanimità, e rimesso le cariche nell’ÖVP. La scusa ufficiale è che lasciava la politica per dedicarsi al figlio appena nato.

Resta influente. L’attuale cancelliere Karl Nehammer, incoronato dal congresso dei popolari lo scorso maggio, è stato titolare degli Interni con lui e il successore. Anche la maggioranza è rimasta la stessa. L’anno prossimo si tornerà alle urne per le Politiche. Il sistema ha un impianto proporzionale.

Nei sondaggi è secondo il FPÖ, sul 23%, avrebbe sorpassato gli ex alleati dell’ÖVP. Anche i Verdi potrebbero accusare la parentesi al governo, mentre in testa ci sono i socialdemocratici del SPÖ, accreditati al 28%. In crescita i liberali di Neos (11%) della famiglia di Renew Europe.

Insomma, il colore del futuro esecutivo di Vienna non è scontato e potrebbe essere un «semaforo». L’analisi dei flussi dirà se alle presidenziali si è ripetuta la faglia tra città e zone rurali del 2016. Sull’importanza di un test atipico per molte altre ragioni, si consideri anche che finora (1963, 1971, 1980, 1998 e 2010) i presidenti in carica sono sempre stati rieletti.

Da segnalare Wlazny, perché ha sfiorato il terzo posto, l’8% capitalizzato dal Bierpartei di Wlazny, in arte «Marco Pogo», frontman di una band. Fondato nel 2015 come formazione satirica, oggi vanta consiglieri comunali a Vienna e ha intercettato tematiche sensibili per i giovani: oltre a proporre fontane di birra, infatti, spinge sull’uguaglianza di genere e propone un «Ministero del Futuro» che misuri con questa declinazione l’impatto di ogni provvedimento.

Il suo exploit è piaciuto molto ai media internazionali e non poteva essere altrimenti. Non è detto che resti una meteora, ma per ora è un fenomeno radicato principalmente nella capitale.Qui l’inquilino dell’Hofburg resta Van der Bellen, guardiano delle istituzioni e polizza sulla continuità democratica.

In quel 2016, un pezzo della BBC riportava allarmato una cartina dell’Europa. È istruttiva per le percentuali, ipertrofiche o asfittiche, raccolte a quell’epoca dai sovranisti del continente. La geografia di quel consenso, lì per restare, ricorda quanto arginare i sovranisti non si sia ancora tradotto nel battere il sovranismo, capace di travasi impensabili. Su tutti, una Lega allora al 4%. Sarebbe salita fino al delirio sui «pieni poteri» del Papeete, per poi contrarsi di nuovo nel riassestamento verso la leadership di Giorgia Meloni. È l’autocombustione dei filo-putiniani.