Play it again, Sam“Giocare un ruolo” è il motto ufficiale dei ludopatici (e ignoranti) della lingua italiana

Tra i tanti francesismi della nostra lingua questo è il più fastidioso: si pensa che la scelta del verbo giocare possa dare a chi parla una maggiore autorevolezza, ma invece è solo banalmente conformistico

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L’attrazione compulsiva per il gioco d’azzardo è una patologia mentale ufficialmente riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della Sanità, per la quale è stato coniato verso la fine del secolo scorso il neologismo ludopatia (entrato però nell’uso corrente soltanto a partire da una decina di anni fa). Anche nel linguaggio sembrerebbe esistere una forma particolare di ludopatia, rivelata da una diffusa inclinazione a giocare d’azzardo: appunto, con il verbo “giocare”.

“Giocare” viene dal latino iocare. Iocus ero lo scherzo, la burla (un significato mantenuto nell’inglese joke), il gioco di parole spesso volgare o il componimento a tema erotico, in quanto distinto dal ludus che era invece il gioco di azione in cui non veniva impegnata la lingua ma tutto il corpo – e ludi erano infatti i giochi pubblici del Circo Massimo, i combattimenti gladiatori, gli spettacoli teatrali. Ma mentre la pregnanza di ludus e del verbo ludere si è via via smarrita, per lasciare la sua traccia nella lingua italiana soltanto nella formazione delle parole dotte, come appunto ludopatia, fin dalle ultime fasi dell’antichità iocus e iocare ne hanno ereditato l’ampiezza semantica, arricchendosi di sempre nuove accezioni. 

Qualcuna, per la verità, piuttosto sorprendente. Le percorriamo con l’aiuto del vocabolario Treccani: da giocare nel senso di scommettere (“giochiamoci un caffè”) a perdere per colpa propria (“s’è giocato la carriera”), servirsi abilmente di qualche cosa (“giocare di spada, di gomiti, d’astuzia”), muoversi agevolmente in uno spazio determinato (“la serratura non gioca bene”), avere peso (“qui gioca l’ambizione”), mettere abilmente a frutto (“l’avvocato ha saputo giocare tutte le sottigliezze giuridiche”).

Ma la valenza più azzardata di tutte è quella che al verbo “giocare” lega il complemento oggetto “ruolo”. Già questo sostantivo, un tempo, faceva arricciare il naso a qualche linguista: sentito come un inutile francesismo (da rôle, a sua volta derivato dal latino tardo rotulus, l’elenco – su un rotolo di papiro – in cui venivano annotati dati o istruzioni di vario genere), laddove l’italiano ha diversi termini meglio definiti, come “parte”, “ufficio”, “incarico”, “personaggio”, la parola “ruolo” è oggi pacificamente accettata da tutti e quasi imprescindibile. Ma è “giocare un ruolo” che proprio non si può sentire – eppure si sente così spesso, specialmente nel linguaggio con pretese di formalità, come se la scelta di un verbo che si presume ricercato, e invece è solo banalmente conformistico, conferisse a chi parla una maggiore autorevolezza. Questo sì è un francesismo (jouer un rôle) immotivato nella nostra lingua che possiede termini più consoni come “interpretare”, “svolgere”, “ricoprire”, “rivestire”, “recitare” un ruolo. 

Del resto il francese usa jouer (si “gioca jouer”, potremmo dire con il mitico Claudio Cecchetto) in un modo suo proprio e abbastanza disinvolto: oltre che nel senso di recitare, in quello di suonare – jouer du piano (o du violon, de la flûte e così via), ossia suonare il pianoforte (il violino, il flauto ecc.). Mica noi diciamo “giocare il pianoforte”; perché allora dovremmo “giocare un ruolo”? Il fatto è che per esprimere l’azione di suonare uno strumento non abbiamo bisogno di ricorrere alla traduzione da un’altra lingua, mentre nel caso di jouer un rôle ci troviamo di fronte a un’espressione idiomatica francese che traduciamo malamente per assonanza.

La stessa polisemica disinvoltura di jouer ha l’inglese to play, che può significare giocare (play è il gioco spontaneo e occasionale, game il gioco organizzato e regolato) come pure recitare o suonare. “Play it once, Sam. Play As time goes by”, è la celebre richiesta che il vecchio pianista nero si sente rivolgere nel film-cult Casablanca: “Suonala una volta, Sam. Suona As time goes by”. As time goes by, col passare del tempo, trent’anni dopo, nel 1972, quelle parole di Ingrid Bergman (non di Humphrey Bogart, come quasi tutti credono di ricordare: a volte la memoria gioca brutti scherzi) si è un po’ modificata e ha dato il titolo a un altro celebre film, protagonista e autore del soggetto Woody Allen: Play it again, Sam. Che in Italia, chissà perché, è diventato Provaci ancora, Sam. Ma in fondo provarci vuol dire rischiare, e il rischio è l’anima del gioco (d’azzardo).

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