FontanamaraGli spenti parlamentari del Pd e la lontana perestroijka di Bonaccini

Con il segretario dimissionario, i deputati e senatori del Partito democratico sembrano smarriti. Il presidente emiliano si candiderà a breve puntando sulla vitalità dei sindaci, ma rischia di arrivare troppo tardi

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Non spariti ma certamente sparuti. L’aula di Montecitorio, già sorda e grigia e oggi nerastra, è diventata troppo grande per via del geniale taglio dei parlamentari e molto banchi sono inevitabilmente e desolatamente vuoti. E poi loro, i dem, sono solo 69 su 400 (e 40 al Senato), non proprio pochissimi ma che nel colpo d’occhio risultano come spersi in un vestito di tre taglie superiore, e soprattutto non sorridono mai – non ce n’è ragione nel giorno di Lorenzo Fontana sullo scranno che fu di Sandro Pertini e Giorgio Napolitano. 

Gli 80 sono i salvati dallo tsunami del 25 settembre, i sommersi tipo Lele Fiano o Filippo Sensi almeno non devono sorbirsi questo spettacolo di un presidente di simpatie destrorse, putiniane e omofobe in un colpo solo ma essendo salvati un pizzico di vitalità potrebbero pure esprimerli. 

Tuttavia incombe già da ora la depressione per tutti quei «fascisti» – chiacchierando li chiamano così – che occupano mezza Camera e che di là, al Senato, pur essendo divisi hanno persino portato uno dei più detestati di loro alla presidenza. 

Nel day after del La Russa day alla Camera il Pd ha fatto quello che avrebbe dovuto fare il giorno prima, ossia votare un nome di bandiera per bloccare gli aiutini alla destra, ed ecco che infatti tutti hanno disciplinarmente votato la mite Maria Cecilia Guerra, l’economista appartenente a un partito che sta evaporando come una birra aperta due giorni fa, Articolo 1, prossimo a entrare nel nuovo Partito democratico. 

Eccoli lì gli sparuti dem non applaudire il reazionario Fontana, è la prima volta che non si omaggia col battimani il nuovo presidente della Camera, nemmeno alla non simpatica Irene Pivetti venne riservata un’ostilità simile, tantomeno a Gianfranco Fini. 

Non c’è ancora un capogruppo (al Senato si è vista la lentezza di riflessi dovuta anche a questo), tutti sanno che sarà Anna Ascani che la dice subito giusta: «Fontana è un inciampo all’atlantismo», e comunque la testa degli 80 è già sulle cariche che verranno e poi si vedrà perché adesso è meglio chiedere un time out, due cazzotti così fanno male, come diceva Gassman ne “I mostri” che infatti era rincitrullito. 

Enrico Letta non ha voglia di parlare, è molto stanco e umanamente sta pagando un prezzo, non si sa come farà a reggere la baracca ancora per mesi. Fuori, Stefano Bonaccini è ormai pronto per candidarsi alla segreteria, tra due settimane l’annuncio, sta costruendo una tela robusta mentre gli altri, la sinistra, si barcamenano. Punta alla discontinuità, a valorizzare ruolo e stile dei sindaci – sono i soli dem che la gente normale apprezza -, a superare certe liturgie, ad alzare la voce contro correntismi e personalismi, clan e sottopotere. 

Vedremo se questa specie di perestroijka che Bonaccini ha in testa funzionerà. Intanto ora verranno i giorni di Giorgia, l’incarico, la formazione del governo, il giuramento, la fiducia, non sarà facile con quel redivivo Berlusconi che vuole fargliela pagare per via della esclusione della Ronzulli, ma sotto i riflettori ci sarà comunque solo lei, Giorgia. E quelli del Pd come le stelle di Cronin staranno a guardare, litigando tra loro, sparuti anche se non spariti.

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