La montagna incantataLa lenta e dolorosa agonia del Pd in attesa del Congresso

Mentre le altre opposizioni provano a sfidare il governo Meloni, i dirigenti di Letta rimangono imbalsamati in attesa di una colossale (e noiosa) lotta interna tra aspiranti leader (Bonaccini e Nardella) e tra filiere nazionali e locali

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Confermati i tempi del congresso, quattro mesi almeno, le primarie potrebbero tenersi il 12 marzo 2023. «Una follia», ammette un big del Partito democratico. La scommessa del gruppo dirigente è intrecciare con successo la lunga discussione interna con l’iniziativa politica nel nuovo quadro dominato dal governo di destra di Giorgia Meloni, dai problemi enormi sul fronte internazionale e della società italiana, dal movimentismo delle altre opposizioni. 

Oggi la riunione della Direzione per specificare meglio questo complicatissimo iter congressuale che dovrebbe dare una svegliata ai concorrenti: ormai i tempi sono più maturi per Stefano Bonaccini e Dario Nardella, al momento i nomi più forti (quelli di Paola De Micheli e Matteo Ricci, malgrado le tante apparizioni tv soprattutto del sindaco di Pesaro che le ama molto non hanno alcuna possibilità). 

Sul presidente dell’Emilia-Romagna c’è infatti una forte pressione  perché scenda in campo il prima possibile. Mentre si attende Elly Schlein che si è dimessa dalla giunta emiliana per dedicarsi interamente alla battaglia nazionale seminando un indizio («È finita la pacchia: ma per Meloni») che fa dire a qualcuno che potrebbe essere lei l’anti-Giorgia, una figura nuova, di rottura con i gruppi dirigenti di questi anni. 

Vedremo se innanzitutto prenderà la tessera e scioglierà la riserva e se guadagnerà l’appoggio di qualcuno degli “elefanti” del Nazareno. Questi ultimi sono molto nervosi per la doppia concorrenza di Giuseppe Conte da una parte e di Calenda-Renzi dall’altra, il primo a caccia di un’investitura come leader della sinistra radicale (forte evidentemente dell’esperienza maturata a fianco di Matteo Salvini), mentre la sfida realista illustrata in Senato da Matteo Renzi ha toccato i nervi dei piani alti: «Attacca solo noi e non la Meloni a cui sta già strizzando l’occhio», è il refrain.

Proprio Ricci, ex renzianissimo, ha twittato: «Renzi non è un problema per noi, non cadiamo nelle provocazioni». Il problema è che Matteo Renzi e Carlo Calenda hanno fatto due operazioni politiche mentre il partito di Letta non è riuscito a caratterizzarsi, ed è inutile che si offenda del movimento altrui: prima Calenda ha messo su carta un preciso piano per far fronte all’impennata delle bollette lasciando il Pd, come si dice nel calcio, fermo sul posto; poi Renzi si è detto disposto ad andare a vedere le carte del governo sulle riforme, sul presidenzialismo, mentre al di là della sfiducia costruttiva e della riforma dei regolamenti parlamentari il Pd non va, e non sembra davvero molto rispetto alla sfida della nuova presidente del Consiglio. 

Si assiste cioè a una sorta di evanescenza di Enrico Letta mentre le altre opposizioni si muovono. Ce ne sarebbe abbastanza per qualcosa di nuovo, persino di scioccante. Logico che ora il Pd polemizzi aspramente con Meloni sull’uso del contante («un contentino alla Lega») con Letta che si dice «sconcertato dalle prime mosse del governo». Ma l’iniziativa politica dov’è? Non si poteva ad esempio imbastire una iniziativa comune con Azione contro il caro-bollette cominciando su questo a sfidare il neo ministro Pichetto Fratin?

Si è capito che l’avvocato del populismo farà man bassa di propaganda e di estremismi vari: ebbene, non sarebbe il caso di sfidare anche lui sui contenuti? Ė quello che in politica si chiama protagonismo, nulla di più e nulla di meno. Invece a un mese dalla batosta elettorale il Pd ha confermato il segretario e gli assetti interni, comprese le due capigruppo che non hanno esattamente condotto una memorabile battaglia parlamentare in occasione della fiducia al governo, ha pasticciato sulle cariche istituzionali, ha litigato con le opposizioni. 

Ora c’è la carta del Congresso che però sarà giocata con una tempistica estenuante e potrebbe finire in una colossale lotta interna non solo tra aspiranti leader ma tra filiere nazionali e locali, mentre si va profilando un’altra duplice sconfitta elettorale, in Lazio e in Lombardia, dove ovviamente sarebbe più grave la prima visto che si tratta della è Regione governata dall’ex leader del partito Nicola Zingaretti. 

È molto probabile, a oggi, che le tre opposizioni non troveranno un candidato comune, dividendosi tra Alessio D’Amato, apprezzato dalla sinistra radicale ma anche da Calenda, Daniele Leodori, sponsorizzato da Dario Franceschini e Zingaretti, mentre Conte punterebbe sulla grillina Roberta Lombardi. Risultato: sconfitta certa. Intanto Giorgia Meloni è partita, il Pd ne osserva le mosse dalla “montagna incantata” del Nazareno in attesa di capire da dove ripartire.

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