Nota esplicativaIl baubau della cancel culture e il mio immotivato complesso di superiorità

Scrivo quel che mi pare con irritante frequenza, e non succede niente perché non voglio essere la ragazza più popolare al ballo della scuola

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E se tutto quello di cui ho parlato negli ultimi anni fosse falso? Anzi: se tutto quello di cui ho parlato negli ultimi anni fossi stata io a farlo esistere, con le mie parole che, abile narratrice di fiabe che sono, hanno costruito mondi?

È la tesi di Eve Fairbanks, sudafricana, che sul nuovo numero dell’Atlantic pubblica un articolo dal titolo Why wasn’t I canceled?, la cui tesi è riassumibile in: poiché ho scritto un libro in cui ci sono voci nere e io sono bianca, e nessuno in casa editrice mi ha detto come osi?, e solo due giornalisti tra i molti che m’hanno intervistato me ne hanno chiesto conto, allora la cancel culture ve la siete inventata, e inventandovela finisce che la fate esistere, o che comunque vi comportate come se esistesse, quando non so se vi ho già detto che è tutta nella vostra immaginazione.

So che i lettori qui sono al corrente della differenza tra aneddotica e statistica, e che perciò non ci sarebbe comunque bisogno ch’io rimarcassi che, per una Fairbanks cui va tutto liscio, c’è una Chimamanda che ci spiega da anni che certo che va tutto bene e che anche oggi nessuno ci ha linciato: siamo così terrorizzati da essere i primi a censurarci.

Tra l’altro questa è anche la tesi di Fairbanks, la quale – dopo aver parlato con un paio di studentesse con esperienze di non censura e non cancellazione – decide che siamo noi che ci censuriamo, ma è perché crediamo ai mondi che inventiamo: se scrivessimo tutto ciò che vogliamo, mica succederebbe niente.

Potrei agevolmente sostenere la stessa tesi: scrivo quel che mi pare con irritante frequenza, e non succede niente. Meglio ancora: ogni tanto mi trovo davanti interlocutori che, per argomentare che la cancel culture sia un’invenzione della destra, m’impugnano come esempio. Se esistesse la cancel culture, a quest’ora Soncini sarebbe a zappare. (Saggiamente, usano altre iperboli: zappare richiede abilità ch’io non possiedo).

Ma, come spiegavo di recente, non succede niente se hai le spalle larghe. Se il tuo prodotto è richiesto dal mercato, se sopra di te c’è un’emittente o un editore che decide di fottersene di chi bercia sui social, se non vuoi essere la ragazza più popolare al ballo della scuola. Non fatemi fare i nomi di chi asseconda ciò che il pubblico vuol sentirsi dire, e di quanto fattura più di me.

Non succede niente se, come accade a me, soffri d’un immotivato complesso di superiorità. Nell’autunno 2017 tenevo una rubrica su una rivista italiana che non esiste più (chissà come mai), pubblicata da un gruppo editoriale americano. Scrissi un editoriale sul MeToo per il New York Times e, generosamente, quando mi chiesero due righe biografiche da mettere in fondo all’articolo dissi di indicare quella rivista.

Nei giorni successivi, alcuni non lucidissimi account Twitter, nervosi per alcune battutacce sul MeToo da me fatte su Twitter, chiesero al New York Times il ritiro del mio articolo (sono passati cinque anni e ancora non ho capito come si ritiri un articolo; neanche loro, temo, che probabilmente non avevano mai letto un giornale e non hanno posto rimedio dopo). Quando il New York Times non se li filò, passarono a chiedere la mia testa alla rivista italiana,

Non so i tapini della rivista cosa risposero, spero «siamo mica i custodi di quel che scrive Soncini su Twitter», ma ne vedevo l’agitazione e mi si stringeva il cuore. Sai, la casa madre è molto schierata col MeToo. Sai, Asia Argento è molto arrabbiata (c’è stato un momento in cui si teneva conto degli umori di Asia Argento: a raccontarlo oggi, non sembra neanche vero).

Insomma, anch’io potrei dire che non successe niente (mica persi dei lavori o una qualche reputazione), ma sarebbe disonesto. E l’articolo di Fairbanks è moderatamente disonesto. Per esempio sulla questione delle maiuscole. Da un paio d’anni, molti giornali americani hanno preso a scrivere maiuscolo Black, quando è aggettivo razziale. Si sono interrogati: a quel punto anche White? La maggior parte hanno risposto di no (non tutti, il Washington Post per esempio maiuscola anche i bianchi).

Dice Fairbanks che le avevano detto che Simon and Schuster non avrebbe mai accettato che lei scrivesse minuscolo black, ma nessuno della casa editrice le ha detto niente di norme redazionali in tal senso. Sì, Eve, però il tuo libro (The Inheritors, Gli eredi; sottotitolo: Ritratto intimo di come il Sudafrica ha fatto i conti con la questione razziale) comincia con una pagina in cui spieghi le ragioni per cui tieni il colore nero di pelle minuscolo. Biko usava la minuscola, scrivi. Sono stati i governanti bianchi che hanno iniziato a usare le maiuscole per dire che erano come i persiani, culture distanti che non si sarebbero mai integrate, scrivi. «Mettere le maiuscole a Bianco e Nero era il modo in cui il governo dell’apartheid si appropriava del potere semantico».

Non sarò io a condannarti, Eve, perché invece di seguire l’insegnamento di Elizabeth Windsor, e di evitare di spiegare e di giustificarti, hai optato per una paginetta messa prima del prologo, acciocché nessuno potesse perdersela, una paginetta che serve solo a dire: non è una minuscola dispregiativa, anzi, è minuscola proprio perché sono antirazzista, guardatemi, sono una dei buoni, non considerate il mio libro l’opera d’un’impresentabile, per favore.

Tuttavia mi chiedo come ti sia venuto in mente, con una premessa così tremebonda, di dire poi all’Atlantic: vorrei proprio scrivere un articolo sul baubau della cancel culture, questo spauracchio immaginario che gli scrittori qui in America si sognano censurandosi, quando invece si può scrivere proprio tutto ciò che si vuole, magari mettendo all’inizio una nota esplicativa che dica che mago Merlino fuma, e questo è un comportamento esecrabile dovuto al fatto che questo cartone animato viene dai tempi bui in cui, orrore da cui prendiamo le distanze, la gente fumava. (E, siccome non ci eravamo ancora inventati la cancel culture, non ce ne scusavamo).