La dominanza di PechinoLa dipendenza europea dalle rinnovabili della Cina non accenna a diminuire

Le esportazioni di batterie solari cinesi verso l’Ue hanno visto un’impennata del centotrentotto per cento nei primi otto mesi del 2022. Oltre a preoccuparsi di azzerare le emissioni, Bruxelles dovrebbe attivarsi affinché la transizione energetica sia posta su basi sicure. Ma non sarà né semplice né economico

Pannelli solari a Ruicheng County, nella provincia dello Shanxi (AP Photo/LaPresse)

Negli ultimi dieci anni, la Repubblica Popolare ha investito oltre cinquanta miliardi di dollari a favore della propria industria di pannelli solari, dieci volte più dell’Europa, e dal 2011 ha creato più di trecentomila nuovi posti di lavoro in questo settore. Sei delle prime dieci aziende più importanti al mondo per la produzione di turbine eoliche sono cinesi. La Goldwind, con sede nella capitale, si colloca al terzo posto dopo la danese Vestas e la spagnola Siemens Gamesa. 

Pechino è stata in grado di costruire le catene di approvvigionamento di energia pulita più integrate ed efficienti al mondo. Nessun altro Paese si è impegnato così tanto per l’economia della transizione energetica. Ancora negli ultimi dieci anni, la produzione globale dei sistemi fotovoltaici si è spostata sempre di più da Stati Uniti, Europa e Giappone verso la Cina. Un punto di partenza non favorevole, se si considera che tale tecnologia costituisce il fulcro della spinta del blocco europeo per realizzare la neutralità carbonica entro il 2050.

Pechino, insomma, domina il mercato. Pertanto, il paradosso è che l’Europa, nell’ottica di ridurre la propria dipendenza dal gas russo, in piena transizione energetica, si scopre vulnerabile e dipendente da Pechino per la fornitura di elementi chiave per le rinnovabili. Nel 2021, le esportazioni relative al solare cinesi hanno superato i trenta miliardi di dollari. Una cifra enorme, se si tiene conto che il valore del commercio globale relativo al fotovoltaico nello stesso anno è stato intorno ai quaranta miliardi, in aumento di oltre il settanta per cento rispetto al 2020. 

Le esportazioni di batterie solari cinesi – che si dividono in celle fotovoltaiche e moduli – verso l’Unione europea hanno visto un’impennata pari al centotrentotto per cento nei primi otto mesi del 2022 rispetto allo stesso periodo del 2021. Considerando sia l’eolico sia il solare, la Cina rappresenta il sessantatre per cento delle importazioni dell’Ue, in base a un report della Commissione europea. 

Le politiche di governo in Cina hanno plasmato l’offerta globale, la domanda e il prezzo del solare nell’ultimo decennio, potendo contare anche su minori costi di produzione. Tali politiche industriali incentrate sul solare come settore strategico – e orientate alla crescente domanda interna cinese – hanno consentito economie di scala e sostenuto l’innovazione continua lungo tutta la catena di approvvigionamento. Oggi, la quota cinese in tutte le fasi di produzione dei sistemi fotovoltaici (silicio policristallino, lingotti, wafer, celle solari e moduli), supera l’ottanta per cento. Una percentuale pari a più del doppio della domanda cinese. 

Inoltre, i primi dieci fornitori mondiali di apparecchiature per la produzione di impianti fotovoltaici sono cinesi. Il ruolo di Pechino è stato determinante nel ridurre i costi di produzione di oltre l’ottanta per cento, consentendo al solare di diventare la tecnologia più conveniente in molte parti del mondo, a tutto vantaggio della transizione verso fonti di energia pulita. Tuttavia, le politiche cinesi hanno anche causato squilibri tra domanda e offerta nella catena di approvvigionamento. La capacità globale di produrre wafer e celle, elementi chiave del fotovoltaico, e di assemblarli in pannelli solari (chiamati anche moduli), ha superato la domanda di almeno il cento per cento alla fine del 2021. 

Al contrario, la produzione di silicio policristallino ha subito interruzioni, l’offerta è scesa e il prezzo della materia prima fondamentale per i pannelli solari è quadruplicato in appena un anno. La quota cinese della produzione globale di silicio policristallino, lingotti e wafer raggiungerà presto quasi il novantacinque per cento. Attualmente, soltanto la provincia cinese dello Xinjiang rappresenta il quaranta per cento della produzione mondiale di silicio policristallino. 

Le materie prime come il litio, il cobalto e le cosiddette terre rare si trovano in tantissime tecnologie, nelle batterie dei veicoli elettrici, nelle turbine eoliche e anche nei pannelli solari. Per adesso, l’Ue dipende in gran parte da regimi autoritari per la fornitura di questi materiali, in particolare dalla Cina, che rappresenta quasi il novantotto per cento della fornitura di terre rare dell’Unione europea. Purtroppo, su questo fronte, Bruxelles si è svegliata tardi, sviluppando le prime strategie alla fine degli anni Duemila. Mentre la Repubblica Popolare era entrata nel mercato delle materie prime già negli anni Ottanta. Per evitare di essere estromessa da Pechino dal mercato delle terre rare, l’Unione europea sta preparando una nuova normativa, prevista per la prossima primavera, pensata per diversificare la provenienza di tali materiali, anche avviando nuovi progetti minerari nel territorio europeo, di cui però è necessario valutare l’impatto ambientale.

Un settimo dei pannelli solari prodotti in tutto il mondo proviene da un unico stabilimento. Questo livello di concentrazione rappresenterebbe una notevole vulnerabilità in qualsiasi catena di approvvigionamento globale, e il solare non fa certo eccezione. Il mondo si affiderà quasi completamente alla Cina per la fornitura di elementi fondamentali alla produzione di pannelli solari fino almeno al 2025, si legge in un rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie). Pechino avrebbe però la capacità produttiva sufficiente per soddisfare la domanda globale per la maggior parte del mercato solare fino al 2030, riferiscono invece i ricercatori di Bloomberg. 

Su questo tema, l’Agenzia internazionale dell’energia ha pubblicato di recente un nuovo rapporto, affermando che garantire una transizione sicura – che consenta di arrivare all’obiettivo delle emissioni zero – richiederà maggiori sforzi per espandere e diversificare la produzione globale di pannelli solari, le cui catene di approvvigionamento globali oggi sono, appunto, fortemente concentrate in Cina. La quota addizionale di energia prodotta dal fotovoltaico deve quadruplicare a seicentotrenta gigawatt entro il 2030 per essere in linea con la roadmap stilata dall’Aie per raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050. 

La capacità di produzione globale di silicio policristallino, lingotti, wafer, celle e moduli dovrebbe aumentare del doppio entro il 2030 rispetto ai livelli odierni. Oltre a preoccuparsi di come fare per azzerare le emissioni, i governi dovrebbero quindi anche attivarsi perché la transizione energetica sia posta su basi sicure, ha concluso il rapporto. Ma per Stati Uniti ed Europa non sarà né semplice né economico. Secondo un’analisi di BloombergNEF, la costruzione di impianti per la produzione di pannelli solari, batterie ed elettrolizzatori per soddisfare la domanda interna nel 2030 costerebbe all’Europa centoquarantanove miliardi di dollari. 

I costi iniziali coprono il rischio geopolitico e di catastrofi naturali, rendendo le catene di approvvigionamento più resilienti. Tuttavia, la tecnologia più all’avanguardia per la produzione di fotovoltaico, batterie ed elettrolizzatori risiede ancora in Cina. Volendo considerare solo l’aspetto economico e non anche quello strategico, alcune di queste conoscenze potrebbero essere trasferite più rapidamente all’estero se le aziende cinesi dovessero trovare una minore resistenza alla creazione di siti di produzione negli Stati Uniti e nell’Ue. 

Considerati i rapporti con Pechino e il rischio geopolitico connesso a questa eventualità, la tendenza attuale dei governi occidentali è invece espandere la produzione di energia pulita attraverso sussidi e misure protezionistiche. La Commissione europea ha presentato il piano REPowerEU che punta a risparmiare energia, produrre energia pulita e diversificare l’approvvigionamento energetico. Il piano prevede l’aumento della produzione di solare anche in Europa, proprio per ridurre la dipendenza dalla Cina. Ma secondo alcuni osservatori, l’obiettivo europeo è molto ambizioso perché la competitività e la dominanza di Pechino lungo tutto il ciclo produttivo rendono i prodotti cinesi quasi insostituibili.