Genio della lampadinaIl lato sconosciuto di Thomas Edison

Dopo sette anni di ricerche e cinque milioni di pagine di documenti originali, Il premio Pulitzer Edmund Morris traccia un ritratto finalmente esaustivo di uno degli uomini più importanti della storia contemporanea

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Settantadue anni dopo, mentre Edison giaceva sul suo letto di morte, al presidente Hoover fu suggerito per la notte dei funerali di disattivare l’intera rete elettrica nazionale per un minuto. Ma Hoover ragionò che un simile gesto avrebbe paralizzato il paese, e molto probabilmente provocato una quantità incalcolabile di incidenti mortali. Il presidente bocciò anche l’alternativa: ordinare lo spegnimento di tutte le luci pubbliche. Non era soltanto inconcepibile, era impossibile che l’America tornasse, anche solo per sessanta secondi, al buio che dominava nel 1847 quando Thomas Alva Edison era nato.

Hoover lo sottolineò in una dichiarazione datata 20 ottobre. «La dipendenza del paese dalla corrente elettrica per la propria vita e la propria salute è di per sé un monumento al genio di Edison.» Riconoscendo tuttavia «l’universale desiderio» di rendere omaggio all’«Old Man» quale benefattore dell’umanità, chiese a tutti i cittadini e a tutte le organizzazioni di spegnere la luce la notte seguente, tra le 22:00 e le 22:01, fuso orario della costa atlantica. Quella notte si rivelò, in modo quanto mai appropriato, l’anniversario della notte del 1879 in cui Edison aveva realizzato la sua prima lampadina funzionante.

Fu seppellito al tramonto nel cimitero di Rosedale, a Montclair nel New Jersey. Il sole scomparve dietro Eagle Rock proprio mentre la bara veniva calata nella fossa. A Manhattan, dall’altra parte del fiume, cominciò a radunarsi una folla immensa sulla Broadway tra la 42a e la 43a strada. Alle dieci meno due minuti le stazioni radiofoniche della CBS e della NBC trasmisero per tempo un promemoria dell’appello di Hoover, altre l’inizio della Creazione di Haydn, con le parole della Genesi «le tenebre ricoprivano l’abisso».

A Milan, in Ohio, l’orologio batté l’ora, e le tenebre caddero sulla città natale di Edison al cadenzato rintocco delle campane: uno ogni sei secondi. Alla Casa Bianca tutte le luci furono spente, anche le grandi lampadine attorno a Executive Park, e in ampie aree della capitale e dei suoi sobborghi si fece lo stesso. Al porto di New York la fiaccola della statua della Libertà smise di brillare.

Contemporaneamente si estinsero i cartelloni e le pensiline della «Great White Way» e il silenzio scese sulla folla che ora si estendeva verso nord fino alla Cinquantesima Strada e oltre. L’assenza di rumore fu più impressionante dell’assenza di luce, dato che qualche piccolo negozio era ancora acceso. Non un veicolo in movimento in tutto il Theatre District.

A metà del programma di pugilato alla American Legion Arena di Ybor City (Florida) i guantoni si abbassarono e il pubblico attese in piedi al buio mentre risuonavano i rintocchi del gong. Nelle sale cinematrografiche di Reading, Pennsylvania, il sonoro svanì e dallo schermo scomparvero le immagini: rimase solo un bagliore rosso in prossimità dell’uscita. Al capo opposto dello stato, la cittadina di Franklin cercò di realizzare il buio totale, ma la scia di una splendente luna autunnale vanificò il tentativo.

I grattacieli di Chicago persero il loro scintillio e si spensero anche molti dei segnali luminosi sulle sommità costituendo una momentanea minaccia per il traffico aereo. Le fattorie e i villaggi in remoti territori del paese scomparvero come cristalli disciolti nell’inchiostro. La Pacific Gas & Electric Company smorzò tutte le sue luci nella California settentrionale. Una strana quiete si impossessò delle aree urbane sulla West Coast. Quando le strade divennero buie i pedoni si fermarono. Gli uomini si tolsero il capello, e le donne chinarono il capo.

La morte di Edison si lasciò dietro una leggenda così potente che in breve crebbe fino a diventare mito. Per un quarto di secolo il Genio fu divinizzato in biografie e film adulatori, generando un misto di soddisfazione e perplessità nella moglie e nei figli, nessuno dei quali poté sfuggire all’allungarsi della sua ombra. Al gelo paralizzante di questa ombra tutti tentarono, con gradi variabili di successo, di adeguarsi.

Mina Edison si risposò nel 1935 con Edward Everett Hughes, un anziano e ricco imprenditore che la convinse – prima della propria morte, avvenuta nel 1940 – a godersi il piacere dei cocktail (disapprovati a Chautauqua) e dei viaggi in giro per il mondo. Assunse il suo cognome, ma solo per abbandonarlo appena restò vedova un’altra volta. Gli ultimi sette anni li passò tra Glenmont e il Seminole Lodge e fu, ancora e fieramente, la signora Edison.

Tom morì tradito e abbandonato in una stanza d’albergo del Massachusetts nel 1935, ufficialmente per arresto cardiaco. William conservò la sua grossolana vitalità fino alla fine, brevettando cinque dispositivi radio e sistemi di segnali prima di morire a Wilmington (Delaware) due anni dopo.

Marion non si risposò. Continuò la sua esistenza a Norwalk, nel Connecticut, portò il lutto per Tom e si consolò con l’opera fino al 1965. Charles amministrò il pachidermico, ma sempre più atrofico, conglomerato aziendale della Thomas A. Edison Inc., finché non fu assorbito dalla McGraw Electric Company nel 1957.

Secondo i canoni convenzionali fu lui il figlio di maggior successo, essendo nominato vicesegretario alla Marina sotto la presidenza di Franklin D. Roosevelt (1937) e in seguito segretario – finché (1940) non rassegnò le dimissioni per candidarsi con successo a governatore del New Jersey. Dopo aver rivestito la carica per un solo mandato, tornò agli affari e da anziano benestante divenne un anticomunista ossessivo. Morì nel 1969, senza aver avuto figli come tutti i suoi fratelli tranne Madeleine, che di figli con il marito John Sloane ne ebbe quattro e morì dieci anni dopo (1979).

Theodore fu l’ultimo della linea diretta ad andarsene: intellettuale conservatore di scrupolosi principi, in tarda età si oppose alla guerra in Vietnam. Dopo la sua scomparsa (1992) il nome di Edison si conservò soltanto tra i discendenti della famiglia Sloane. Del sangue vigoroso del vecchio Sam Edison non restano tracce patrilineari.

Tra le cose imponderabili del coma di un inventore morente c’è il fatto che gli osservatori attorno al suo letto non possono mai sapere con certezza quali sogni di realtà o fantasia si muovano dentro il suo canuto cranio immobile. E se per giunta è completamente sordo, la sua ultima consapevolezza è ancora più privata.

Ma se la memoria uditiva di Edison nell’ottobre del 1931 poteva risalire a prima del misterioso disturbo all’orecchio interno che l’aveva colpito a dodici anni, chissà se sentì nuovamente gli armoniosi rumori che resero Fort Gratiot un tale paradiso di melodie della natura prima del fragoroso arrivo dei treni della Grand Trunk Railroad: squilli di tromba sulla piazza delle parate, e prima ancora il coro primaverile delle allodole, dei merli e delle quaglie attorno alla casa nel frutteto, e prima ancora il brusio delle sette segherie di Port Huron, e prima ancora lo scricchiolio e il tonfo dei tronchi sul fiume St. Clair, e prima ancora la voce di sua madre che chiama «Alva» convocandolo a lezione, e ancora prima, tra campanelle scolastiche e campane di chiesa, i canti degli operai nel cantiere navale che aveva memorizzato a Milan (le sue prime registrazioni!) e ancora più indietro, sebbene subliminale, qualunque suono esterno fosse penetrato nel buio avviluppante dei suoi primi nove mesi di vita.

Da Edison, Edmund Morris, Hoepli, 27,90 euro, 743 pagine

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