AntilinguaIl trionfo di “implementare”, il più fastidioso tra i malapropismi italiani

Dagli anni 80 un esercito compatto di manager, politici, scienziati e comunicatori alimentano indefessamente questa forma di killeraggio lessicale al posto del più corretto “incrementare”

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Una volta si poteva adempiere, realizzare, completare, perfezionare, attuare, applicare, mettere in opera, porre in essere… Ora non più: si può soltanto implementare. Implementa qua, implementa là, implementa su, implementa giù. Implementare è il verbo factotum di tutti quelli che per darsi un tono “tecnico” preferiscono adattare all’italiano i termini stranieri anziché attingere alla ricchezza del nostro vocabolario.

Sebbene l’etimo sia latino – da implĕo, riempio, completo, porto a termine, che nel latino tardo ha originato il sostantivo neutro implementum, riempimento, pesantezza – nell’italiano corrente la parola non si è presentata che in tempi abbastanza recenti, non affiorando dai giacimenti lessicali della Penisola ma ritornando come un prodotto d’importazione, un po’ come il terribile parmesan made in chissadove. In questo caso è la (linguisticamente) perfida Albione che ci ha rifilato il suo implement, un termine comparso in quelle plaghe come sostantivo già nel Quattrocento, nel senso di strumento, utensile, attrezzo (gardening implements, attrezzi da giardinaggio), ossia qualche cosa che serve per compiere, portare a termine un’operazione, e sdoppiatosi in funzione verbale all’inizio dell’Ottocento, con un leggero slittamento semantico, nel senso di applicare, eseguire, rendere effettivo.

A questo significato sostanzialmente si attiene il nostro implementare, registrato per la prima volta nell’undicesima edizione del vocabolario Zingarelli (1983), che nella edizione più recente lo definisce così: “rendere operante, attivo, passando dalla fase di progetto alla realizzazione”. Con una postilla: “detto specialmente di impianti, sistemi, programmi informatici”. È infatti soprattutto a partire dal mondo dell’informatica, dove l’inglese è lingua franca, che implementare e il connesso implementazione si sono diffusi nel nostro idioma: fino a tracimare dalle bocche di piccoli e grandi manager, politici e amministratori locali, scienziati, tecnici e comunicatori vari, e insomma di un esercito compatto di italiani che alimentano indefessamente quella forma di killeraggio lessicale battezzata tanti anni fa da Italo Calvino come “antilingua” (“Dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire ‘ho fatto’ ma deve dire ‘ho effettuato’ – la lingua viene uccisa”).

L’antilingua predilige l’astruso al semplice, il complicato al lineare, l’astratto al concreto. E non di rado incorre in equivoci: un esempio tipico è proprio implementare, erroneamente usato il più delle volte, anziché nel senso proprio, come se volesse dire “incrementare” (e connessi sinonimi: aggiungere, accrescere, aumentare, potenziare, rinforzare, integrare, incentivare). Un caso di malapropismo, ossia (definizione della Treccani) “sostituzione di una parola con un’altra, avente un suono simile ma di significato completamente diverso, il cui uso produce effetti comici”. La parola evoca il linguaggio “alla Catarella” di un personaggio concepito dal drammaturgo irlandese Richard Brinsley Sheridan nella commedia I rivali (1775), Mrs Malaprop, il cui nome gioca con il francese mal à propos, cioè “a sproposito”.

Ma l’uso scorretto di implementare non è che uno dei tanti malapropismi antilinguistici in circolazione. Un altro caso esemplare e non meno diffuso – gli spropositi si diffondono più rapidamente della variante Centaurus – è quello del verbo comminare, ormai da tempo passato dalla fase pandemica a quella endemica: l’Antitrust commina le sanzioni (a Google, Amazon, Microsoft), il vigile commina la multa, ma soprattutto l’arbitro commina l’ammonizione (e il giudice sportivo la squalifica per uno o più turni). Troppo banale, troppo dimesso dire che l’arbitro o infligge l’ammonizione, o semplicemente ammonisce; o che il vigile fa la multa, o anche, più popolarmente, la appioppa.

Peccato che comminare, oltre che più sostenuto, sia anche, in questa accezione, totalmente sbagliato. È sufficiente rivolgersi all’etimologia, che come sempre chiarisce ogni dubbio: dal latino comminor, ossia minaccio (cum + minor; minae sono le minacce). La legge (e come la legge qualsiasi tipo di regolamento con valore vincolante) commina, ossia minaccia una sanzione in caso di mancato rispetto della norma; il tribunale (o qualunque autorità a cui ne sia attribuito il potere) la infligge, o o irroga, in conformità con quanto la legge prevede.

Si può quindi dire che la minaccia della sanzione implementa, ossia perfeziona (non incrementa!) la norma – nel diritto romano erano infatti chiamate leges perfectae quelle che prevedevano (comminavano) una sanzione. Resta un interrogativo: quale pena comminare a chi abusa o usa a sproposito il verbo implementare?

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