Triste, solitario y final/5Le due anime della sinistra che si contendono il Lazio (e il popolo perduto del Pd)

Due iniziative politiche opposte, una al Brancaccio col Terzo Polo e l’altra all’Auditorium Parco della Musica con Conte, rappresentano in modo plastico la differente visione su cosa debba essere il Partito democratico

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Lo scenario di questa tappa del nostro viaggio nella crisi del Partito democratico è ancora Roma. I luoghi del Melodramma messo in scena tra giovedì 10 e venerdì 11 di un assolato novembre capitolino sono due, diversamente ma intensamente simbolici, con i turisti a far sciame attorno a due iniziative politiche opposte. La prima, la presentazione della candidatura di Alessio D’Amato alla guida della Regione Lazio spinta dal Terzo Polo e appoggiata dal Pd, si svolge al Teatro Brancaccio, che ha accolto negli anni tanto popolo della sinistra romana; la seconda, la presentazione del libro di Goffredo Bettini, “A sinistra. Da Capo”, con Giuseppe Conte che svetta tra i presentatori, si svolge all’Auditorium Parco della Musica, simbolo degli anni ruggenti della Roma prima rutelliana e poi veltroniana, a lungo presieduto da Goffredo Bettini. 

Gli ultimi sondaggi dicono che nel Lazio la destra vincerebbe contro qualsiasi coalizione, con o senza il Movimento 5 stelle, ma è molto probabile l’ipotesi, come mi dice un politico vicino alle trattative in corso, che il campo largo si divida in tre tronconi: D’Amato, con Pd e terzo polo; M5S con un pezzo di sinistra radicale; una lista di sinistra civica che, se guidata dall’europarlamentare Massimiliano Smeriglio, già vicepresidente della regione, potrebbe sfiorare il 10%.

La prima cosa che colpisce è la composizione delle due assemblee, abbastanza simile. Tutta gente per bene, per carità: amministratori, ceto politico, intellettuali, professionisti delle burocrazie pubbliche (prevalentemente provenienti dal mondo della sanità al Brancaccio, dal mondo della cultura all’Auditorium), giovani pochissimi e quindi età media molto elevata, donne in giusta misura. Se cercate il popolo perduto, di cui ha parlato Mario Tronti in un bel libro intervista con Andrea Bianchi, non è in nessuna di queste due sale, c’è piuttosto la sua evocazione.

Nel libro di Bettini – più ricco di come lo sto schematizzando, ma non sto scrivendo una recensione – culturalmente, lo dice lo stesso autore, c’è l’eco di Pier Paolo Pasolini, di quei ragazzi di borgata assurti a simbolo della critica al consumismo della civiltà capitalistica. Quel dolore sociale che, secondo Bettini, la sinistra deve «attraversare e toccare». Dal punto di vista politico-ideologico è un ritorno all’ingraismo, rivendicato come matrice politica. È un punto di vista che delinea un Pd molto spostato a sinistra, su una linea di critica radicale al capitalismo e che si liberi delle ultime scorie renziane. Per questo propone al Pd di abbracciare il M5S, che oggi rappresenterebbe quel popolo perduto, in un bagno rigeneratore per un partito oramai percepito come puro potere. 

Si potrebbe obiettare che ad applaudire la critica al potere sia una platea composta in abbondante misura da funzionari di quel potere, per altro spesso anche bravi e onesti. Si potrebbe osservare che la sinistra è nata per emancipare il dolore sociale mentre al movimento di Conte basta assisterlo all’infinito captandone il consenso (come affiora anche nella puntuta domanda che un barbuto signore di mezza età seduto in platea rivolge a Giuseppe Conte che si sta proponendo in un’inedita versione anticapitalistica: «Ma tu che tradizione hai?»). E concludere che riproporre in questo secolo la divisione tra massimalismo e riformismo, scagliando la scintilla della rivoluzione d’ottobre contro i revisionisti non sembra un’idea così moderna. È tuttavia è un punto di vista che ha il pregio della chiarezza. Mentre dalla parte che si definisce riformista un manifesto politico di siffatta chiarezza ancora non c’è.

A qualche chilometro di distanza, nel teatro Brancaccio, lo “gnommero” (per usare la neo-lingua di Carlo Emilio Gadda che in questa via dove ha sede il teatro ambientò “Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana”) si aggroviglia ancora. Uno dei tanti paradossi di questa storia è infatti che il candidato del terzo polo è Alessio D’Amato, assessore alla sanità della giunta Zingaretti da tutti lodato (fino a ieri anche dal M5S) per la gestione della pandemia, cresciuto nella Fgci e nella popolare borgata del Labaro dove risiedevano gli operai delle fornaci sorte in quel territorio negli anni ’40, poi dirigente del Pdci, il Partito dei Comunisti Italiani di Armando Cossutta. 

Tra la variegata platea di coloro che sono qui a sostenerlo – Carlo Calenda, Maria Elena Boschi, Monica Cirinnà, Luigi Zanda, Francesco Boccia, Luigi Manconi, Corrado Augias, tra gli altri – c’è anche Ugo Sposetti, presidente della Fondazione Enrico Berlinguer, custode della memoria storica del Pci, il quale non si limita a sostenere D’Amato nel Lazio ma mi dice che «avremmo dovuto appoggiare la candidatura di Letizia Moratti in Lombardia. Il Pci l’avrebbe fatto«. Insomma, D’Amato viene dal popolo e dalla sinistra radicale, ma la sinistra radicale non lo vuole e quella del Pd gli rimprovera di aver accettato l’abbraccio mortale di Renzi e Calenda e soprattutto, anche se non possono dirlo apertamente, di essersi “irrigidito” sull’inceneritore, come mi confida un dirigente di primo piano.

 «Vengo dalla storia del Pci e per questo penso che dobbiamo unire la sinistra, ma con un forte impianto riformista», mi dice D’Amato. Nel clima commemorativo del Brancaccio, dove sono stati presentati i buoni risultati ottenuti nella Sanità e in particolare nella lotta alla pandemia, come nel Don Giovanni c’è un Convitato di Pietra che ha le sembianze dell’Inceneritore, assurto a simbolo che poco ha a che fare con le sue concretissime valenze e che irrompe a opera di un gruppo di manifestanti che si oppongono alla realizzazione dell’opera. L’inceneritore, voluto dal sindaco dem di Roma, Roberto Gualtieri, scotta prim’ancora di essere costruito perché è stato il casus belli che Giuseppe Conte, contrario, ha usato per far cadere il governo Draghi. «La contestazione andrebbe fatta quando la monnezza a Roma arriva al secondo piano delle case, non al Termovalorizzatore. Per altro, dal punto di vista ambientale non è che fare correre i Tir sia meglio», replica il candidato. 

Su Conte è tranchant: «È sbagliato dare la patente di sinistra ha chi ha rivendicato con orgoglio i decreti sicurezza di Salvini», mi dice e aggiunge: «È stato Conte a rompere la maggioranza in regione. Ma il M5S, ricordo agli smemorati, non vinse le elezioni. Le elezioni le vincemmo come centrosinistra e poi, con un accordo d’aula, il partito di Conte entrò in maggioranza. Dobbiamo resuscitare passione e orgoglio, sento in giro mestizia e senso di sconfitta. Non possiamo consegnare il Lazio alla destra dopo dieci anni di buon governo».

Il Pd ha infine deciso di appoggiare il candidato proposto da Renzi e Calenda, ma al Brancaccio il presidente della regione, Nicola Zingaretti che si è speso fino all’ultimo per un accordo con il M5S non c’è. C’è, invece, seduto in prima fila, il sindaco. Un’assenza e una presenza che dicono tutto sulla crisi del Pd. L’inceneritore forse non sarà mai costruito ma intanto incenerisce quel che rimane del partito romano.

 (Quinto di una serie di articoli)

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