Città mobili Come devono cambiare i centri urbani del futuro, e come stanno già cambiando

Sul palco del Linkiesta Festival, Piefrancesco Maran, assessore a Casa e Piano Quartieri a Milano e Alain Visser, ceo di Lynk&co, parlano di riqualificazione degli spazi, transizione dei trasporti e desideri abitativi

Alain Visser

Pierfrancesco Maran ha scritto un libro che si intitola «Le città visibili», in cui analizza il problema spinoso ed elettrizzante intorno a cui ruotano tutte le comunità oggi: garantire alle generazioni future una esperienza più organizzata e stimolante del concetto di città.

Negli anni, molto è cambiato, dopo la pandemia ancora di più. Sono cambiati gli abitanti, ma anche i loro desideri. Soprattutto a Milano, che dell’emergenza sanitaria è stata il centro nevralgico e intorno a cui ruotano ancora oggi gran parte delle aspettative e delle «mobilità» dei giovani e dei giovanissimi.

L’imperativo è uno solo, per quanto difficilissimo: rompere degli equilibri.

«Pensate a quanto è già cambiato negli ultimi anni, anche solo in termini di spazi», dichiara. «Oggi si svolge quasi tutto all’aperto. La pandemia ha imposto i dehor e le terrazze per i bar e i ristoranti, che li hanno mantenuti. Sono state aperte nuove piste ciclabili. Così come è cambiata la richiesta abitativa. Quello su cui si è ragionato ancora poco è che non si tratta di elementi isolati, fanno parte di un cambiamento strutturale. Il cambiamento era già in atto prima naturalmente, con l’attenzione alla sostenibilità ambientale. Adesso che il costo della vita è tanto aumentato, a maggior ragione dobbiamo discutere anche di sostenibilità sociale. Le sfide sono parecchie, ma bisogna cercare una visione d’insieme».

Città oggi significa anche, inevitabilmente, convivenze di diverse identità e tradizioni. Oltre che la qualità del turismo e degli eventi, la valorizzazione delle periferie e quella che Maran definisce «economia della conoscenza».

«Lo sviluppo prevede compromessi. Finora si sono costruite delle città orientate a un’idea di economia tradizionale, non al passo coi tempi. Dobbiamo ricalibrare delle priorità, che siano giuste dal punto di vista sociale. Le città ormai hanno meno under14 che animali domestici. Abbiamo totalmente dimenticato i giovani e i bambini. Ma le città devono risultare vivibili anche per i più piccoli, partendo da un’idea di ricchezza diversa e che potrebbe anche arrivare a crearne. La priorità delle aziende in un periodo di crisi energetica deve riguardare un patto tra le città allo scopo di invertire la rotta di uno sviluppo che non funziona più».

Proprio come quelle famose “Città Invisibili” di Italo Calvino, che ci ricorda: «Le città sono un insieme di tante cose […] Le città sono luoghi di scambio […] Non solo scambi di merci».

«Oggi per Milano è una giornata particolare, si è inaugurata la metropolitana. È bello pensare che è stata costruita da migliaia di operai, i quali hanno contribuito in tutte le fasi della progettazione e della realizzazione. È stata una festa anche per i cittadini. Ha prodotto senso di comunità. In fondo, Milano è principalmente un luogo di destinazione: ci si arriva, non ci si nasce. Il costo della vita alle stelle oggi rompe quel patto».

La città mobile attrae migliaia di giovani, come Milano ha sempre fatto in passato, distinguendosi come un modello su scala nazionale: non solo per i poli universitari che offre, ma anche per le posizioni lavorative di eccellenza. Ecco, è proprio il concetto di eccellenza che oggi rischia di creare un misunderstanding: laddove una volta era un criterio, adesso potrebbe diventare paradossalmente un deterrente. Si possono tenere i giovani?

«Le soluzioni esistono. L’ex macello, ad esempio, un’area comunale composto da più di mille case rimesse a nuovo a prezzi calmierati. Il punto però è che l’Italia ha bisogno anche di altre città. Non possono esserci solo Milano e Bologna. Milano è una opportunità, non può essere la sola. Il rischio è l’eccesso di pressione, tra cui quella edilizia e abitativa. Abbiamo bisogno di Torino, di Roma, di Genova. Abbiamo bisogno di un Paese che cresce insieme».

È d’accordo Alain Visser, ceo di un brand di share mobility che nel 2016 ha coraggiosamente rivoluzionato il concetto di mobilità: Lynk&co.

Dopo trentasei anni nel settore tradizionale dell’automotive, Visser ha capito che l’obiettivo non poteva ridursi alla vendita di automobili, ma bensì bisognava puntare alla loro condivisione. Da questo postulato, è partito a immaginare come potrebbero diventare le principali città d’europa: Londra, Madrid, Berlino, Roma, Milano. Solleticando la loro fantasia, ovvero la fantasia dei cittadini che le abitano, Lynk&co ha aperto dei club.

«Il settore automotive è paradossalmente quello più inefficiente del mondo», dice. «Occupa il 5% soltanto del nostro tempo. E non solo. La maggior parte del traffico urbano in Europa è composto da persone che cercano parcheggio. La mobilità va ripensata. La maggioranza di italiani ed europei vuole una macchina. Ma la desidererebbero ancora, se saprebbero che la utilizzano effettivamente così poco? La macchina in Italia è ovviamente uno status symbol, assomiglia quasi a una religione. Eppure l’Italia adesso rappresenta il nostro secondo più importante mercato. L’Italia si è chiesta se il bisogno di una macchina coincidesse con il bisogno di possederne una».

La ricerca tra le capitali europee hanno portato alla luce il desiderio di meno parcheggi e maggiori spazi vivibili. Il 57% delle persone intervistate voleva sostituire ai parcheggi spazi naturali e a Londra si è addirittura pensato di cambiarli in luoghi d’arte. Questo è l’esempio che la mentalità delle persone può essere cambiata.

«Dopo trentasei anni di lavoro nelle concessionarie, mi sono reso conto che l’esperienza stessa dell’acquisto di un automobile andava rivalutato. Abbiamo trasformato le concessionarie in un club. Oggi ne apre uno proprio in corso Venezia. Non ci limitiamo a vendere e a mostrare le macchine. I nostri club constano di una sola macchina, pure piuttosto nascosta, e poi si condivide un’esperienza. Le persone che arrivano non conoscono lo spazio, pensano sia un bar, poi un negozio, infine vedono l’automobile in esposizione e non capiscono. Suonerà strano, ma i nostri club sono lì al solo scopo di rendere divertente qualcosa. It can be cool not to own a car».

Si sono definiti i Netflix della share mobility. Si può sottoscrivere un abbonamento e poi disdirlo, oppure condividerlo con amici e familiari. Di fatto, hanno contribuito a creare una vera e propria community.

«I giovani under35 sono molto più favorevoli all’ipotesi della condivisione della loro macchina rispetto alle generazioni precedenti. Pensate ad Airbnb, che mette a disposizione degli altri la propria casa. Fino a poco tempo fa sarebbe stato considerato da pazzi! È solo questione di anni, poi i giovani si abitueranno all’idea. Potranno condividere le automobili e addirittura guadagnarci del denaro. Noi lo stiamo rendendo possibile».

Quello di Lynk&co è un modello assolutamente virtuoso: permette di condividere l’auto a una cifra stabilita da ogni membro della community, il quale poi viene ripagato dallo sharing. Ma il futuro di una mobilità sostenibile deve per forza passare per l’elettrico?

«Sì. È inevitabile. Le autorità locali e nazionali devono puntare lì. È un bel cambiamento, ma la vera rivoluzione saranno le macchine auto-guidate. Quando hai bisogno di un’auto, la ordini. Questo significa non pagare la benzina, e poi chissà, bere invece di guidare!», conclude scherzosamente.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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