Clickbait e segugiL’operaia morta in fabbrica, le notizie frivole e il giornalismo che non se la passa benissimo

È vero che ognuno vede il suo pezzettino di mondo, ma i siti dei quotidiani generalisti hanno dato pochissimo spazio alla donna stritolata nella vetreria. E invece bisognerebbe evidenziare che è una roba mostruosa, più del gatto di Taylor Swift

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Elenco non esaustivo dei titoli che ieri pomeriggio, sulla homepage del sito di Repubblica, erano più in evidenza dell’operaia d’una vetreria che nella notte, in provincia di Piacenza, era morta stritolata da un macchinario. (È una selezione perché, prima di lei, sulla homepage di Repubblica c’erano più di cento notizie, tutte invero più cogenti, e la lista intera sarebbe troppo lunga). 

Greta Thurnberg che cambia carriera; Rihanna che ha l’esaurimento; Checco Zalone dice che Giorgia Meloni sa comunicare; la Champions; gli Europei; Staino in ospedale; il tizio che ha chiesto a Gessica Notaro di sposarlo; il superbonus e il «boom per le villette»; «Torna il caldo»; «L’autunno apre le porte a tre virus: è in arrivo la triplendemia»; «Levante con la figlia al pronto soccorso»; «Re Carlo gela Andrea»; «Disegna una svastica sulla cattedra»; «Un giorno nella vita di Elon Musk»; «Damiano ferma il concerto dei Mäneskin per disperdere la calca»; «Balotelli mostra il dito medio»; «Il gatto amato da Ed Sheeran e Taylor Swift potrebbe essere messo al bando nel Regno Unito»; «Matilde Gioli a Fieracavalli: “Un amore nato sul set, ora cavalcare è una passione”»; subito sopra l’operaia deceduta, un’intervista a Giovanni Malagò sul grave scandalo delle ginnaste che devono essere magre. 

Tutti vediamo solo il nostro piccolo pezzo di mondo, lo sappiamo. È la ragione per cui esiste l’espressione, infondata ma diffusissima, «l’unico paese al mondo che». Ha adattamenti locali in tutto il mondo, mica esiste solamente «solo in Italia»: chiunque legga opinionisti americani legge continuamente che l’America è un paese polarizzato; il resto del mondo, invece. 

Tutti vediamo solo il nostro piccolo pezzo di mondo e c’illudiamo sia il mondo intero. E quindi, diranno i miei venticinque lettori, il tuo piccolo pezzo di mondo è il sito di Repubblica? Macché. Stavo recuperando un programma televisivo della sera prima, e ho visto un paio di spot incredibili. Uno non ricordo neanche di che prodotto fosse, ma prometteva di fare del «bagnetto» (sì, insomma: del momento in cui lavate i puccettoni di mamma loro) «un momento di espressione del sé». Ho pensato distrattamente: ah, vedi, pensavo fosse un momento di transizione da zozzi a puliti. 

Poi c’era uno spot di cibo per cani, e prometteva cibo scientifico ma naturale, e la passatista in me si è detta ma possibile ci tocchi vivere dentro la sacralizzazione di cani e bambini, possibile che adesso neanche coi cani ce la si possa più cavare dandogli gli scarti della carne. 

Quasi quasi stavo per fare il solito pezzo su questo tempo sbandato, sulla dittatura dei puccettoni umani e di quelli canini, sulla tizia australiana che dice che in quanto «mamma di cane» (non sarò io a tradurre: cagna) ha diritto anche lei ai permessi retribuiti per prendersi cura del suo puccettone peloso, e che non va più fuori a cena perché le dispiace lasciarlo solo a casa. 

Avevo anche una vecchia vignetta perfetta del New Yorker, da citare. Nel disegno un infermiere usciva sdegnato da una sala operatoria con un cane al guinzaglio, col tono offeso di quelli che si risentono se gli fai notare che forse il loro cane non dovrebbe spulciarsi vicino al tuo cibo. «Andiamo, evidentemente a certa gente non piacciono i cani», era la battuta della vignetta, prima della quale t’immaginavi chirurghi che gli avessero detto che insomma, la sala operatoria era sterile e il suo puccettone peloso no. 

Ma in un sussulto di senso del dovere ho aperto il sito del Corriere: metti che sia successo qualcosa e io come al solito non ne sia al corrente. L’operaia morta sul lavoro stava un po’ sotto, prima di lei c’era una decina di notizie. Quasi tutte notizie che in gergo si dicono «hard», roba seria: la Meloni, Al Sisi, i migranti, le elezioni americane di metà mandato, la flat tax. Ma, subito sopra all’operaia, c’era un tal Ringo. Non il biscotto e non il batterista dei Beatles: un biondo che diceva d’aver avuto molte donne, d’aver sperperato miliardi, e che non gli piacciono i Mäneskin. 

È stato allora che ho scoperto sotto quante decine di notizie ce l’aveva Repubblica: quando ho pensato ma che cialtroni questi del Corriere, scommetto che Repubblica l’operaia morta ce l’ha in apertura. Voglio dire: c’è qualcosa di più rilevante, per la politica di sinistra, del fatto che nel 2022 la gente muoia in fabbrica? Usiamo «distopia» per qualunque stronzata e non per il fatto fuori dal tempo e dalla sensatezza e dalla civiltà che, in un’epoca che trascorriamo a cianciare di lavoro in remoto e di oppressione rappresentata dall’iva sugli assorbenti, ci sia gente che muore in fabbrica o nei cantieri o comunque in posti nei quali fa lavori più faticosi e meno remunerati di noialtri che ci sentiamo sfruttati se non ci danno il permesso per andare a casa dal cane? 

È stato così che sono andata su Repubblica e l’operaia morta era un titoletto così in fondo che dovevi proprio cercarla per trovarla, e ci saranno certo delle ragioni per questa scelta (banalmente: che i lettori d’un giornale di sinistra cliccano più sui Mäneskin che sull’operaia morta; più sulla crisi di nervi di Rihanna che sull’operaia morta; più sul gatto di Ed Sheeran, sull’ira di re Carlo, sul ritorno del caldo, che sull’operaia morta) – ma. 

Ma forse ognuno vede il pezzettino di mondo che vuole vedere ma anche quello che gli fanno vedere. Forse ho sempre sbagliato a credere che il pubblico fosse responsabile e padrone delle sue scelte. Forse l’operaia che nel 2022 muore in fabbrica gliela devi mettere a tutta pagina, devi fargli capire che è una roba mostruosa, devi farlo sentire in colpa se non se ne interessa e se non ci clicca e se non chiede alla politica di occuparsene adesso, subito, ieri. Forse le influencer devono occuparsene almeno quanto dell’iva sugli assorbenti o dell’incredibile renitenza degli allenatori a lasciar ingrassare le ginnaste, forse devono pensare a gesti dimostrativi più efficaci del tagliarsi la ciocca in solidarietà alle iraniane, anche se proprio non so quali. Forse, se la comunicazione siamo noi, sarà ora che siamo all’altezza del compito. Forse, caro giornalismo italiano, se queste cose devo dirtele io, sei messo veramente male. 

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