Bici contro jet privatiCome si organizzano seicento attivisti climatici che vogliono bloccare un aeroporto

Dalle manifestazioni pubbliche “finte” per creare un diversivo alle strategie per restare anonimi in caso d’arresto: dentro il piano d’azione di una protesta per l’ambiente decisamente diversa dalle altre

Fonte: Greenpeace Nederland / Facebook

Per coinvolgimento, numeri e organizzazione, quella di sabato 5 novembre all’aeroporto Schiphol di Amsterdam è da inserire nella lista delle proteste per il clima più rilevanti di sempre. Quasi settecento persone sono infatti riuscite a raggiungere la pista riservata ai jet privati, presi di mira dagli ambientalisti in quanto molto più inquinanti e meno necessari degli aerei di linea.  Alcuni attivisti erano in bicicletta, altri si sono incatenati alle ruote dei velivoli: il risultato è che i jet sono rimasti bloccati per diverse ore, più o meno dalle 13 fino al tardo pomeriggio. Alla protesta – orchestrata da Greenpeace ed Extinction Rebellion – hanno partecipato diversi gruppi ambientalisti composti da persone di ogni età e nazionalità, compresi i ragazzi e le ragazze dei Fridays for future: una dimensione multiforme che spesso scarseggia all’interno di atti dimostrativi di questo genere. 

Come anticipato, l’organizzazione della protesta si è rivelata estremamente minuziosa e calibrata: quasi nessun dettaglio è stato tralasciato. Gli attivisti sono stati affiancati da un team di avvocati e la manifestazione è stata sorvegliata da medici professionisti e membri di Amnesty International, sul posto per controllare che tutto avvenisse senza tensioni e violenze. Ogni manifestante, per agire nell’anonimato (e nella speranza di essere rilasciato subito dalla polizia, cosa che è infine successa), si è presentato all’aeroporto con le impronte digitali coperte da una vernice nera, senza documenti e senza smartphone. Qualcuno aveva un’action cam sul petto, ma la regola era quella di non filmare il momento dell’ingresso all’interno della pista dedicata ai jet privati. 

Azioni dimostrative così strutturate richiedono preparazione e un lavoro di progettazione che, a volte, dura mesi. Il tutto, però, è entrato nel vivo venerdì 4 novembre, giorno precedente alla protesta, quando attivisti ambientali da tutta Europa si sono riuniti nella warehouse di Greenpeace Nederland, ad Amsterdam, per conoscere, studiare e ripassare il piano d’azione. Un piano d’azione di cui nessuno – a parte gli organizzatori – era a conoscenza fino a quel momento: tutte le informazioni sono state comunicate direttamente sul posto. Chi non era d’accordo, poteva liberamente girare i tacchi e tornare a casa. 

Per entrare nell’aeroporto indisturbati bisognava creare un diversivo, ossia due manifestazioni pubbliche – dirette verso Schiphol – e ufficialmente comunicate alle autorità. Contemporaneamente, sono state assemblate due “squadre speciali”: la prima doveva fiondarsi sulla pista dei jet privati con delle biciclette, il secondo – a gruppi di due – doveva legarsi alle ruote degli aerei con dei tubi di ferro e una catena. Il primo gruppo segreto non era a conoscenza del secondo, e viceversa. Ciascun membro, inoltre, doveva scegliere un compagno a cui guardare le spalle nel corso dell’azione dimostrativa. 

La mattina del 5 novembre, dopo la nottata trascorsa nel campo base di Greenpeace (dotato di cucine, spazi comuni e container con delle brandine), c’è stato un raduno per ripassare il piano, dopodiché gli attivisti sono saliti su tre camion diversi assieme a delle bici di fortuna, riparate apposta per l’occasione. Dopo circa un’ora di viaggio, i conducenti hanno spalancato i portelloni e i manifestanti si sono trovati davanti alle recinzioni che separano la carreggiata pubblica dalla pista dei jet privati. Della polizia neanche l’ombra. A quel punto è stato sufficiente rompere il lucchetto dei cancelli dedicati agli ingressi delle automobili dei proprietari dei jet privati. Più di cento biciclette si sono lanciate verso la pista degli aerei, e le uniche due guardie presenti all’interno non hanno potuto fare altro che arrendersi, filmare e chiamare i rinforzi. 

Poco dopo è giunta sul posto la squadra degli attivisti che si sono incatenati al jet, e più tardi sono entrate altre persone che – a piedi – hanno circondato i manifestanti agganciati alle ruote dei velivoli. L’obiettivo era creare una specie di barriera umana per ritardare l’intervento delle autorità. Nel frattempo, le biciclette continuavano a girare e a girare ancora: un loop durato più di tre ore. La polizia, infatti, è intervenuta con grande ritardo: si è fatta cogliere alla sprovvista e non si sarebbe mai aspettata uno sciame di attivisti organizzato in quel modo. Ci è voluto del tempo prima di radunare abbastanza uomini e reclutare le forze speciali in grado di rompere le catene usate per legarsi ai jet. 

Contrariamente a quanto si possa pensare, sul posto non si è instaurato un clima di tensione. Stando ai racconti di chi era presente, gli attivisti hanno collaborato e i poliziotti, nonostante qualche intimidazione, non sono stati violenti. Durante la lunga azione dimostrativa c’è stato anche spazio per musica, risate, confronti, canti. Qualcuno si è messo perfino a fare yoga. I primi arresti sono avvenuti intorno alle 4 del pomeriggio, e verso le 7 di sera la pista dei jet privati è stata sgomberata. 

Gli ambientalisti sono stati condotti nel centro di detenzione dell’aeroporto, ma la polizia non era pronta a gestire più di cinquecento persone senza documenti e con le impronte digitali coperte. Risultato? Le autorità hanno portato la cena agli attivisti, per poi accompagnarli in una stazione e lasciarli andare senza conseguenze. Fatta eccezione per delle foto individuali nel momento in cui sono scesi dal pullman.