L’alba di TeheranI giovani iraniani non chiedono preghiere, ma azioni contro i fanatici del fascismo religioso

Il racconto di cinque expat che seguono dall’estero la lotta dei loro coetanei: «Continuate la battaglia» perché è quella di tutti, donne e uomini, per liberare la loro terra d’origine da un Medioevo infinito

Un cartello mostrato durante le proteste dei giovani iraniani
AP Photo/Gregorio Borgia

«Non abbiamo bisogno di preghiere ma di azioni». Questo è ciò che chiede Feriel, di fianco a Bahram (tutti i nomi di questo articolo sono di fantasia per mantenere l’anonimato), mentre avvicina il viso allo schermo parlando della rivoluzione in Iran. Il tono della voce è fermo, anche se gli occhi tradiscono la sua inquietudine perché la distanza è tanta dal Canada, ma non dimentica com’era l’aria che respirava lì.

«Da piccola ho sempre percepito questo senso di oppressione. Vedevo i ragazzi e la loro libertà e volevo la stessa cosa, però tu, in quanto donna, sei bloccata in un cliché. Solo da grande ho capito bene cosa volevo e ciò che non volevo».

Non è diverso da quello che racconta Azadeh dall’Olanda: «Dovevi sempre stare attenta a tutto. A come vestire, a cosa facevi o dove andavi. È tutto così frustrante». «Direi che si tratta più di una discriminazione della donna all’interno della società – aggiunge Javid – parliamo di un qualcosa radicato e che porta le donne a doversi adattare per sopravvivere».

L’Iran ha iniziato a combattere per la sua libertà, in una battaglia che non accenna a fermarsi così come i tentativi di repressione da parte del governo. Nella sola Teheran mille persone verranno processate per avere preso parte alle proteste, mentre continua ad allungarsi una lunga, quanto insensata, lista di morti causati del regime.

Ultima ad aggiungersi è la quattordicenne della scuola media Parvin Etesami, picchiata a morte dagli agenti di polizia che, durante una perquisizione: all’interno dei libri scolastici, hanno trovato una fotografia strappata di Khomeini.

Tutto questo a un mese e mezzo di distanza dalla morte Mahsa Amini, il 16 settembre. Il ricordo di quei giorni è ancora vivido: «Pensavamo che questa cosa sarebbe durata due, tre giorni o al massimo una settimana – confidano Azadeh e Javid –. Non è la prima grande manifestazione che c’è dopo la rivoluzione del 1979. Eppure dopo un mese questo movimento è ancora in piedi e ci dà fiducia».

Quella stessa fiducia che però i primi giorni era angoscia, per la facilità con cui il regime uccide e perseguita chi scende in piazza. Un sentimento che ha tenuto sveglio soprattutto Bahram: «Eravamo molto preoccupati perché non potevamo parlare con i nostri familiari. Immagina, è come se fino a poco tempo fa potevi tranquillamente sentire tutti, anche da lontano, e poi all’improvviso non è più così».

Comunicare con la terra d’origine è sempre più difficile. Non solo perché è lo stesso regime a limitare il flusso delle notizie ma, come spiega Javid, è complesso anche per i media avere notizie in tempo reale. Gli inviati devono passare al vaglio ogni immagine, filmato o virgolettato perché dietro può nascondersi la mano del regime che ha il solo obiettivo di: «Disunire e togliere la speranza alle persone».

«Ci sono tanti account falsi su Twitter o su Instagram dove scrivono: “Vivo in quella città e qui non sta succedendo nulla”. Cercano di imporre un’idea avvelenata secondo cui se segui questa rivoluzione l’Iran diventerà instabile come la Siria o l’Iraq. Dicono di portare pace e sicurezza ma questo è un regime del terrore». Non è nient’altro che violenza, sussurra Azadeh: «Deve essere chiaro. Questo governo non rappresentata gli iraniani».

La goccia che ha fatto traboccare il vaso ormai è arrivata e, sia chiaro, quello in atto non un movimento solo per i diritti delle donne come afferma Feriel: «È qualcosa che riguarda tutti, donne e uomini uniti contro un fondamentalismo religioso che non è più tollerabile». Tutto è partito giovani dalla Generazione Z, spiega Dalir da Roma, che vogliono solo avere la possibilità di scegliere: «Non solo la propria religione, ma tutto ciò che ruota intorno alla loro vita».

Tutti sono d’accordo che però c’è bisogno di sostenere i più giovani che hanno «La forza di smuovere le cose – dice Javid – ma hanno bisogno di supporto da parte della vecchia generazione e da tutti i livelli della società. Ci deve essere qualcuno che li sostenga da dietro altrimenti diventano deboli».

Bahram scherza un attimo: «Sai cosa si dice? Che gli iraniani sono come gli italiani. Entrambi abbiamo una lunga tradizione solo che parliamo lingue diverse». Ma è un istante, prima che il suo sguardo torni duro: «Ma poi hanno preso strade diverse. E non dobbiamo usare mezzi termini, quello che c’è in Iran è un fascismo religioso che ci ha portato indietro nel tempo, al Medioevo».

«Stiamo parlando di un Paese corrotto fino al midollo – aggiunge Bahram – che in nome di una religione pensa di governare tutto e portano via ricchezza ai cittadini. Gas, giacimenti di petrolio, denaro. Ogni cosa è controllata da loro come se fosse una mafia».

Facile intuire che gli animi fossero tesi già da prima, ma allora cosa si può fare per sostenere a livello internazionale? «Richiamare gli ambasciatori e chiudere i rapporti diplomatici – non ci pensa due volte Azadeh –. Le sanzioni possono aiutare ma bisognerebbe espellere dai vari Paesi i parenti così come chi è legato al regime e alla polizia morale».

«Ci sono organizzazioni molto strutturate come in Canada o anche in America come il Niac (National Iranian American Council) che sono molto vicine al governo attuale. Già colpire loro, smantellare queste lobby, sarebbe una cosa positiva». «L’Ue e tutto il mondo dovrebbe fermarsi e chiedersi come ancora può collaborare con un Paese così. Bisogna accettarlo e capire che sono terroristi» rincara Bahram.

Si fa quel che si può nel proprio piccolo da cittadini privati. Tutti loro lo sanno, ma qualcosa si è spezzato. Lo ravvisa soprattutto Feriel: «Ora ho il coraggio di parlare. So che potrebbero esserci conseguenze per me o per la mia famiglia. Ma adesso ho la libertà di parola e non intendo rinunciarci».

Chi per lavoro, chi per studio, chi per altri motivi, tutti sono partiti con l’intenzione di cercare un futuro migliore. Eppure il legame con la terra natia è ancora forte, così forte che si alza un messaggio univoco per chi è lì a combattere: «Rise Up! Continuate a lottare perché stiamo affrontando tutto questo insieme».

È il tempo dei saluti e anche Dalir, che ha ascoltato attentamente, chiude il collegamento confidando che questi temi: «Mi fanno una rabbia che non immagini. Mi ribolle il sangue». Ormai in Italia è sera, anche se in Iran si vede all’orizzonte una nuova alba.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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