Cooperazioni vincentiL’importanza dei marchi collettivi

Se identità e tipicità sono fondamentali per conferire un carattere riconoscibile a un vino, affidare a marchi collettivi la qualità della comunicazione si rivela una scelta vincente. Come nel caso del Reboro

Foto courtesy Associazione Vignaioli del Vino Santo

Il mondo del vino è fatto di tradizioni antiche e pratiche secolari. Ci sono denominazioni, come il Carmignano, che hanno fatto la loro comparsa nei primi anni del 1700 all’interno di bandi del Granducato di Firenze, mentre varietà relativamente nuove, grazie agli esperimenti di lungimiranti enologi e vignaioli, si trasformano in capolavori da bicchiere.

È il caso del Reboro, nato da un progetto collettivo supportato dall’Associazione Vignaioli del Vino Santo Trentino Doc per recuperare la tradizione del Rebo, creando un’espressione contemporanea di vino da appassimento. Un  rosso intenso e morbido allo stesso tempo essenzialmente “di montagna” grazie all’influenza dei venti della Valle dei Laghi, con un grande potenziale di invecchiamento e una sorprendente morbidezza al palato.

La base di partenza è il Rebo, incrocio tra Merlot e Teroldego nato per errore negli anni Cinquanta del secolo scorso per mano dell’agronomo e genetista Rebo Rigotti. Un’uva resistente, con sentori intensi e naturalmente vocata all’appassimento sulle arele (griglie utilizzate anche per il celebre Vino Santo del Trentino).

Negli anni Duemila, alcuni vignaioli della Valle dei Laghi, decidono di lanciarsi in un nuovo progetto, partendo proprio dal Rebo, allora dimenticato, raccogliendone le uve a piena maturazione e lasciandole appassire sfruttando la brezza, detta “Ora del Garda”, che lambisce questi territori. Il passaggio in botti di rovere fa il resto e dona al Reboro un’identità ben precisa, con sentori di frutta rossa matura e confettura e una lunga persistenza al palato.

Questa tipicità, unita al lavoro di comunicazione promosso dall’Associazione, ha permesso al rosso da appassimento di farsi conoscere dal grande pubblico, attraverso cene, masterclass, visite in cantina e convegni e manifestazioni come “Reboro. Territorio e Passione”.

Durante l’incontro “Qualità e certificazioni. Il vino tra disciplinari e produttori” moderato da Alessandro Torcoli, direttore di Civiltà del Bere, sono emersi diversi spunti sull’importanza dei marchi collettivi per comunicare in modo efficace il mondo del vino. Insieme a lui Gianpaolo Girardi di Proposta Vini e il Professore Fulvio Mattivi di Fondazione Mach.

Il dibattito si è aperto con una considerazione di Torcoli sui marchi collettivi: «Un grande vino nasce da vari stimoli, talvolta individuali, altre volte plurali. Nel caso del Reboro, l’associazione di piccoli produttori ha messo a frutto la consuetudine locale del Vino Santo, ponendo l’appassimento al servizio di un vino nuovo, ma dall’animo antico».

Per promuovere la propria identità e rendere note le tipicità del vino, Reboro è diventato un brand collettivo, veicolando le volontà comuni dei produttori. «La comunicazione fa la differenza e i vignaioli, per farsi conoscere, devono arrivare ai potenziali clienti attraverso i giusti canali. Nel mondo del vino questa ha tempi dilatati, proprio come quelli della produzione. In media se ne raccolgono i frutti dopo un paio di decenni» ha raccontato sul tema l’esperto Gianpaolo Girardi. «Il nome fa tanto e, nel caso del Reboro, è perfetto» ha aggiunto Fulvio Mattivi, «Contiene la parola oro, ricorda il vento che è l’artefice delle sfumature aromatiche di questo vino e richiama il nome del vitigno da cui nasce». Quest’ultimo è il primo segno di tipicità che caratterizza la produzione, racconta il legame con il territorio e, insieme a una precisa delimitazione della zona di produzione, dona autorevolezza al prodotto.

«Essere unici e differenziarsi è un altro concetto fondamentale. Per raccontare il Reboro si parte dalla tradizione del Vino Santo, espressione incantevole grazie al lunghissimo appassimento, senza mai fare paragoni con altre denominazioni» ha proseguito Girardi, concludendo: «Accostarlo, per esempio, all’Amarone non è corretto poiché i due vini hanno caratteristiche completamente differenti, come le zone nelle quali vengono prodotti».

Piccole aziende e piccoli produttori, dunque, devono agire come veri ambasciatori del territorio, mentre è fondamentale il ruolo didattico delle associazioni di vignaioli. «Formare i giovani negli istituti alberghieri è essenziale: il personale di sala è il primo a raccontare la storia e l’identità territoriale del vino e permette al pubblico di conoscere e assaggiare il vino nuovo direttamente a tavola» prosegue Torcoli.

Tra i pilastri di una comunicazione efficace, infine, c’è il disciplinare che tra i fondamentali annovera l’indicazione del territorio, del vitigno e la specifica area di produzione. Come nel caso del Buttafuoco Storico, gemellato con la manifestazione: i diciassette produttori, riuniti in un Club attivo dal 1996, seguono severe regole di produzione che comprendono la provenienza da una zona storica e vocata, pratiche colturali specifiche e impiego di varietà autoctone dell’Oltrepò Pavese. Un minimo di dodici mesi in botti di rovere e sei di affinamento in bottiglia completano i passaggi per conferire al vino il riconoscimento di “Buttafuoco Storico” che oggi, grazie agli sforzi comunicativi del marchio collettivo, è sempre più conosciuto e apprezzato sulle tavole di tutta Italia.