Ode ai rompicazzi Giovanni Ansaldo, l’eversivo del giornalismo italiano che abbiamo dimenticato

Antifascista, confinato, prigioniero. Sempre irrequieto, polemista per definizione, sistematicamente antisistema. Ecco una tra le personalità che Giampiero Mughini raccoglie nelle sue biografie sugli irregolari del Novecento

Una foto del giornalista Giovanni Ansaldo, ritratto alla sua scrivania
Foto: Giovanni Ansaldo © Fondazione Ansaldo, Archimondi

Quanto ai maggiori protagonisti del giornalismo italiano del Novecento e dei suoi annessi e connessi editoriali, tutti hanno ben chiara l’identità, il portamento intellettuale, le astuzie e stavo per dire i tic di maestri pur così diversi tra loro quali Indro Montanelli e Leo Longanesi. Dubito che qualcuno di voi che mi state leggendo non abbia sugli scaffali della sua biblioteca una qualche traccia del loro operato sia ante che post la Seconda guerra mondiale.

Il che non accade affatto per quello che è fuori di dubbio un loro pari grado nella scala dei valori del nostro giornalismo d’antan, ossia Giovanni Ansaldo, nato nel 1895 a Genova e morto a Napoli nel 1969, uno che nel parco della nostra memoria corrente ha un suo spazio ben più striminzito degli altri due fuoriclasse di cui ho detto. Nel senso che lo ricordiamo più a fatica, più raramente. I suoi libri, la più parte pubblicati postumi a notevole distanza dalla sua morte, sono radi nelle nostre biblioteche.

E non che la sua ombra non incomba su tutti noi innamorati di carte novecentesche. Non so quante e quante volte nelle mie chiacchiere pubbliche io non abbia citato la mirabile risposta che Ansaldo diede al Benito Mussolini che gli stava chiedendo che cosa ne pensasse della sua decisione di dichiarare guerra agli Usa l’11 dicembre 1941: «Duce, ma lei lo ha mai visto l’annuario telefonico della città di New York?».

Una risposta che da sola vale una vita, che da sola connota un rango intellettuale. Eppure il nome e l’identità di Ansaldo ci risultano più sfuggenti, più confusi, irrompono più raramente nel nostro conversare e nel nostro decrittare le mappe novecentesche. Se mi volgo indietro con la memoria, non ricordo di avere mai parlato di Ansaldo con qualcuno dei miei tanti amici pur appassionati di vicende del Novecento.

A un certo punto mi sono accorto di avere nella mia biblioteca solo due libri di Ansaldo e di averne letto solo uno, pochini per onorare l’ombra notevolissima di cui ho detto. E per fortuna che ci sono gli store online ad attenuare le colpe di noi che commettiamo il peccato gravissimo di insufficiente conoscenza dei fatti novecenteschi e dei loro protagonisti.

Chi è stato e che cosa ha fatto Ansaldo? Riuscirei più spiccio nel dirvi che cosa non ha fatto e che cosa non è stato. A diciannove anni indossò la divisa di soldato dell’esercito italiano durante la Prima guerra mondiale. Combatté, venne ferito, venne decorato. Nei primi anni venti Ansaldo avvia le sue collaborazioni giornalistiche, a un tempo in cui è frontalmente avverso al fascismo montante e ha tra i suoi sodali più stretti Piero Gobetti, alle cui riviste collabora entusiasticamente.

Una volta gli squadristi fascisti capitanati dal truce carrarese Renato Ricci gli danno addosso e lo sfracassano ben bene. Il 28 novembre 1926 lo beccano assieme ad altri personaggi di rilievo dell’antifascismo mentre sta tentando di espatriare in Francia, dove conta di mettersi a studiare la letteratura francese e di campare scrivendone.

Passa alcuni mesi in cella per poi essere condannato il 30 maggio 1927 al confino. A questo punto scrive una domanda di grazia in cui dice di aver deposto la sua avversione al fascismo, grazia che nel settembre 1927 gli viene accordata. Tornato a Genova, riprende sotto falso nome le sue collaborazioni al quotidiano «Il Lavoro».

Articoli che non sfuggono all’occhiutissima attenzione di Mussolini, il quale dirà una volta che Ansaldo era il solo a poter parlare con cognizione di causa del fascismo. Detto in parole povere, l’Ansaldo dei primi anni trenta s’è convinto che nella realtà italiana non esiste alcuna alternativa possibile al regime mussoliniano. Si avvicina così a Galeazzo Ciano, di cui diventa un suggeritore e un uomo di fiducia. Prende la tessera del Partito nazionale fascista per poter dirigere il quotidiano livornese di proprietà della famiglia Ciano, «Il Telegrafo». Sul giornale e alla radio vanterà a modo suo la supremazia del fascismo mussoliniano e questo sino alla sera del 25 luglio, quando Ciano è uno dei protagonisti della seduta del Gran Consiglio che scalza Mussolini. Ansaldo si arruola immediatamente nell’esercito badogliano.

Il 12 settembre 1943 viene catturato dai nazi. Si rifiuta di aderire al governo di Salò e dunque trascorre poco meno di due anni in un campo di concentramento tedesco, dove viene liberato dall’arrivo delle truppe corazzate canadesi. Tornato in Italia nel settembre 1945, un ferroviere lo riconosce dalla voce e lo addita quale l’autore di trasmissioni radiofoniche che erano state ascoltatissime ai tempi di Salò. Ennesima cella fino al 27 giugno 1946, quando Ansaldo beneficia dell’amnistia Togliatti. Lui che non era cattolico e meno che mai democristiano, viene scelto da Alcide De Gasperi quale direttore di un nuovo quotidiano napoletano, «Il Mattino». Lo dirigerà dal 1950 al 1965, finché glielo permettono le sue condizioni di salute.

Muore quattro anni dopo, nel 1969. Vi giuro che più breve di così la sua vita non ve la potevo raccontare. Altro che se non abbiamo a che fare con un «rompicazzi» eccezionale.

I rompicazzi del Novecento, Giampiero Mughini, Marsilio, 272 pagine, 18 euro